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AGGIORNARE – E NON AGGIRARE – LO STRUMENTO REFERENDARIO E-mail
Politica e Istituzioni
di Francesco Clementi
05 giugno 2009

referendum_clementi.jpg1. Anche sulla scia di quanto scritto di recente per nelMerito dall’economista Guido Ortona – che ravvisa grandi pericoli per la democrazia con l’approvazione del referendum elettorale proposto dai proff. Guzzetta e Segni – forse è opportuno alcune puntualizzazioni, di tipo propriamente giuridico, rispetto al lungo e assai dettagliato intervento che si conclude con un appello all’astensione.

Da un lato, per non disperdere un patrimonio prezioso che ormai si è costruito nel tempo intorno al tema dei referendum elettorali e che, talvolta, rischia di essere utilizzato in maniera, forse, impropria. Dall’altro, perché tale confusione a volte può determinare forme di generalizzazione davvero eccessive, come l’attribuzione che si evince nell’intervento di Ortona (ad esempio al punto 5), rispetto al fatto che la vittoria dei sì al referendum "avrebbe effetti deleteri sulla qualità della vita di tutti, in termini di emarginazione, di immiserimento, di corruzione diffusa, di perdita di cultura, di asservimento ai potenti". Davvero un’affermazione dura, a maggior ragione perché non si dice nulla nell’intervento per evitare che tutto ciò venga inusitatamente attribuito, in primis, proprio ai promotori del referendum (oltre che agli oltre seicentomila cittadini–elettori che li hanno sottoscritti); i quali – almeno per quanto mi riguarda, di certo – non vogliono favorire per nulla quanto scritto da Guido Ortona nel virgolettato. Anzi! Pertanto, proprio in ragione del fatto che le parole utilizzate sono – come si dice – anche pietre, forse è meglio ripartire da alcune pietre salde, ossia quanto prevede la nostra Costituzione e poi ha previsto, via via, la Corte costituzionale.

 

2. Il referendum è uno strumento di democrazia diretta che rientra nell’ambito delle votazioni alle quali liberamente è chiamato qualsiasi cittadino ai sensi dell’art. 48 Cost. In particolare, rientra nelle votazioni di tipo c.d. deliberativo (a differenza di quelle di tipo elettivo). Il nostro ordinamento costituzionale configura, ai sensi dell’art. 75 Cost., il referendum esclusivamente come uno strumento non propositivo ma soltanto, appunto, abrogativo. Ed in questo senso, proprio in tema di referendum elettorali, fin dal 1991, la Corte costituzionale, nella nota sentenza 47 del 1991, (già, in modo diverso, anticipata con una decisione sul referendum sul CSM nel 1987), ricordava chiaramente l’importanza che i quesiti fossero chiari per gli elettori ma soprattutto che la normativa di risulta – ossia quella derivante dall’esito positivo dell’intervento del voto degli elettori – dovesse comunque risultare auto–applicativa. E questo proprio per mantenere, in qualsiasi momento, la funzionalità delle istituzioni.

Pertanto, su questo perimetro di regole definite dalla Costituzione e dalla Corte costituzionale, da tempo si sono mossi (e saranno ancora costrette a muoversi probabilmente) le richieste referendarie di abrogazione dei sistemi elettorali in Italia: sistemi che – è utile ricordare – non sono dalla dottrina divisi in blocchi monolitici, rigidamente tra proporzionali e maggioritari, ma sono invece ripartiti in assetti più dinamici, al punto tale che esistono sistemi proporzionali con effetti selettivi (come, ad esempio, nel caso spagnolo) o sistemi maggioritari tendenzialmente meno selettivi (come, ad esempio, nel caso francese). E non da ultimo, più recentemente, la dottrina classifica anche l’esistenza di sistemi elettorali di tipo misto.

Peraltro, il diritto costituzionale comparato (oltre che la politologia) insegnano che non esiste un sistema elettorale ideale in termini assoluti. Ciò che distingue le famiglie di sistemi elettorali è, sostanzialmente, la proiettività degli esiti del voto (proporzionali o meno); esistono, dunque, sistemi proiettivi e sistemi selettivi e la scelta tra l’una o l’altra famiglia dipende dal particolare contesto politico–istituzionale a cui essi si applicano. Né mi pare ci sia sufficiente evidenza scientifica per affermare che la maggior parte degli studiosi siano contrari a leggi elettorali proporzionali.

