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PROSPETTIVE PER IL PD DOPO IL VOTO* E-mail
Politica e Istituzioni
di Luciano Fasano, Marco Leonardi
19 giugno 2009

pd_leonardi1.jpgQuali prospettive si aprono per il PD, all’indomani del voto del 6 e 7 giugno? La differenza di risultati tra europee (ancora sopportabili) e amministrative (disastrosi) mette in luce che il PD tiene come progetto di opinione ma ha crescenti difficoltà a mantenere un radicamento nel territorio. Il PD come progetto di opinione tiene, in un contesto bipolare, non tanto per l’affermarsi di una sua chiara identità, quanto perché l’idea del ritorno ad un partito socialdemocratico tradizionale, dopo il fallimento dei partiti socialdemocratici in Europa e delle liste comuniste in Italia, sembra oggi improponibile.
*Articolo pubblicato anche su Le nuove ragioni del socialismo


Il voto europeo – di fatto un grande sondaggio di opinione – ha due facce. Una faccia interna, che va confrontata con il risultato ancor peggiore delle amministrative. E una faccia esterna, che evidenzia una tendenza sensibilmente migliore di quella mostrata dalle principali forze politiche della sinistra europea di ispirazione socialista e socialdemocratica. In un panorama continentale in cui i governi moderati, malgrado la crisi economica, tengono, mentre quelli di sinistra riformista registrano una significativa flessione, sperimentando anche una dissipazione di voti a vantaggio delle componenti più radicali, non è dubbio che il risultato del PD, e con esso il progetto politico che questo nuovo partito intende esprimere, ne esca tutto sommato rafforzato.

Molti osservatori avevano in passato messo in luce le difficoltà del campo socialista europeo, segnalando come la stessa discussione sulla collocazione internazionale del PD fosse fuorviante, tenuto conto della profonda crisi di idee e di progettualità che ormai da tempo affligge quel campo di forze, in ambito europeo e internazionale. Queste osservazioni valgono oggi con maggior forza. In un contesto bipolare, un PD "socialdemocratizzato" sarebbe ancor meno attraente, e non è un caso che i propugnatori della socialdemocratizzazione sostengano anche l’uscita da un sistema bipolare: ci si rassegna ad una socialdemocrazia più piccola nella speranza che possa allearsi ad un partito centrista, e che "guarda a sinistra", più grande.

Il dato internazionale è però una magra consolazione: sotto il profilo interno è assai sconfortante un risultato che assegna al PD poco più del 26% quando solo un anno fa, al suo esordio elettorale, aveva ottenuto il 33,2%. La strada resta in salita e la prospettiva di diventare una forza di governo a vocazione maggioritaria è sempre più lontana. Se in Europa il riformismo di ispirazione socialdemocratica e socialista segna una netta battuta di arresto, lasciando intendere che l’orizzonte strategico del futuro debba mettere in conto un suo superamento, l’idea che il progetto del PD possa essere una soluzione a questo problema – con le difficoltà che esso sconta per affermarsi nel nostro paese – è tutta da provare. E l’onere della prova spetta proprio ai sostenitori della "vocazione maggioritaria". Quando Giuliano Ferrara avanza l’ipotesi del "tutti sotto le ali del PD" egli propone una possibile soluzione, credibile solo se passa il referendum, ma difficilmente accettabile, dati i problemi di governabilità che si porrebbero. Chi ha però idee migliori si faccia avanti, se no in campo resta solo la rassegnazione di un ritorno all’indietro: ritorno che Berlusconi e Fini non ci concederanno mai, perché mai abbandoneranno il premio di maggioranza che li avvantaggia.

Sul fronte interno, invece, il segno di questa tornata amministrativa per il PD è negativo, senza se e senza ma. E lo è in modo particolare al Nord, dove i limiti del centrosinistra nel rappresentare un’alternativa credibile all’asse strategico fra PdL e Lega sembrano al momento insormontabili. Nelle principali province del Nord che andranno al ballottaggio, ad eccezione di Torino dove il centrosinistra è in testa per meno di quattro punti percentuali, il centrodestra accede al secondo turno con margini di vantaggio molto ampi. In Piemonte, ben tre province su quattro governate da giunte di centrosinistra passano al centrodestra già al primo turno. In Lombardia, ben tre su quattro, a cui si deve aggiungere la nuova provincia di Monza, conquistata senza colpo ferire dal centrodestra. In Veneto, la straordinaria avanzata della Lega Nord fa sì che le tre province amministrate da giunte di centrosinistra vadano tutte al ballottaggio. In Liguria, l’unica provincia al voto, Savona, governata da una giunta di centrosinistra, è costretta al ballottaggio. Per quel che riguarda i sei comuni capoluogo governati dal centrosinistra, quattro sono stati persi già al primo turno e solo a Cremona e Padova si continua a sperare.

Un bilancio assai magro, il cui segno definitivo dipenderà soprattutto dai ballottaggi di Cremona (comune) e Milano (provincia), dove peraltro si parte svantaggiati, con il primo sotto di quattro punti percentuali e il secondo di ben dieci. Ancora una volta (chi non ricorda la sconfitta alle amministrative del 2007, quando ancora il PD era in gestazione?) l’assenza del PD dal territorio, che prima ancora di essere fisica è nei simboli, nel linguaggio e nelle proposte, è un dato conclamato, come dimostra la pesante perdita di consensi fatta registrare nel sud della Lombardia. Dalle rive pavesi del Ticino in giù, ad eccezione di Mantova e Lodi, dove peraltro non si è votato, si è assistito ad un vero e proprio smottamento. Un esito che fa il paio con la lenta ma progressiva perdita di consensi che il PD subisce nelle cosiddette regioni rosse del centro Italia. A fronte del risultato negativo del PD, sempre nelle regioni del Nord, si assiste invece ad una buona prestazione dell’IdV, a conferma della dinamica strettamente competitiva e a vasi comunicanti che ormai contraddistingue il rapporto fra i due principali partiti del centrosinistra.

Il primo problema che si pone per il PD è in che modo, un partito che nella parte più avanzata e dinamica del paese fatica mediamente ad ottenere poco più di un quinto del consenso elettorale complessivo, possa ancora continuare ad alimentare una vocazione maggioritaria. In primo luogo, occorre riconoscere che, per le caratteristiche che sta assumendo la competizione partitica, per lo meno a partire dalle elezioni politiche del 2008, l’esistenza di una dinamica bipolare fortemente ancorata all’esistenza di due partiti a vocazione maggioritaria, uno di centrodestra e uno di centrosinistra, è ancora di là da venire. Se il PD soffre la presenza dell’IdV, il PdL soffre allo stesso modo la presenza della Lega Nord. Anche a prescindere dall’entità del consenso elettorale, perché si tratta di un vincolo che finisce inevitabilmente col pregiudicare la funzione di leadership che il partito di maggioranza relativa di ciascuno dei due schieramenti dovrebbe poter esercitare, affinché possano prodursi maggioranze in grado di governare e non solo di vincere le elezioni. E il bipolarismo all’italiana non funziona se, sia da una parte sia dall’altra, i principali alleati del partito relativamente più grande mostrano caratteristiche di tipo parassitario, lucrando la propria rendita di posizione politica, programmatica ed elettorale sui rispettivi fratelli maggiori.

L’opportunità di ricercare con coerenza, in un ambiente politico elettorale ostile come il Nord, la via del soggetto politico a vocazione maggioritaria non può che passare attraverso un’attenta lettura dei pochi punti di forza propri o dei punti di debolezza altrui, ancor minori. Se è vero che la Lega Nord è la vincitrice di questa tornata elettorale, è altrettanto vero che occorre individuare il terreno migliore sul quale provare a sfidarla. E prendendo ad esempio la realtà di Milano e provincia, dove per la prima volta il centrosinistra ottiene un risultato migliore in città, si dovrebbe provare a riflettere sul perché la Lega faccia meno presa nei grandi centri urbani. La lezione per il PD non può che essere quella di affrettarsi a risolvere le questioni di linea politica su almeno tre direttrici fondamentali: diritti, lavoro e immigrazione. Un leader credibile ed una linea politica chiara su queste questioni è condizione necessaria per mettere un argine alla deriva verso posizioni populiste, sia a destra (Lega) sia a sinistra (DiPietro). Se poi la legge elettorale non dovesse cambiare, ovvero se fosse cambiata con un’altra in grado di produrre effetti maggioritari migliori, la strategia del PD resterebbe quella di costruire un politica che guardi al centro e metta in luce l’incoerenza degli avversari: Berlusconi ha successo nel presentarsi come una perenne novità, ma non fa nessuna riforma strutturale e sebbene giochi a fare l’anti-establishment è oggettivamente padrone di un pezzo importante di economia italiana. E senza pensare al "tutti insieme appassionatamente" di Giuliano Ferrara, le forze alla sinistra del PD dovranno comunque scegliere fra confluire in esso, oppure organizzarsi in un partito sufficientemente grande, diventandone un possibile alleato per il governo.

 

  Commenti (2)
Non c'è alternativa al Pd
Scritto da Riccardo Colombo, il 19-06-2009 20:01
Alcune considerazioni sono da condividere, come quelle riferite alla crisi del modello socialdemocratico e al basso radicamento sul territorio del Pd, ma mi sembra che l'intervento presenti il tradizionale difetto di molti commenti: oscillare tra riflessioni generali sulla crisi ideale ed organizzativa della sinistra da un lato e il ritorno alle vecchie logiche partitiche dall'altro. Pensiamo veramente che la cosìdetta " sinistra radicale" possa rappresentare un soggetto alternativo ? Con quali idee e con quali uomini ? Perchè dobbiamo dire che Italia dei Valori e la Lega sono parassiti di grandi partiti ? In realtà la vera alternativa al sistema bipolare sono le spinte autonomiste e fasciste, se a sinistra ( in senso lato ) non ci rendiamo di questo, temo che la conclusione sia una deriva autoritaria e la frattura del paese. Troppi sono i pericoli ai quali andiamo incontro: ci vuole unità nell'opposizione.
l'illusione democratica
Scritto da Andrea Stroscio, il 19-06-2009 19:41
paragonare le elezioni europee ad un sondaggio d'opinione è assai significativo. non si potrebbe invece dire che sono l'illusione di un'autentica democrazia? e non si potrebbe dirlo sempre più di tutte le elezioni democratiche? per marx la democrazia (liberale) era proprio un'apparenza ideologica della forma dell'illusione... 
il pse nell'ue extra italia cala del 5,7, il pd in italia del 5,1, collocandosi appena 5 punti circa sopra la media degli altri partiti del pse, ma ricomprendendo molte forze che altrove si collocherebbero con liberali e popolari, sicché c'è poco da stare allegri, forse il problema è più profondo e i risultati elettorali ne sono solo un epifenomeno

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