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RICCHI BRITANNICI, ITALIANI ED ALTRI* E-mail
Fisco
di Ruggero Paladini
25 giugno 2009

tassazione_ricchi_paladini.jpgE’ notizia recente che il governo Brown ha deciso di aumentare dal 40 al 50 per cento l’aliquota su coloro che guadagnano oltre 150mila sterline; si tratta di circa 300mila contribuenti (294mila nell’anno 2007), lo 0,7% dei redditieri britannici; percentuali di questo genere, per convenzione unanime, identificano i ricchi (anche se per il "top" dei ricchi si prende lo 0,1%, o anche lo 0,05%). 


In un lavoro di Piketty e Saez(1), due economisti che hanno compiuto studi approfonditi sulla distribuzione dei redditi e sull’effetto della tassazione, vengono calcolate le quote dei "ricchi" in un arco trentennale.


Tabella I

 

Stati Uniti, Regno Unito e Francia: quote del reddito lordo e netto dello 1% dei redditieri

Fonte: Piketty-Saez 2007.

 

US 1970

UK 1970

Francia 1970

US 2004

UK 2000

Francia 2005

Quota pre-tax

9,02

6,84

7,55

19,68

12,98

6,65

Quota post-tax

6,21

4,03

6,89

17,14

10,08

5,98

Rapporto post/pre

68,8%

58,9%

91,3%

87,1%

77,7%

89,9%

 

Come si vede, le quote dei due paesi anglosassoni sono cresciute in modo veramente notevole, in particolare negli USA, ma quelle post-tax nettamente di più di quelle pre-tax, il che indica una diminuita progressività dell’imposizione. In Francia invece il fenomeno non si è verificato; le due quote sono entrambe diminuite. L’ultima riga riporta il rapporto tra la quota al netto delle imposte e quella al lordo; più bassa è la percentuale, maggiore è l’effetto di progressività (UK 1970); più alta la percentuale, minore l’effetto (Francia 1970).

La caduta dell’effetto redistributivo in USA e UK dipende dalla forte discesa delle aliquote marginali più alte. In Francia l’effetto redistributivo è sempre stato scarso, perché il prelievo fiscale si basa più su contributi e imposte indirette che su imposte dirette; anche il quoziente familiare, tipico dell’imposta sulle persone fisiche, riduce il grado di progressività del prelievo. Tuttavia il leggero aumento del grado di progressività tra il 1970 ed il 2005 dipende dall’introduzione, avvenuta con la presidenza di Mitterand, dell’imposta personale sul patrimonio.

Non è possibile ripetere per l’Italia gli stessi calcoli eseguiti da Piketty e Saez per mancanza di dati, ma è possibile limitarsi all’Irpef, cioè alla principale imposta diretta, alla quale è demandata la realizzazione del principio di progressività. La Tabella II si riferisce al 1978, perché è il primo anno in cui i dividendi delle azioni ordinarie entrano, col credito d’imposta, nel reddito imponibile. Data l’alta concentrazione dell’azionariato, questo fattore ha rialzato la quota di reddito dichiarato dal top dei contribuenti. Nel 2006 invece solo i dividendi da partecipazioni qualificate entrano, per il 40%, in Irpef. Naturalmente per calcolare l’1% dei redditieri bisogna partire (per il 2006) dai redditi superiori ai 90mila euro (nel 1978 da 17 milioni di lire, equivalenti a circa 51mila euro del 2006).

 

Tabella II

 

Italia: quota del reddito lordo e netto dell’1% dei redditieri

 

1978

2002

2006

Quota pre-tax

7,29

9,71

10,02

Quota post-tax

5,99

7,43

8,08

Rapporto post/pre

82,2%

76,5%

80,6%

 

 

Anche nel caso italiano tra il 1978 ed il 2006 si ripete il fenomeno di una crescita di entrambe le quote, se pur in misura più ridotta rispetto a USA e UK. L’indice di Gini colloca l’Italia tra il gruppo di paesi a più alta diseguaglianza, insieme con gli altri paesi mediterranei ed il Regno Unito, ad un livello più basso comunque degli Stati Uniti. Si può notare come le due quote crescano praticamente allo stesso modo: pre-tax (+37%) e post-tax (+35%). Piuttosto una differenza si nota tra il 2002 ed il 2006: la quota pre-tax aumenta del 3,2% mentre quella post-tax dell’8,7%; è stato in particolare il c.d. secondo modulo dell’Irpef (Finanziaria 2005) che ha favorito il top 1% dei redditieri, con la diminuzione di due punti dell’aliquota dell’ultimo scaglione. Il risultato è stato quello di una leggera diminuzione del grado di progressività, che era invece aumentato dal 1978 al 2002.

La sostanziale tenuta, anzi il leggero incremento del grado di progressività dell’Irpef, nel trentennio sembra dovuto all’operare di più fattori: prima, tra il 1978 e il 1998, il passaggio di scaglione verso l’alto della maggior parte dei contribuenti appartenenti all’1%, provocato sia dal fiscal drag che dalla crescita dei redditi reali, ha determinato su di loro aliquote marginali più elevate; a partire dal 1998, le aliquote superiori sono state ridotte fino all’attuale 43% di aliquota massima, che resta però tuttora superiore per una ampia parte di loro (quelli che nel 1978 si collocavano tra 17 e 50 milioni) rispetto al 1978 (le aliquote per questa fascia si collocavano tra il 33 e il 42%); infine, in direzione di una maggiore progressività ha agito anche la trasformazione di una serie di spese da oneri deducibili dal reddito a detrazioni di imposta. Spese mediche, interessi passivi su mutui ipotecari, premi di assicurazione-vita, spese scolastiche (per citare solo le principali), che fino al 1991 garantivano un risparmio d’imposta pari all’aliquota marginale del contribuente, diventano detrazioni al 19% (quindi, a parità di spesa, stesso risparmio d’imposta per tutti i contribuenti)(2); inoltre i limiti di spesa fiscalmente riconosciuti non hanno seguito l’inflazione, ed in alcuni casi, come i premi di assicurazione, sono rimasti fissi in valore assoluto (2,5 milioni di lire, cioè 1.290 euro).

In conclusione (e tenendo presente che per l’Italia ci si riferisce solo all’Irpef), si nota che l’effetto redistributivo, che nel 1978 era nettamente inferiore a quello dei paesi anglosassoni, ma superiore alla Francia, si colloca nel 2006 su valori relativamente elevati, a causa della forte diminuzione avvenuta sia in USA che in UK.

Peraltro, mentre nel Regno Unito coloro ai quali verrà applicata l’aliquota del 50% sono, come si è detto, circa 300mila, in Italia coloro che, nel 2006, avevano più di 175mila euro (più o meno equivalenti a 150mila sterline) erano solo 93mila; tenendo presente che i due paesi hanno una popolazione simile, un Pil simile, e una distribuzione dei redditi simile, la differenza tra lo 0,7% britannico e lo 0,23% italiano appare curiosa, indice sicuramente del maggior grado di evasione presente (anche al top) in Italia.

 

 

* A quest’articolo - "I ricchi" - ne seguirà un secondo dello stesso autore nella prossima newsletter.

 

 

1 How progressive is the U.S. Federal Tax System? A Historical and International Perspective, Journal of Economic Perspectives, winter 2007.

2 Il passaggio da deduzioni a detrazioni avvenne con la Finanziaria 1993 di Amato; il risparmio d’imposta fu limitato al massimo del 27% (l’aliquota marginale più alta era al 51%); nella legislatura 1996-2001 la detraibilità scenderà al 19%.


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