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Fisco
di Franco Osculati
19 giugno 2009

irap_osculati.jpgSi torna a parlare e a sparlare di Irap. La legge delega sul federalismo fiscale, n. 42/2009, prevede che il tributo regionale rimanga "fino alla data della sua sostituzione con altri tributi" (art. 8). Di questi, però, nella legge non c’è traccia. Già la "Delega fiscale", legge 80/2003, ne prometteva che la "graduale abolizione … con precedenza ai soggetti con prevalente incidenza del costo del lavoro" (art. 8).

Solo con la finanziaria per il 2007 (legge 296/2006) si è giunti ad una riduzione dell’aliquota base, al 3,9%, e ad una sostanziosa deduzione sui costi del lavoro. Recentemente è stata inserita una deduzione parziale, al 10% dell’Irap pagata, sugli imponibili delle imposte sui redditi.

 

Nel recente convegno di Santa Margherita, Federica Guidi, presidente dei "Giovani imprenditori" di Confindustria ha definito l’Irap "imposta rapina" e ha indicato per il suo superamento una ricetta composta da un’addizionale regionale Ires e da un contributo sanitario a carico delle aziende. Il tutto, secondo la Guidi, sarebbe a parità di gettito. La proposta, non banale, va discussa e rinviata ad ulteriori approfondimenti. Ma smettiamola con la retorica.

Anzitutto, la clausola della parità di gettito, date le condizioni complessive della finanza pubblica, va intesa come parità di gettito complessivo, cioè insieme regionale e statale. Infatti, va chiarito se i contributi sanitari reintrodotti vanno intesi come deducibili da Irpef e Ires. Probabilmente è sottinteso che, alla pari dei contributi previdenziali, siano deducibili. In questo caso si determinerebbe un calo del gettito erariale da compensare in qualche modo. Proprio per evitare che un livello di governo possa influire sulla raccolta tributaria di un altro livello di governo, tra i principi e i criteri direttivi generali esplicitati dalla legge 42 è stata inserita l’"esclusione di interventi sulle basi imponibili e sulle aliquote dei tributi che non siano del proprio livello di governo" (art. 2). Dato che difficilmente può essere inteso come non deducibile dall’imponibile di tributi erariali, il contributo sociale non è un buon tributo regionale o locale. E infatti nei confronti internazionali difficilmente ci si imbatte in una presenza significativa di contributi sociali nel finanziamento dei governo sub statali.

Va da sé, inoltre, che per simmetria ove si reintroducessero i contributi sanitari sul lavoro dipendente si dovrebbe recuperare la vecchia "tassa sulla salute" a carico del lavoro autonomo.

Nell’esperienza internazionale, nel finanziamento di stati o regioni o simili, è invece meno raro il ricorso alla tassazione del reddito delle persone giuridiche. Tuttavia, la teoria del buon tributo locale (Musgrave e epigoni) pone in risalto alcuni probabili inconvenienti. Il primo riguarda la variabilità, anno su anno, del gettito di un prelievo sui profitti. Questi, tra le macro grandezze sulle quali è possibile ancorare la tassazione, sono i più ballerini. A conferma, per esempio, il dato di cassa dell’Ires del 2007 sull’anno precedente segna un incremento del 27% (da 40 a 51 miliardi). L’Irap, che comunque ingloba una parte di tassazione dei profitti, nello stesso periodo segna un incremento del 5% (da 37 a 39 miliardi). Sarà interessante constatare cosa avverrà, in questi tassi di variazione (presumibilmente negativi), nel periodo di crisi, profonda, dal 2008 al 2010.

Il federalismo fiscale privilegia le imposte più stabili nel tempo e, analogamente, consiglia di colpire gli imponibili più uniformemente distribuiti sul territorio. I profitti societari non sono tra questi. Non a caso negli Stati Uniti il gettito dell’imposta societaria viene ripartita tra gli stati in base ad una formula costituita da tre elementi: valore degli impianti, salari e vendite. Nel caso italiano, dato che i profitti si collocano dove ha sede legale la società, si dovrebbe applicare analoga procedura per evitare uno squilibrio Nord (specialmente Lombardia)/Sud marcatissimo. L’Irap, nel caso di imprese multimpianto, approssima il problema con il riferimento solo ai salari. Ma nel caso dell’Irap, un’imposta che colpisce l’intero valore aggiunto e quindi anche la parte di remunerazione del lavoro, questo parametro può essere sufficiente. Nel caso di un’imposta come l’Ires, che colpisce solo la remunerazione del capitale sotto forma di profitti, il parametro dei salari può rivelarsi insufficiente. Si dovranno inserire anche altre informazioni, come il valore degli impianti e le vendite. Ma questo potrebbe dare luogo ad ulteriori complicazioni dato che, per esempio, una società con due unità produttive, una con addizionale regionale Ires bassa e una con addizionale Ires alta, avrà convenienza a sovrastimare gli impianti della prima. Insomma, un’eventuale Ires regionalizzata sembra prestare il fianco a troppo facili arbitraggi fiscali. E questi in definitiva renderanno improbabile la manovra regionale sulle aliquote delle proposte addizionali.

