Home arrow Politica e Istituzioni arrow REFERENDUM: LA GEOGRAFIA DELL'ASTENSIONISMO
REFERENDUM: LA GEOGRAFIA DELL'ASTENSIONISMO E-mail
Politica e Istituzioni
di Francesco Ramella
08 luglio 2009

referendum_2009_ramella.jpgChi ha vinto il referendum? Ancora una volta quelli che hanno disertato le urne. L'analisi provinciale della partecipazione al voto mostra che il 21 e il 22 giugno si sono intrecciati tre tipi diversi di astensionismo: uno strutturale, uno congiunturale ed uno strategico. Ad uscire sconfitto dalla consultazione è soprattutto l'istituto referendario, che andrebbe riformato.

 

Il voto per il referendum è stata la cronaca di una morte annunciata. Erano in pochi, infatti, ad illudersi che il quorum potesse essere raggiunto. Gli studi sul comportamento elettorale mostrano chiaramente che le tornate referendarie soffrono normalmente di un tasso di astensione molto più elevato di quello delle elezioni politiche. Si aggiunga che questa propensione a disertare le urne cresce per le consultazioni del mese di giugno, ed aumenta ulteriormente per i quesiti troppo tecnici e nel caso vi siano partiti che sostengono il "non voto". Tutti fattori, questi, ben presenti nel caso dell’ultimo referendum.

 

Chi esce dunque sconfitto dalle urne? Di sicuro il comitato dei promotori. Come onestamente hanno riconosciuto i suoi maggiori esponenti. Ma ancora di più l’istituto referendario in sé. Che andrebbe riformato per farne uno strumento efficace di democrazia diretta.

 

E chi esce vincitore? Certamente la Lega ha conseguito il risultato sperato. Ma ha vinto "a tavolino", senza giocare la partita referendaria. Senza confrontarsi sui quesiti a viso aperto, con un si o con un no. Ha vinto truccando le carte. Imponendo al governo la data di fine giugno. Obbligando Berlusconi a non fare campagna. Ottenendo un’assordante silenzio da parte dei principali canali televisivi. Niente di cui vantarsi insomma.

 

A vincere, ancora una volta, è stato soprattutto l’astensionismo. La stanchezza degli elettori. Affermare che chi non è andato a votare ha bocciato il bipartitismo, o addirittura il bipolarismo, significa arrampicarsi sugli specchi. Si può soltanto dire che la stragrande maggioranza degli italiani non ha ritenuto opportuno esprimersi sui quesiti che gli sono stati sottoposti. Non è poco. Ma non si può andare oltre. Perché – tra l’altro – non lo consente la geografia dell’astensionismo. Che a suo modo ci racconta la storia di questo referendum.

 

Analizzando i tassi di partecipazione, infatti, si scoprono alcune cose interessanti. Se è vero che solamente in tre province su centodieci è stato raggiunto il quorum (Prato, Fermo e Rieti), è anche vero che al secondo turno delle provinciali ha votato solamente il 46% degli aventi diritto. Va inoltre aggiunto che nelle ventidue province interessate dal ballottaggio la partecipazione al referendum ha toccato percentuali di tutto rispetto: collocandosi mediamente oltre il 40%. Proprio la doppia partecipazione al voto amministrativo e referendario consente di "misurare" l’entità dell’astensionismo addizionale, quello degli elettori che hanno deciso di rifiutare le schede dei referendum per impedire il raggiungimento del quorum. Sono stati tutto sommato pochi: mediamente intorno al 4%. Questo dato induce a concludere che nel caso dell’abbinamento alle europee (dove ha votato il 65% degli italiani) il risultato avrebbe potuto essere ben diverso.

 

Un’analisi statistica condotta su tutte le province italiane mostra che pochi elementi bastano a spiegare le variazioni riscontrate nella partecipazione al referendum, che oscilla tra il 9,3% di Olbia ed il 52,5% di Prato. Li elenco in ordine di importanza: 1) la presenza di un ballottaggio alle provinciali; 2) il non-voto già registrato nelle europee – soprattutto in alcune regioni del Sud; 3) la percentuale ottenuta dal Pd, sempre alle europee; 4) i consensi per la Lega Nord. Il primo e il terzo fattore hanno giocato in positivo, innalzando la partecipazione al voto. Il secondo e il quarto, al contrario, l’hanno abbassata.

 

Questi fattori richiamano l’attenzione sui diversi tipi di astensionismo che si sono intrecciati nel referendum. In primo luogo quello "strutturale", connesso non solo alle difficoltà di alcuni cittadini (gli anziani ad esempio) ma anche ai diversi tassi territoriali di partecipazione, che si manifestano soprattutto nelle occasioni elettorali più legate al voto di opinione. In secondo luogo l’astensionismo "congiunturale", collegato al mese di giugno e alla stanchezza degli elettori. Infine quello "strategico", usato dai partiti e da chi si oppone ai quesiti referendari per farli naufragare. L’abolizione del quorum non risolverebbe tutti questi problemi. Di sicuro però neutralizzerebbe l’ultimo. Non casualmente, nel 2006 in occasione del referendum sulla riforma della seconda parte della Costituzione – che non richiedeva alcun quorum – partecipò il 54% degli aventi diritto. In quel caso nessun partito si mobilitò per il "non-voto".

  Commenti (1)
altri partiti astensionisti
Scritto da maria grazia meriggi, il 15-07-2009 10:21
Perché non considerare che i partiti e gruppi di sinistra, che ottengono un consenso intorno al 10% anche se le inique leggi maggioritarie non ne consentono la rappresentanza, erano contrari a questo referendum che avrebbe prodotto una legge analoga alla legge Accerbo?

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >