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LA CRISI FINANZIARIA: LE QUESTIONI SUL TAVOLO DEI REGOLATORI E-mail
Finanza
di Concetta Brescia Morra
05 marzo 2008

finanzaLa crisi finanziaria è oggetto di dibattito da parte di studiosi e istituzioni. Sotto accusa è l’innovazione finanziaria. Interventi regolamentari non appaiono semplici e, soprattutto, richiedono approfondimenti specifici e risposte articolate, in funzione dei diversi problemi emersi. Allo stato ci sembra importante sottolineare un punto: la tentazione di stabilire regole che pongano limiti e divieti all’operatività o alla libertà negoziale, in modo diretto o indiretto, non può essere seguita nei mercati attuali.


I fatti della crisi finanziaria iniziata nel mercato statunitense nel 2007 sono noti.

Difficoltà nel recupero dei mutui subprime hanno comportato problemi nelle cartolarizzazioni; i mutui subprime per prassi operativa erano ceduti in blocco a veicoli finanziari che, a fronte dei crediti, emettevano obbligazioni collocate nel mercato dei capitali. I problemi nelle cartolarizzazioni hanno provocato tensioni nel mercato interbancario, con conseguenze per le banche la cui raccolta era da esso dipendente. Il caso più importante si è verificato in Gran Bretagna. La banca Northern Rock, in situazione di difficoltà finanziaria, dopo diversi interventi delle autorità, è stata "temporaneamente" nazionalizzata.

Studiosi e rappresentanti delle istituzioni concordano sul fatto che l’impatto della crisi sull’intero sistema finanziario è rilevante (1). La circostanza che il nostro sistema bancario sia stato scarsamente coinvolto nelle operazioni finanziarie all’origine della crisi e nelle sue conseguenze più immediate non muta l’interesse per questo dibattito; ci riguardano i possibili riflessi sulla crescita economica e sulla fiducia degli investitori nel corretto funzionamento dei mercati finanziari.

Sotto osservazione sono l’innovazione finanziaria, con particolare attenzione alle cartolarizzazioni; il rischio di liquidità; assetti e poteri delle autorità di vigilanza, a livello nazionale e a livello internazionale.

Le cartolarizzazioni hanno sollevato diversi interrogativi. Il modello di banca c.d. "originate and distribute", in cui la fase della concessione del credito è separata da quella della gestione del rapporto, con il trasferimento del rischio al mercato, può creare disincentivi nell’esercizio della funzione bancaria più tipica: la valutazione del merito creditizio.

Sussistono incertezze sulla completa esclusione della responsabilità patrimoniale della banca cedente i crediti; ciò sia per ragioni legate alle diverse possibili articolazioni delle cartolarizzazioni e della loro valutazione nei singoli ordinamenti, sia per ragioni legate all’esigenza della banca di conservare una buona reputazione sui mercati che potrebbero indurla comunque a rispondere in caso di default dei crediti ceduti. La ricerca della certezza sul piano normativo degli effetti delle operazioni deve essere un obiettivo prioritario dei regolamentatori.

L’improvvisa scomparsa del mercato delle cartolarizzazioni non può essere spiegata solo alla luce delle perdite emerse nelle operazioni dei mutui subprime: esistono anche problemi legati al corretto funzionamento dei mercati, come, ad esempio, per le valutazioni delle agenzie di rating, un anello importante nel meccanismo delle cartolarizzazioni (2). Le questioni dei possibili conflitti di interesse e della responsabilità delle società di rating richiedono interventi regolamentari armonizzati fra i principali paesi.

Il rischio di liquidità non è stato fino a ora oggetto di regole concordate a livello internazionale, come avviene per il rischio creditizio con le norme di patrimonializzazione aggiornate dall’accordo di Basilea II del 2004. Uno studio della Banca d’Italia(3) mostra che ogni paese ha regole proprie: in alcuni casi di tipo quantitativo; in altri di tipo qualitativo; l’approccio misto è il più diffuso. La creazione di un level playing field anche in questo campo appare importante.

