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LE MOLTEPLICI DIMENSIONI DELLA DISUGUAGLIANZA E-mail
Lavoro
di Maurizio Franzini, Elena Granaglia
05 marzo 2008

giovani e lavoroIn Italia la mobilità sociale è molto bassa e il destino economico dei figli è fortemente condizionato dalle famiglie di provenienza. Nei confronti internazionali occupiamo una posizione di coda, anche se in compagnia di paesi spesso indicati come modelli di mobilità sociale. Ragioni di giustizia sociale impongono di intervenire sulla trasmissione intergenerazionale di privilegi e svantaggi. Tuttavia, la lotta alla disuguaglianza non può esaurirsi in questo; sono necessari altri interventi capaci anche di contrastare le forme più nuove in cui essa si manifesta.


La mobilità sociale è uno dei temi ricorrenti nel dibattito pubblico di questi mesi. Se ne parla, a ragione, come di un’essenziale caratteristica di una società giusta e dinamica e si lamentano le gravi deficienze, sotto questo profilo, del nostro paese. In effetti, numerosi indicatori descrivono una realtà molto preoccupante. In particolare, il reddito dei figli è determinato in larga misura da quello dei rispettivi padri. Secondo gli studi più approfonditi – che usano al meglio i limitati dati disponibili – in Italia il 51% delle disuguaglianze di reddito tra i figli dipendono da quelle che sussistevano tra i loro padri e, dunque, sono ereditate. Nei paesi del Nord Europa questo dato è sensibilmente più basso: 15% in Danimarca e 27% in Svezia. Mentre non molto meglio di noi fanno paesi che spesso vengono indicati come modelli di mobilità sociale; l’indice di elasticità del reddito dei figli rispetto a quello dei genitori è pari al 50% in Gran Bretagna e al 47% negli Stati Uniti.

Appare, pertanto, del tutto giustificato considerare prioritario il problema della mobilità sociale ed è senz’altro da apprezzare l’impegno a promuoverla, che il Partito Democratico ha inserito nel suo programma. La condizione di disagio in cui ci si trovasse a vivere, sarebbe ben più tollerabile se fosse accompagnata dalla concreta prospettiva di fuoriuscirne o di assicurare una vita migliore ai propri figli. Dunque, questa dimensione dinamica della disuguaglianza, che limita i rischi di restare intrappolati nella situazione economica di partenza, è molto importante per un discorso di giustizia sociale.

Ma una seria politica di contrasto delle disuguaglianze non tollerabili non può limitarsi a predisporre condizioni più o meno efficaci di mobilità sociale. La disuguaglianza "statica", che registra le diverse porzioni di risorse economiche alle quali gli individui possono accedere, resta di per sé molto importante.

E’ certamente un bene se un figlio riesce a collocarsi in una classe di reddito più elevata di quella del padre o se un individuo riesce a raggiungere un decile più alto nella distribuzione dei redditi. Ma questo non dovrebbe esimere dall’occuparsi e dal preoccuparsi di chi, comunque, si trova nei gradini più bassi della scala economica. Tra le molte ragioni in grado di sostenere questa affermazione, vi è anche la probabile connessione tra disuguaglianza "statica" e mobilità sociale. Infatti, i dati suggeriscono che le società nelle quali il reddito si distribuisce in modo molto diseguale sono anche quelle in cui è più elevata la probabilità che il reddito dei padri condizioni fortemente quello dei figli. Il nostro paese si distingue, appunto, per la limitata mobilità sociale e l’elevata disuguaglianza nei redditi correnti. Quest’ultima, misurata con l’indice di Gini, raggiunge un valore che in Europa è superato soltanto dal Portogallo e, nell’insieme dei paesi avanzati, unicamente dagli Stati Uniti. Dunque, si tratta di una combinazione davvero preoccupante, che potrebbe essere ancora peggiore di quanto rivelino oggi i dati, se si tenesse conto, negli indici di disuguaglianza, della diversa – e più pronunciata - dinamica dei prezzi dei beni di prima necessità rispetto a quelli che entrano nel paniere di consumo dei percettori di redditi più elevati, di cui l’Istat ci ha informato nei giorni scorsi.

Ma, anche indipendentemente dai nessi tra le due dimensioni della disuguaglianza, la questione della struttura complessiva delle opportunità di reddito e di ricchezza, all’interno della quale favorire la mobilità, resta di cruciale importanza. La mobilità richiede tempi molto lunghi per realizzarsi, e anche per questo è necessario prestare attenzione a chi, nell’immediato, occupa i posti più bassi nella scala dei redditi. E occorre farlo avendo presente ulteriori dimensioni di disuguaglianza, fonte sempre più di malessere sociale. Tra le tendenze che sembrano essere in atto nel nostro paese, ne menzioniamo due che ci paiono particolarmente importanti e che, se non contrastate, potrebbero condurre, in un futuro neanche troppo lontano, a situazioni sociali profondamente ingiuste.

Il primo fenomeno riguarda l’esposizione dei singoli a una crescente oscillazione dei redditi nell’arco della propria vita. Questo fenomeno, che ha ovvie implicazioni per la qualità della vita dei singoli e anche per i loro comportamenti più o meno favorevoli alla crescita economica, coglie dinamiche più complessive di quelle alle quali normalmente si fa riferimento parlando di precarietà. Esse, infatti, segnalano un crescente spostamento sui singoli, nell’arco dell’intera loro vita, di rischi che la società nel suo insieme si mostra sempre meno disponibile a sopportare.

Il secondo fenomeno riguarda la tendenza, segnalata da alcuni dati, verso un crescente polarizzazione; cioè, per condensare un fenomeno complesso in poche battute, verso la formazione di gruppi omogenei al loro interno ma fortemente differenziati, e distanziati, rispetto ad altri gruppi. Molto spesso la polarizzazione ha una corrispondenza geografica precisa, ma può essere colta anche indipendentemente da questa corrispondenza: questo avviene, ad esempio, quando i redditi dei vari individui tendono a distribuirsi attorno a due valori, uno alto e l’altro basso. Due valori polarizzati, dunque. E la polarizzazione, così intesa, è l’altra faccia della medaglia della scomparsa del ceto medio, di cui molto si è discusso. Un problema, questo, che non ha solo rilevanza economica, ma anche sociale e culturale.

Infine, va considerato che il reddito e la ricchezza sono solo una delle dimensioni, quella che Sen chiama la dimensione dell’opulenza, delle opportunità. Esistono molte altre opportunità di ben-essere che non sono automaticamente correlate al reddito e alla ricchezza e neppure possono essere concepite come unicamente strumentali alla mobilità sociale. Un esempio è l’assistenza sanitaria e socio-sanitaria, che, anche in ragione delle carenze dei mercati assicurativi, potrebbe risultare inaccessibile attraverso acquisti di mercato anche per soggetti non poveri. Oppure, si pensi alla natura dei lavori e al raccordo fra lavoro e cura, o, ancora, all’opportunità di vivere in un contesto urbano decente e di favorire l’esercizio della socialità.

Per tutte queste ragioni, la costruzione di una società giusta non può essere affidata soltanto alla promozione della mobilità sociale. L’importanza di quest’ultima non è in discussione. Ma occorre anche contrastare le altre dimensioni della disuguaglianza. Per l’impegno egualitario della sinistra il programma resta, dunque, assai ricco e articolato.

 

Maurizio Franzini ed Elena Granaglia

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