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STATUTO DEL PDL: PARTITO LIQUIDO O STRUTTURATO? E-mail
Politica e Istituzioni
di Roberto Cerreto
12 giugno 2009

statuto_pdl_cerreto.jpgIn genere, quando si pensa ai partiti leggeri, elettorali, alla "americanizzazione" e personalizzazione della vita politica italiana, il pensiero corre subito al 1994 e alla comparsa di Forza Italia. Considerati i tempi strettissimi e le modalità che hanno segnato la nascita del Popolo delle Libertà, era lecito aspettarsi che la nuova formazione politica fosse ispirata allo stesso modello. Anzi, secondo alcuni (Massari), la strutturazione dei partiti politici (che non vuol dire burocratizzazione) è essenziale nei partiti di sinistra, mentre quelli di destra, a determinate condizioni, possono farne a meno, per ragioni storiche, culturali, sociali.

 

Ma la lettura dello statuto del PdL, specie se fatta "in controluce" con lo statuto del PD, riserva alcune sorprese. Quello del Popolo della Libertà potrebbe essere descritto come uno statuto "a due tempi": in grado, cioè, di fotografare l’oggi e, allo stesso tempo, di prefigurare un partito diverso (entro certi limiti) quando la leadership diverrà contendibile.

Nell’immediato, i soci fondatori e, in particolare, AN sembrano essersi arresi all’evidenza dei fatti: il PdL è, innanzitutto, il partito di Berlusconi. E’ stato lui a lanciare questo progetto, a consacrarlo attraverso la vittoria elettorale, a definirne identità e programma ancor prima che "nascesse" con il congresso del 27-29 marzo. Se la cultura politica che permea lo statuto del PD (di cui mi sono occupato sul numero del 20 marzo) appare ispirata alla democrazia immediata e all’identificazione tra partito e leader, lo statuto del PdL non poteva certo essere da meno: anche perché lì un leader indiscusso e vincente c’è davvero. Ma – è questo l’aspetto più interessante e, per certi versi, paradossale – sembra preparare anche un domani diverso, in cui il leader dovrà essere scelto dal partito (anzi, dal "movimento", perché il termine "partito" è impiegato assai di rado e in contesti poco significativi: il partito in rete all’art. 10, il rinvio alla legislazione sui partiti, etc.). Secondo la logica, appunto, dei due tempi.

Ho definito paradossale questo aspetto perché la presenza di una leadership indiscussa avrebbe, se non giustificato, quantomeno spiegato – assai meglio che per il PD – un’impostazione radicalmente presidenzialista. Mentre, almeno sulla carta, il PdL sembra porsi come "punto di equilibrio" tra il partito elettorale leggero e costruito intorno al leader e quello tradizionale, strutturato e organizzato sul territorio (Campi). A condizione, come si diceva, di distinguere i due tempi dello statuto.

Per l’oggi, infatti, lo statuto del PdL prende atto pragmaticamente della costituzione materiale di un partito che promana dal suo leader: il combinato disposto delle norme a regime e di quelle transitorie rimette ogni decisione di rilievo al presidente nazionale e ai tre coordinatori nazionali da lui nominati. Al presidente (o ai tre coordinatori) spetta di fatto: la presentazione delle liste elettorali a livello sia nazionale sia locale (art. 17); la nomina dei responsabili di tutti i settori di attività del partito (art. 23); la scelta dei candidati al Parlamento nazionale (che, stante l’attuale legge elettorale, coincide con la scelta dei parlamentari) ed europeo, nonché dei candidati alla presidenza di regioni (e "listino" loro collegato), province e comuni capoluogo (art. 25); la nomina della direzione nazionale (in via transitoria); la nomina dei coordinatori regionali (art. 26) e dei coordinatori provinciali, i quali, a loro volta, nominano i coordinatori comunali (in via transitoria). L’ufficio di presidenza (art. 16) è eletto dal congresso su proposta del presidente appena eletto. Il presidente, a differenza dei responsabili delle diverse articolazioni territoriali e istituzionali e nonostante la genesi duale del partito, non ha né vicari né altri contraltari (anche per il comprensibile rifiuto del Presidente della Camera di ricoprire cariche di partito). Persino lo statuto, nel primo anno di vigenza, potrà essere modificato dal solo ufficio di presidenza (salva la ratifica del consiglio nazionale). Se a questo si aggiunge che Berlusconi è stato "acclamato" presidente dal congresso e che candidature alternative non sembravano neppure ipotizzabili, il modello organizzativo che si delinea è chiaramente di tipo top down, nel senso che il processo decisionale, sia politico sia organizzativo, procede chiaramente dal leader verso la base.

Le cose cambiano, parzialmente, se si considera lo statuto a regime. Intanto, ai livelli territoriali più bassi viene riconosciuta maggiore autonomia, prevedendo l’elezione dal basso dei coordinatori (artt. 30 e 32; qualche problema permane però, in clima di federalismo, per i coordinatori regionali, che continuerebbero a essere nominati). La stessa duplicazione delle principali cariche interne e istituzionali, cui si faceva cenno, sembra suscettibile di favorire, in prospettiva, più che la perpetuazione delle vecchie appartenenze, la mediazione tra le "anime" che inevitabilmente convivono in un grande partito. Ma, soprattutto, lo stesso presidente nazionale sarà eletto dal congresso nazionale, composto, per gran parte, dai delegati eletti nei congressi provinciali (art. 13), che, a loro volta, si possono svolgere per delegati (art. 29). Un sistema di selezione della leadership, dunque, sufficientemente mediato e "indiretto", che, almeno in teoria, consente una discussione di merito più articolata e una composizione unitaria attraverso il confronto.

Ma il principale elemento di distinzione, rispetto al PD, sta nell’esistenza di una linea di demarcazione chiara tra la dimensione associativa e quella elettorale. Confini organizzativi che separano la membership (i tradizionali iscritti vengono suddivisi tra aderenti e associati, in base alla diversa "intensità" della militanza) dai semplici elettori o simpatizzanti. Solo aderenti e associati, tenuti al versamento di una quota, sono titolari di diritti e doveri precisi e distinti (artt. 2 e 4), sebbene non manchino forme "leggere" di partecipazione e strumenti di democrazia diretta (art. 10).

Questa breve analisi potrà essere accusata di formalismo: la costituzione materiale del PdL – è facile obiettare – è ben diversa dalla lettera dello statuto. E, in effetti, bisognerà vedere come procederà in concreto la costruzione del partito, sul piano sia organizzativo sia culturale. Ma proprio qui sta il punto: le regole che il PdL si è dato sembrano suscettibili di evolvere verso una "forma partito" più equilibrata, se e nella misura in cui i rapporti di forza tra le sue "anime" dovessero modificarsi. Volendo riproporre il parallelo tra "forma partito" e "forma di Governo", suggerito a proposito del PD, si può affermare che lo statuto del PdL opta sì per un modello presidenzialista (che, giova ricordarlo, fu cavallo di battaglia istituzionale di AN, prima ancora che di Berlusconi), ma, almeno sulla carta e a regime, si tratta di un presidenzialismo bilanciato. E, soprattutto, sembra che il PdL, nonostante la forza incontenibile della sua leadership (o forse anche in virtù di questa), abbia saputo resistere alla sirene del partito leggero. Confidando evidentemente nella capacità del leader di guidare e, all’occorrenza, trascinare un partito. Anche pesante.

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