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RICCHI BRITANNICI, ITALIANI ED ALTRI* E-mail
Fisco
di Ruggero Paladini
08 luglio 2009

sistema_fiscale_paladini.jpgUno dei più importanti economisti a livello internazionale, Anthony Atkinson, ha dedicato numerosi lavori al tema della distribuzione dei redditi e, negli ultimi anni, alla posizione del "top dei ricchi". Il titolo di un recente libro, scritto con Thomas Piketty, pone il tema del contrasto tra i paesi anglosassoni ed i paesi europei(1).

Infatti il trentennio successivo alla fine della guerra ha visto una prolungata caduta della quota dei ricchi in tutti i paesi sviluppati, ma dagli anni ottanta nei paesi anglosassoni la quota ha avuto una crescita di tale dimensione da riportare la distribuzione a livelli pre-bellici; ad esempio negli USA a prima del new deal di Roosevelt. Questo non è avvenuto nei paesi dell’Europa continentale, dove le variazioni sono state relativamente modeste.

Per quanto riguarda l’Italia, nella recente relazione della Banca d’Italia al Senato(2) Andrea Brandolini, in premessa, afferma: "nell’ultimo trentennio vi sono in Italia fasi di aumento della diseguaglianza dei redditi familiari, la più importante delle quali è coincisa con la grave crisi economica dei primi anni novanta. Non si osserva tuttavia un periodo prolungato di crescita della diseguaglianza, diversamente da quanto accaduto in altre economie avanzate, come gli Stati Uniti e il Regno Unito negli anni ottanta, la Svezia e la Finlandia negli anni novanta o la Germania nel decennio attuale".

In effetti dai dati dell’anagrafe tributaria relativa al 1991 risulta, per il top 1% delle dichiarazioni Irpef, una quota di reddito pre-tax simile (7,71%) a quello del 1978(3); una decina di anni dopo (2002) la quota pre-tax è salita a 9,71%, mentre quella netta a 7,43%. La crisi degli anni novanta ha dunque rappresentato un punto di svolta che si è consolidato negli anni successivi. Tuttavia, come si è visto, a livello dell’1% dei contribuenti Irpef i mutamenti avvenuti nel trattamento delle spese fiscalmente riconosciute ha mantenuto, e lievemente incrementato, il grado di progressività dell’imposta.

E’ il caso allora di introdurre un’aliquota del 50% per uno scaglione di reddito superiore a 175mila euro, alla Gordon Brown(4)? In fondo fino al 1997 l’aliquota più alta era al 51%. Vi sono due obiezioni: quella più diffusa è che così si colpiscono i lavoratori dipendenti che non evadono; ora è vero che il 63,5% del reddito complessivo degli ultra 175mila euro proviene da lavoro dipendente, ma vi è oltre un terzo di altri redditi, di cui un 22% di puri redditi da capitale. Tuttavia anche in quel 14,5% di redditi da professione o da impresa vi sono contribuenti che non possono (o non vogliono) evadere. La seconda obiezione riguarda la classica distinzione tra redditi da lavoro e redditi da capitale. La maggior parte del reddito da capitale non entra in Irpef, e le aliquote oscillano tra un 36,6% ed un 43% per i redditi da capitale di rischio, e sono al 12,5% per i redditi obbligazionari. E’ vero che quest’ultima aliquota colpisce anche quella parte di interessi che rappresentano la perdita di valore del prestito dovuto all’inflazione, ma anche in questo caso ricalcolando l’imposta sulla sola componente reale dell’interesse è difficile che si superi il 40%.

Queste obiezioni sono serie; non c’è dubbio che il contrasto all’evasione sia la questione più rilevante anche al fine di poter delineare una adeguata struttura delle aliquote dell’Irpef. Per quanto riguarda l’altro problema il punto è quello di cercare di limitare, per quanto possibile, la concorrenza fiscale a livello internazionale, in particolare nell’ambito dell’Unione Europea. Qualche cosa si sta muovendo negli ultimi tempi, grazie alla crisi economica.