 

3. Sia come sia, in questo quadro, è evidente a tutti che il vero tema che emerge dalla sollecitazione referendaria è quello dello svilimento della rappresentanza che c’è oggi in Italia. Svilimento che è evidentemente innanzitutto ricollegabile alla legge elettorale c.d. porcellum (di certo non voluta dai referendari!) ma che – come da tempo tutta la dottrina, almeno costituzionalistica, rileva – non può essere limitato ad essa, trovando cause importanti anche nella mancanza di una seria disciplina pubblicistica dei partiti politici (che tenga conto anche della loro democrazia interna e della necessaria trasparenza) e della mancata regolazione degli aspetti economici della politica e del suo finanziamento tout court (temi che si licet – da tempo – accomunano, nel loro percorso professionale, molti dei giuristi che fanno parte del comitato referendario). Quindi le ragioni, ahimé, anche questa volta – sono molto più complesse.

Al di là comunque dei toni utilizzati nell’intervento, tuttavia, vorrei semplicemente sottolineare, tra i tanti, tre punti di merito che non condivido dell’intervento di Guido Ortona:

 

a) si dice che l’innalzamento della soglia di sbarramento determinerebbe un aumento della possibilità di maggioranze differenti tra le due Camere. In realtà non né è esatto né attribuibile ad una eventuale vittoria del referendum questo effetto, in quanto questa possibilità dipende esclusivamente dal diverso modo di attribuzione – previsto dalla legge elettorale – del premio di maggioranza tra le due Camere, a livello regionale al Senato e a livello nazionale alla Camera. Da questo punto di vista, il referendum non muta alcunché, le probabilità che si concretizzino due maggioranze differenti sarebbe uguale sia nel caso in cui la legge rimanga così com’è, sia che il referendum dia esito positivo.

b) si dice che l’esito riproporrebbe la fascista legge Acerbo. Capisco l’utilizzo dialettico della legge Acerbo – richiamata immagino perché rende più esplicito in molti il parallelismo tra Mussolini e Berlusconi – e tuttavia questa prevedeva un premio consistente nei 2/3 dei seggi, non nel 55%. Non da ultimo la legge Acerbo venne approvata un anno dopo la Marcia su Roma e, nelle prime elezioni in cui essa trovò applicazione, il PNF le vinse utilizzando – come noto – metodi violenti e repressivi.

c) si dice che, all’esito positivo, vi sarebbero dubbi di costituzionalità sugli articoli 56, 57, 58. In realtà, quegli articoli chiariscono che le Camere devono essere elette con il metodo del suffragio universale diretto. "L’essere eletti" non è una dote naturale ma è "l’effetto" di un meccanismo che permette vengano convertiti – insomma si trasformino – dei voti in seggi, secondo una determinata formula numerica, nonché l’esercizio di un diritto (elettorato passivo). Altre interpretazioni non sono – mi pare – dai più condivise.

 

4. Infine, l’astensione. Questo mi sembra più un tentativo di aggiramento del merito piuttosto che quello di voler accettare un chiaro confronto. Infatti, la scelta del Costituente riguardo al quorum, allora, era una garanzia ed una tutela del circuito rappresentativo introdotta nel conflitto – confronto tra democrazia rappresentativa–democrazia diretta (basta rinviare alle pagine di Costantino Mortati o del dibattito weimariano, noto a molti dei nostri costituenti). Ma mi chiedo se oggi il senso dell’astensione nell’ambito dell’istituto referendario rappresenti ancora questo? Non lo credo. A me l’astensione appare più come uno strumento utilizzato per far fallire la proposta (v. ad esempio il recente referendum sulla fecondazione assistita) senza offrire credibili –perché argomentate pubblicamente e responsabilmente nel voto contrastate – proposte alternative.

In un sistema democratico, la responsabilità a mio avviso è un valore, tra i supremi del nostro ordinamento. Da tutelare e preservare. Per cui mi sentirei meglio a ragionare su come aggiornare lo strumento referendario, anche nel suo quorum, piuttosto che gridare alle derive e ai pericoli della democrazia, attribuendo peraltro parole dure ad altri. Chi è contrario, non scelga semplicistiche vie brevi: si confronti, votando no.

