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LA COMMEDIA DELLA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA NEL PUBBLICO IMPIEGO E-mail
Pubblica Amministrazione
di Bernardo Giorgio Mattarella
05 marzo 2008

pubblica amministrazioneLa contrattazione collettiva di lavoro nel settore pubblico ha quattro protagonisti: due rappresentanti che concludono contratti per due rappresentati. Naturalmente, ciascuno di essi è composto da molti soggetti diversi (con l’eccezione del rappresentante della parte pubblica: l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni - Aran - che è sempre la stessa). Ma tutti sono accomunati dal fatto di giocare un ruolo diverso da quello apparente: come in una commedia, i quattro attori recitano una parte diversa da quella che essi hanno nella vita reale.


Il prologo

La commedia ha un prologo, dato dalla quantificazione delle risorse finanziarie destinate ai rinnovi contrattuali, che viene operata dalla legge finanziaria dell’anno di riferimento. Anche se la commedia non è ancora iniziata, è questa la fase più importante, o almeno quella che attira maggiormente l’attenzione del pubblico. La contrattazione formale inizia dopo, ma in questa fase si svolge una contrattazione informale tra la parte pubblica (o, meglio, il Governo, che è a sua volta un rappresentante dei cittadini) e i rappresentanti della parte privata (cioè i sindacati).

Ciò determina due problemi rilevanti: il primo è che le buone regole sulla rappresentatività sindacale, che si applicano alla contrattazione formale, sono ignorate in quella sostanziale, che rimane monopolio delle grandi confederazioni; il secondo è che spesso il prologo si prolunga a scapito della commedia, perché i sindacati non sono soddisfatti delle risorse stanziate e rifiutano di avviare le trattative. Ciò contribuisce a spiegare i sistematici ritardi dei rinnovi contrattuali.

 

La parte pubblica rappresentata

Veniamo ai protagonisti. Le amministrazioni pubbliche sono datori di lavoro particolari, perché non gestiscono soldi propri. Al loro vertice vi sono politici, che a loro volta rappresentano i cittadini. Il guaio è che tra questi ultimi vi sono i dipendenti pubblici, che i ministri tendono spesso a trattare non come dipendenti, ma come elettori: la contrapposizione di interessi tra datore di lavoro e lavoratore viene stemperata dalla ricerca del consenso.

Deboli nei confronti della controparte contrattuale, i politici sono invadenti nei confronti del loro rappresentante, rispetto al quale si pongono quasi come organi d’appello: i ministri sono spesso disponibili, anche in competizione tra loro, ad ascoltare le richieste dei sindacati, che non siano state accolte dall’Aran.

 

Il rappresentante della parte pubblica

L’Aran, evidentemente, ha una parte infelice in commedia. Ha ben poca autonomia da spendere e gioca a carte scoperte, perché la controparte conosce le sue carte (quanti soldi può spendere) e anche le sue mosse, in quanto conosce gli atti di indirizzo, che essa ha avuto dai propri rappresentati.

Come se non bastasse, l’Aran si trova a rappresentare un soggetto che spesso si preoccupa dell’interesse della controparte più che del proprio: tanto che sono a volte i sindacati a richiamare l’Aran al rispetto di quegli atti di indirizzo; tanto che, con il memorandum sul lavoro pubblico del gennaio 2007, il Governo si è impegnato a coinvolgere i sindacati (cioè i rappresentanti della controparte) nella predisposizione degli «atti di indirizzo per il rinnovo di tutti i contratti di lavoro».

 

Il rappresentante della parte privata

I sindacati sfruttano abilmente le debolezze della parte pubblica: aspettano il momento più propizio per avviare e concludere le trattative; assumono gli stanziamenti delle leggi finanziarie come base della contrattazione e non come limite alla contrattazione; sfruttano il rilievo politico dei rinnovi contrattuali; si rivolgono al rappresentato quando non ottengono abbastanza dal suo rappresentante.

Poiché nessuno fa loro rispettare le regole, spesso non le rispettano. Pretendono di negoziare su ciò che non è negoziabile, compresa l’organizzazione amministrativa: quale imprenditore accetterebbe di contrattare sull’organizzazione produttiva? La legge, invece, consente – entro certi limiti – ai contratti di disciplinare l’organizzazione e questi limiti, pur generosi, vengono regolarmente violati.

 

La parte privata rappresentata

Questa invadenza dei sindacati va a beneficio dei sindacati stessi, più che dei loro rappresentati. I dipendenti migliori sono danneggiati dall’egualitarismo e dall’assenza di meccanismi di valutazione dei rendimenti e di premi alla produttività: che i contratti collettivi dovrebbero promuovere, ma si limitano a enunciare (non solo per cattiva volontà, ma anche per altre ragioni, non ultimo il fatto che i contratti arrivano molto dopo lo svolgimento delle prestazioni da valutare e premiare). Nel complesso, i dipendenti sono danneggiati dal cattivo andamento che ne deriva.

Certo, essi sono avvantaggiati da un sistema di contrattazione che fa avere molto, anche se tardi. Ma, a ben vedere, i rilevanti aumenti retributivi degli ultimi anni non sono dovuti ai contratti collettivi nazionali, ma a quelli integrativi (conclusi con le singole amministrazioni) e, soprattutto, dalle progressioni in carriera (per esempio, con la moltiplicazione dei dirigenti). Ciò dimostra che, per le retribuzioni, i dipendenti pubblici contano più sul rapporto con la propria amministrazione che sulla contrattazione tra Aran e sindacati.

 

Qualche conclusione

In sintesi: una parte pubblica che non si lascia rappresentare dal proprio rappresentante; un rappresentante della parte pubblica che non ha poteri; un rappresentante della parte privata che tende a scavalcare il proprio interlocutore, per rivolgersi direttamente alla parte pubblica; una parte privata che riesce a condizionare più la parte pubblica che il proprio rappresentante.

I risultati, è generalmente riconosciuto, non sono buoni. D’altra parte, ritornare a uno statuto pubblicistico dei dipendenti pubblici non sembra né realistico, né utile, né necessario. Meglio cercare di far uscire la contrattazione dalla commedia e farla rientrare nella realtà. Con qualche accorgimento: per esempio, il potenziamento dell’Aran; la riduzione del numero dei contratti nazionali, molti dei quali riguardano poche centinaia o poche decine di persone; l’estensione delle regole sulla rappresentatività alla "contrattazione sostanziale"; la trasparenza e l’omogeneità nel calcolo delle cifre, per evitare il consueto balletto. Ma, soprattutto, accettando il fatto che la contrattazione implica contrapposizione di interessi. E, di conseguenza, adottando comportamenti più virtuosi e meno invadenti da parte di forze politiche e sindacati.

 

Bernardo Giorgio Mattarella

  Commenti (1)
Lavoro pubblico privatizzato e non priva
Scritto da silvano website, il 04-06-2009 12:23
Lavoro pubblico privatizzato e non privatizzato. Disparitą di trattamento. Sentenza di condanna datoriale alla reintegra esclusivamente nelle mansioni precedentemente svolte, eseguita, ritenuta successivamente non coercibile dallo stesso giudice del lavoro di I°grado (bisognerebbe attendere il pronunciamento definitivo. Analoga sentenza emessa dal TAR subito eseguita tramite commisario ad acta in conformitą alla recente riforma. Vedere http://www.areagiuridica.com

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