Per quanto riguarda il patrimonio, l’eliminazione dell’Ici sulla casa d’abitazione rende più difficile individuare il modo di restituire ai Comuni un potere impositivo. Si può pensare ad un’imposta sulla rendita urbana, cioè sul maggior valore dell’immobile dovuto alla localizzazione (tipo: centro, zona intermedia, periferia). Per istituire un’imposta di questo genere sarebbe però necessario disporre di valutazioni sul valore reale delle case, e sui metri quadri degli immobili. Se, per esempio, un appartamento di 100 mq in zona centrale vale 300mila euro e il valore a metro quadro di un analogo appartamento in zona periferica (assunto pari al costo di costruzione, quindi in assenza della rendita) è 1.500 euro, l’imposta sull’appartamento centrale cadrà sulla metà del suo valore. Si potrebbe utilizzare l’imposta di scopo prevista dalla finanziaria 2007 (pochissimo utilizzata) per modificarla in questo senso; tra l’altro in genere le spese d’investimento dei Comuni determinano un effetto più forte sulle case già in possesso di una rendita urbana rispetto alle altre.

Per quanto riguarda i redditi finanziari, come è noto la proposta di unificare le aliquote al 20% fu bloccata nella scorsa legislatura; può essere ripresentata, avendo il vantaggio di contare su di un sistema impositivo basato su sostituti d’imposta. Una complicazione sorgerebbe nell’ambito del risparmio gestito ove, come da qualcuno ventilato, si volessero tenere i titoli di stato al 12,5%. Un’altra consisterebbe nell’introdurre un livello esente di cui usufruirebbe il risparmiatore che dichiarasse i redditi finanziari conseguiti (comprese le plusvalenze e al netto delle minusvalenze), godendo così di una detrazione d’imposta rimborsabile (ad esempio se si esentano 1000 euro di redditi finanziari la detrazione sarebbe di 200 euro).

Finora ho suggerito variazioni all’interno di imposte esistenti. C’è poi il tema dell’imposta ordinaria sul patrimonio, tipo l’impot de solidarité sur la fortune della Francia, introdotta da Mitterand, tolta, reintrodotta e alla fine rimasta. L’imposta aggiunge quel tocco di progressività di cui in Francia le altre imposte sono piuttosto carenti (anche per via del quoziente familiare). L’imposta ha un livello esente elevato (attualmente 790mila euro) e da lì si struttura in scaglioni con aliquote da 0,55% a 1,8%. Il gettito è sui quattro miliardi.

Vi sono due problemi (oltre a quello psicologico, ovviamente): la valutazione degli immobili e quella delle piccole imprese. Un’ipotesi da studiare è quella di abbassare la soglia di esenzione e introdurre invece la detrazione di una parte dell’Irpef netta versata nell’anno precedente. In questo modo l’imposta graverebbe meno sulle classi attive trenta-quaranta anni, e potrebbe anche avere qualche effetto di correzione dell’evasione. Naturalmente occorrerebbe stabilire l’accesso dell’Agenzia delle entrate ai dati degli intermediari finanziari, come avviene nei paesi civili, tipo la Francia.

 

 

* Questo articolo – "Che fare?" – è il seguito di un articolo – "I ricchi" – pubblicato nel numero precedente di nelMerito.com.

 

 

1 Top Incomes over the Twentieth Century; a Contrast between European Countries and English Speaking Countries, Oxford University Press, 2007.

2 Indagine conoscitiva sul livello dei redditi di lavoro nonché sulla redistribuzione della ricchezza in Italia nel periodo 1993-2008.

3 I dati relativi all’imposta netta sono troppo aggregati per poter calcolare la quota post-tax.

4 Come è noto anche il programma di Obama prevede un aumento dell’aliquota massima, che, unita alla limitazione delle deduzioni, porta l’aliquota marginale effettiva al 48% circa, per chi ha redditi superiori a 200mila dollari (250mila se dichiarazione congiunta col coniuge).


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