In fondo, è la legge vigente – che il referendum si propone di cambiare anche con un successivo intervento parlamentare – che mortifica la democrazia, non i quesiti, che invece cercano di rimetterla in discussione. L'astensione e il No significano una conferma della legge, ovvero quello che tutti sostengono che sia il male peggiore. E allora quale è migliore servizio alla democrazia: confermare questa legge, astenendosi, o piuttosto combatterla votando?

  Commenti (7)
Scritto da Giulio Forti, il 15-06-2009 10:43
Mi spiace non condivido proprio quanto scrive il prof. Ortona. Invitare a non votare, è quanto mai lesivo della democrazia. E certi sofismi sulla costituzione non mi convincono proprio. Anzi, mi sembrano davvero fuori luogo. Mi sembra ragionevole invece quanto scrive Lo Piccolo, che è contrario. Io sono favorevole ma votare si deve, sempre, anche quando si è contrari. Soffiare sull'astensione, vuol dire soffiare sulla non democrazia. Che in Italia, di questi tempi, è già messa molto male. E mi spiace che questo lo faccia chi insegna all'università. 
Chi non partecipa, non conta. Ricordiamocelo sempre. 
Giulio
Scritto da carmelo lo piccolo, il 15-06-2009 09:56
Sono d'accordo con il Prof.Ortona, non ritengo che astenersi dal votare sia una violazione della democrazia o una manifestazione di indifferenza e di potenziale "cinismo civico", bensì una facoltà concessa all'elettore. 
 
