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NON È SOLO L’ENNESIMO STRAPPO E-mail
Relazioni industriali
di Roberto Romei
12 giugno 2009

cisl_uil_romei.jpgI due accordi separati del gennaio e dell’aprile del 2009 non rappresentano solo l’ennesimo strappo tra le confederazioni, ma segnano un passo forse non reversibile nella strategie di Cisl e Uil che sembrano orientarsi vero forme di relazioni industriali certamente inedite per la tradizione del nostro Paese. È questa la vera novità dei recenti accordi e con questa dovrà misurarsi la Cgil. A qualche mese di distanza dallo strappo consumatosi nei primi mesi di quest’anno tra le grandi organizzazioni sindacali del nostro Paese con la firma separata del Protocollo del gennaio 2009, la stipula nell’ aprile scorso di un accordo di attuazione del Protocollo per il settore industriale offre l’occasione per tornare sull’argomento.

 

Subito dopo la firma dell’Accordo del gennaio 2009, la reazione interna della CGIL è stata molto dura: il che è comprensibile; lo è meno è che ciò si sia tradotto in un’ accentuazione delle spinte isolazionistiche, sempre (troppo) presenti in questa organizzazione, ed in chiamate alle armi, anche giudiziarie, nei confronti delle altre due confederazioni.

È vero però che il Congresso della Cisl sembra aver segnato un primo timido segnale di disgelo. Se questo sia un primo passo verso una rinnovata unità di azione tre le tre sigle sindacali, o se la distanza sarà colmata (come già è avvenuto in passato a proposito dello strappo sul contratto metalmeccanico) sul terreno concreto dei rinnovi contrattuali, è presto per dirlo.

Quel che è certo è che l’Accordo di gennaio sembra tutt’altro che un accordicchio, come molti si sono affrettati a dire per svalutarne la portata:è un errore, anche perché la sistematica sottovalutazione rischia di occultare un aspetto non secondario delle recenti intese.

Certo l’Accordo di gennaio non ha il respiro di quello del 1993, ed in molte parti si poteva fare di meglio, ma occorre tenere presente che l’ Accordo, rispetto a quello del 1993, si muove su un piano diverso ed è frutto di un’ impostazione diversa. E prima ancora di fare le bucce al suo contenuto, è importante cogliere con esattezza questo passaggio, perché è con questo nodo che dovrà misurarsi la CGIL in un futuro forse più prossimo di quanto non si sospetti.

L’ Accordo di gennaio non si inserisce tra i grandi accordi di concertazione che hanno caratterizzato il sistema di relazioni industriali italiano degli anni passati:la contrattazione si svincola dal forte legame che la legava all’azione dello Stato, con il risultato che aumenta il tasso di autonomia del sistema di contrattazione collettiva.

Secondo un’ opinione diffusa ne uscirebbe rilanciata una logica puramente contrattuale, con una conseguente accentuazione degli elementi di conflittualità del sistema. Il che è probabilmente vero nell’immediato, ma per ragioni contingenti: e cioè per la mancata firma della CGIL, se quest’ultima confederazione,beninteso,sceglierà la strada della contrapposizione frontale.

In realtà l’Accordo sembra essere figlio di un’ impostazione totalmente opposta, muovendosi in un’ evidente cornice partecipativa che si manifesta non solo nell’enfasi che è data alla bilateralità, ma nel frequente rinvio all’azione di organismi paritetici. È infatti un organismo di questo tipo che governa l’andamento dei livelli retributivi; ed anche l’accordo di aprile rinvia ad organismi paritetici la verifica ed il monitoraggio sull’attuazione dell’accordo stesso, e in entrambi gli accordi colpisce il frequente rinvio che le parti operano ad avvisi comuni, a procedure di informazione e consultazione, alla predisposizione di binari di collaborazione reciproca.

È proprio in materia retributiva che questa prospettiva risalta in maniera particolare. Le parti ribadiscono la struttura su due livelli della contrattazione e ne stabiliscono la cadenza triennale: il che rappresenta una novità positiva dal momento che si decongestiona il ciclo dei rinnovi contrattuali: ne dovrebbe in prospettiva uscire agevolata la contrattazione di secondo livello; mentre a livello nazionale viene demandata l’ attuazione del meccanismo di governo dei salari.