L’Irap è un esempio di tributo locale sul business. Le imposte di questo tipo appaiono tanto discusse sul piano dell’accettabilità politica, quanto consigliate dagli specialisti. In due recenti rapporti ufficiali, l’uno inglese e l’altro francese, il tema è preso in attenta considerazione. Il primo (House of Commons. The Balance of Power: Central and Local Government, 19 maggio 2009) afferma l’importanza di una nuova "business rate", cioè di un tributo locale, a carattere patrimoniale, sull’attività produttiva con facoltà di aliquota per le autorità locali. Il secondo (Comité pour la reforme des collectivités locales, o "Rapport Balladur", 5 marzo 2009) accetta parte delle comuni critiche alla taxe professionnelle (che ha un imponibile costituito all’80% dal valore degli impianti e dei beni mobili delle imprese) ma propone in sostituzione un prelievo fondato sul valore locativo dei beni d’impresa e sul valore aggiunto. Dunque, oggigiorno in Europa si discute di null’altro che varianti dell’Irap (peraltro con consistente componente patrimoniale). Anche questo fa dubitare che il superamento dell’Irap sia tra le priorità del paese.

I dubbi aumentano se si considera che un’eventuale scomposizione dell’Irap (come, per esempio, contributi sanitari più addizionale Ires) farebbe compiere al sistema consistenti passi indietro sul fronte della complessità. Con l’istituzione dell’Irap si fece a meno di ben sette tributi, tutti più o meno discussi o discutibili: oneri sanitari, tassa salute, Ilor, imposta sul patrimonio netto delle imprese, Iciap, tasse sulle concessioni comunali e tassa sulla partita Iva.

Infine, la retorica. Perché imposta "rapina"? Dell’Ici prima casa si disse e ripeté che era la tassa più odiata dagli italiani. In base ad un’affermazione arbitraria si è compiuto un errore di sistema (fiscale, non ovviamente di sistema mediatico/politico). Speriamo che non si ripeta l’esperienza di abolire un’imposta logica, come l’Irap, soltanto perché si è azzeccato un aggettivo, avendo la forza comunicativa di ripeterlo in ogni dove e all’infinito. Tuttavia, rimane una differenza tranquillizzante, a suo modo. L’Ici prima casa valeva tre miliardi. L’Irap comporta quasi 40 miliardi. E per una cifra del genere non basta la fantasia.

  Commenti (2)
irap tutti ne parlano male, ma funziona
Scritto da raffaello lupi website, il 28-06-2009 18:13
Ciao, Franco, Giravo su internet e ho trovato queste tue interessanti riflessioni sull'IRAP. Non sono mai stato un fanatico dell'IRAP (anche se fui uno dei primi a contrastare il suo superficiale accostamento all'IVA). Anche se mi occupo pi¨ di come individuare la capacitÓ economica, che di come aggregarla per la tassazione, la costruzione dell'IRAP come imposta sui redditi "in monte" consente di prendere il reddito dove si produce, e sostanzialmente anche di colpire i redditi di capitale a carico delle imprese, diretti all'estero, che altrimenti sfuggirebbero. La proposta della giovane imprenditrice riporterebbe il tributo solo su profitti e redditi di lavoro. Forse l'impista Ŕ iniqua perchŔ l'impresa paga per capacitÓ economica di altri, su cui Ŕ difficile fare rivalse economiche, ma di questo si potrebbe parlare. Ciao. Raffaello Lupi
un'integrazione sul gettito Ires 2008
Scritto da Fernando Di Nicola, il 25-06-2009 16:45
Nel condividere totalmente l'articolo, vorrei segnalare due piccoli refusi nell'introduzione ed 
un'utile integrazione ai dati di gettito Ires presentati nel testo. 
 
Nell'introduzione all'articolo si afferma che Ŕ la finanziaria per il 2007 ad aver ridotto l'aliquota Irap al 3,9%, mentre Ŕ stata la complessiva 
riforma Ires-Irap con la Finanziaria 2008 ad averlo fatto (nel 2007 c'era stato l'intervento di riduzione dell'imponibile Irap legato al costo del lavoro). 
 
Sempre nella presentazione dell'articolo si cita una deduzione dall'Ires del 10% dell'Irap, mentre mi pare che il 10% si riferisca solo alle componenti Irap legate al costo del lavoro e interessi. 
 
Nell'articolo, invece, si sottolinea giustamente che il gettito Ires Ŕ estremamente ballerino e si citano i gettiti 2006 (40 miliardi) e 2007 (51 mld), presumendo che nel 2008-2010 potrebbero esserci cadute del gettito. 
Segnalo, a conferma del ragionamento, che la recente RUEF giÓ riporta il gettito Ires 2008 che, come paventato, inizia a scendere collocandosi a 48 miliardi (ma c'Ŕ da aspettarsi un crollo per il 2009...). 
Fernando Di Nicola

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