L’assetto delle autorità è particolarmente discusso nel Regno Unito. Il sistema creato nel 1998, con la sottrazione della funzione di vigilanza bancaria alla Bank of England e la sua attribuzione alla FSA, autorità unica che si preoccupa del controllo su tutti gli intermediari, per i diversi profili della stabilità e della trasparenza, non sembra aver funzionato bene nella situazione di difficoltà della Northern Rock. Più in generale, appare critica la circostanza che a fronte di una crisi che ha investito il mercato finanziario globalizzato si sono registrate risposte diverse e scarsamente concordate da parte delle autorità dei singoli paesi coinvolti. Un maggiore coordinamento fra le autorità è oggetto di discussione in più sedi internazionali.

Le questioni enucleate richiedono approfondimenti specifici. Alcune indicazioni di metodo appaiono già identificabili. In primo luogo, non sono proponibili oggi interventi regolamentari che limitino la libertà dei mercati e delle scelte delle imprese che vi operano, neppure se si invoca lo spettro della crisi degli anni trenta del secolo scorso. Risposte normative, come quelle varate in Italia con la legge bancaria del 1936 che sancì vincoli di specializzazione, limiti all’operatività e controlli pubblici fortemente discrezionali, non sono ripetibili nei contesti di mercato attuali. L’Italia ha ceduto a questa tentazione recentemente, in occasione della legge a tutela del risparmio (l. 262 del 2005), dopo le crisi dei gruppi Cirio e Parmalat; in quell’occasione sono stati rafforzati i limiti quantitivi alle emissioni di obbligazioni da parte delle società italiane, una forma di tutela "paternalistica" del risparmio, poco efficace nei mercati internazionali, differenziando il nostro ordinamento da quelli dei paesi economicamente e finanziariamente sviluppati. Appaiono più idonee regole che sanciscano una struttura degli incentivi che favorisca la corretta assunzione di rischi da parte degli intermediari(4).

Negli Stati Uniti si discute di regole che prevedano una responsabilità patrimoniale delle imprese bancarie che hanno originato i crediti, ovvero misure che intervengano sulle condizioni negoziali delle operazioni di prestito. In entrambi i casi, si tratta di interventi ex post sulle scelte imprenditoriali e negoziali che rischiano di produrre effetti distorsivi nei mercati.

Bisogna, inoltre, distinguere i casi fraudolenti, come quello verificatosi in Francia con l’operatività di un trader della Société Générale, probabilmente favorito da una catena di controlli interni poco efficiente o acquiescente, dai casi in cui non abbiano funzionato i meccanismi di mercato. Nei primi, appare corretto stabilire regole di responsabilità individuali, anche sul piano penale, adeguatamente deterrenti; in quest’ambito deve essere valutato anche se, e in quale modo, si possa intervenire sui possibili effetti perversi derivanti dai sistemi di incentivo nelle retribuzioni dei managers(5). Nei secondi sembrano più corrette regole che accrescano la trasparenza dell’attività e limitino i conflitti di interessi.

Gli argomenti trattati in questa nota rappresentano punti importanti nell’agenda di autorità e istituzioni di regolazione; ognuno di essi merita un approfondimento autonomo che si propone di condurre nei prossimi mesi nelle pagine di questo sito.

 

                                                                                                                                             Concetta Brescia Morra
 

1 Cfr. il Financial Risk Outlook dell’FSA (Financial Stability Authority) per il 2008, in

www.fsa.uk

2 Cfr. Economist, Credit rating agencies. Restructured products 9 febbraio 2008.

3 Cfr. A.M. Tarantola, Crisi di liquidità e futuro dei mercati. Aspetti operativi e regolamentari, www.bancaditalia.it

4 M. Draghi, FSF Working Group on Market and Institutional Resilience, Interim Report to the G7 Finance Ministers and Central Bank Governors, 5 febbraio 2008, in www.bancaditalia.it

5 Raughuram Rajan, Bankers’ pay is deeply flawed, in Financial Times, 9 gennaio 2008.

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