Nel merito c’è poco da dire: circolano già letture di segno opposto e sarà necessario attendere gli esiti concreti. Quello che si può dire ora è che dall’accordo di aprile emerge una competenza più marcata delle parti in ordine al governo dei salari, come è evidenziato dal rifiuto di ogni automatismo. È significativo che il recupero di eventuali scostamenti tra inflazione prevista e reale sia affidato ad un Comitato paritetico che ha ampio margine di azione: è questo il senso del riferimento alla necessità che gli scostamenti siano "significativi": quello cioè di demandare interamente alla valutazione di un organo paritetico l’adozione di eventuali misure di recupero. È questo un punto importante, che si salda con quello della individuazione di un elemento di garanzia retributiva (EGR) che sarà determinato secondo criteri che saranno definiti dai contratti collettivi tenendo però conto delle situazioni di difficoltà economica. Potrebbe osservarsi che così definito l’EGR serve a poco, nel senso che se esso, come sembra, sarà di entità contenuta potrebbe risultarne affievolita la funzione distributiva della produttività di settore e di incentivazione della contrattazione decentrata.

Ma va tenuto presente come le parti per quanto riguarda la retribuzione abbiano inteso distaccarsi nettamente da ogni forma di rigida incentivazione della contrattazione di secondo livello. La filosofia dell’accordo è che la contrattazione di secondo livello si deve sviluppare su linee proprie, poggiando non su una struttura rigida della retribuzione o su incentivi certi, ma sulla produttività del sistema ed in particolare delle medie e piccole aziende. Il rischio naturalmente è che la contrattazione sulla produttività rimanga asfittica e che prevalgano logiche miopi. Ma vale sottolineare il mutamento di prospettiva rispetto al passato, di un sistema contrattuale che vira, o sembra almeno farlo, decisamente verso un totale governo sindacale e collettivo della retribuzione e in favore di un salario decisamente legato alla produttività aziendale: con quali riflessi sulla proliferazione di logiche partecipative tra impresa e lavoratori è facile intuire.

Insomma, il vero nodo sembra proprio essere questo, quello cioè del mutamento di barra delle relazioni industriali verso approdi più partecipativi che in passato. Naturalmente si può non essere d’accordo, ma con ciò non si sposta di un metro il terreno di confronto ed è su questo che dovrà misurarsi la CGIL nei prossimi mesi, non solo all’esterno, ma forse e più al proprio interno. Il rischio, ovvio, è quello di una sempre più marcato isolamento della CGIL e di una sua marginalizzazione nel governo di processi importanti: ed un sindacato non esiste, o non esiste come grande sindacato, se non firma contratti collettivi. Ma tutte le scelte che la Cgil compirà nel prossimo futuro rimandano ad una sola, e cioè a quale strategia sindacale la confederazione deciderà di perseguire. Se il buon giorno si vede dal mattino, allora all’orizzonte si preannuncia tempesta.

  Commenti (1)
Presenza aziendale del sindacato
Scritto da Riccardo Colombo, il 12-06-2009 16:34
Il nuovo sistema di relazioni industriali presenta una lacuna di fondo: non dice nulla sul ruolo delle rappresentanze dei lavoratori in azienda. Questa lacuna rischia di aprire una contraddizione tra un approccio partecipativo, affidato ad organismi sovra aziendali, e il forte orientamento a sistemi premianti individuali, con i quali attuare la produttività aziendale. Un possibile sbocco di questa contraddizione potrebbe essere l'evoluzione verso un sistema corporativo e negoziale/clientelare : sistema che non aiuterebbe la diffusione di sistemi premianti individuali e penalizzerebbe le aziende più dinamiche. E' su questa contraddizione che dovrebbe operare la Cgil che deve tuttavia abbandonare impostazioni ormai superate. Cordiali saluti Riccardo Colombo

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