Sul merito, credo che votare No sia purtroppo doveroso, perchè l'eventuale vittoria dei Si non solo non renderebbe automatica l'abolizione del "porcellum", come erronemante viene fatto credere, ma consegnerebbe il Paese a Silvio Berlusconi in modo definitivo, instaurando di fatto un regime chè è già in fase di avanzata costruzione (vedi la recente approvazione della legge sulle intercettazioni).
Votare al referendum non è un dovere
Scritto da Guido Ortona, il 12-06-2009 15:29
Un punto importante sollevato da Francesco Clementi, e anche da svariati commenti al suo intervento sul referendum e al mio, è quello del presunto dovere di votare. Non mi pare che esista questo dovere. E' evidente che 500.000 elettori, o anche 800.000, non hanno alcun diritto di stabilire che qualcun altro sia obbligato a votare. Quindi questo obbligo esiste solo se imposto da un principio morale o se e in quanto stabilito dalla Costituzione. Un eventuale principio morale vale evidentemente solo per chi lo riconosce, ma non può essere imposto erga omnes. Qualcuno ritiene che se c'è una chiamata al voto bisogna comunque rispondere, per motivi morali. Io invece ritengo che anche per motivi morali bisogna rifiutare di rispondere a un appello che ritengo demagogico e basato sulla strumentalizzazione dell'ignoranza dei cittadini su una materia che richiede solide competenze tecniche. Affermo che questa scelta etica ha la stessa validità della precedente: è cioè valida per chi è d'accordo con essa, assolutamente improponibile per chi non lo è.  
Diverso sarebbe il caso se la Coatituzione sancisse il dovere di votare. Ma non lo fa. Nell'articolo 48 la Costituzione sancisce che votare per eleggere il Parlamento è un "dovere civico". Invece, nell'art.75, quando si parla di referendum, è scritto che votare è un "diritto". la differenza è importante sia sul piano formale che su quello sostanziale. Sul piano formale, se votare è un diritto -qualcosa che ho facoltà di fare- non può essere anche un dovere, a meno che non sia specificato che si tratti di un diritto E di un dovere: altrimenti non potrei esercitare pienamente tale diritto, nel senso che non potrei decidere di non esercitarlo. Per fare un esempio, io ho diritto a un passaporto, ma non ho nessun obbligo, nè legale nè morale, di chiederlo.  
E' però più importante la differenza sostanziale. Votare per il Parlamento è un dovere civico perché se nessuno lo facesse, o lo facessero in pochi, la democrazia non potrebbe funzionare. Poichè tutti i cittadini sono eguali, l'unico modo di far sì che votino in quantità sufficiente è chiedere a tutti di farlo; e poiché non è possibile obbligarli legalmente (cosa che violerebbe un principio fondamentale di libertà), si introduce un obbligo morale. Viceversa, il non voto al referendum non crea alcun buco nel tessuto della democrazia: semplicemente, le cose restano come sono. Coerentemente, il Costituente ha quindi stabilito che votare per il Parlamento è un dovere civico, mentre votare per un referendum non è un dovere ma un diritto individuale. Ne consegue che l'elettore può decidere in piena autonomia e senza vincoli legali o morali se esercitarlo o meno.
ho deciso, vado a votare
Scritto da Marco Rossi, il 10-06-2009 09:44
Ho votato Berlusconi (con meno convinzione del solito...) ma non ero intenzionato a votare sì al referendum. Oggi che è chiaro che Berlusconi dipende da Bossi ed è pronto a cambiare come lui vuole, io che vivo a Sud, mi sento tradito. E voterò, e voterò per il Sì. Fini mi sembra molto -molto- più serio.
referendum
Scritto da Carla Ferrari, il 06-06-2009 08:42
Condivido quanto scritto nell'articolo. A partire dal fondo: l'astenersi appartiene ad un'altra concezione della Costituzione; votare -o sì o no- in fondo è quanto ci appartiene, nella nostra cultura, oggi. Anche a me fa molta paura Berlusconi, ma non per questo preferisco non votare. Montanelli, a me molto caro, direbbe "meglio turarsi il naso". Io lo farò e voterò. Ancora non so se per il sì o per il no, ma mi convince quanto scrive il professore Clementi: diciamo innanzitutto che non ci piace il porcellum votando. Di votare non manca mai il bisogno. E tanto poi -di questo ne sono convinta- questa legge sarà modificata. E mi aspetto che nelMerito dirà la sua...grazie. Carla
Sul metodo e sul merito
Scritto da Domenico Argondizzo, il 05-06-2009 16:31
Chi decide cosa sottoporre a referendum, quali tagli normativi operare, in che direzione trasformare una normativa esistente? 
Queste sono tutte decisioni politiche prese per avventura da gruppi più o meno ristretti di volenterosi, che in questo modo imbrigliano la discussione politica, esautorando le forze politiche ed il Parlamento. 
Sarebbero state possibili altre manipolazioni abrogative; quelle indicate non sono le uniche possibili; quindi, perché 821 mila firme dovrebbero imbrigliare la discussione politica, e costringere decine di milioni di elettori a pronunciarsi sulle sole manipolazioni proposte, e sulla trasformazione della normativa elettorale attuale solo nel senso (parzialissimo e monco) proposto, e non in un altro? 
Sono d’accordo nel togliere il quorum ai referendum ordinari, solo se si dà la possibilità di sottoporre al voto, contestualmente, almeno altri due o tre quesiti alternativi a quello inizialmente proposto... 
Le primarie e la democrazia intrapartitica hanno ben pochi legami con la disciplina della proposizione di quesiti referendari in Italia. Infatti, sarebbe molto più democratico se, una volta che fosse stato depositato presso la cancelleria della Corte di Cassazione un referendum, si desse un certo tempo perché altri cittadini costituiscano altri comitati che possano proporre (tramite analoga raccolta di firme) al voto contemporaneamente altri possibili interventi abrogativi sulla medesima legge (od insieme di leggi, attraverso una serie di quesiti). 
Così i cittadini, prima di essere chiamati a fare uso dello strumento principe di democrazia diretta, non sarebbero privati della possibilità di autodeterminare il merito di tale utilizzo. 
Soprattutto quando si tratti di materie complesse come quelle elettorali, la via maestra - considerando che siamo in una democrazia costituzionale mediata da istituzioni rappresentative in cui siedono i partiti - è il dibattito e la riforma delle forze politiche in Parlamento. 
Non andare a votare è un modo più efficace per esprimere il no ai primi due quesiti. In questo modo esprimo il mio diritto a non essere “costretto” a pronunciarmi su una delle tante possibili modifiche alla legge elettorale. 
Semplicemente propongo altre modifiche, migliorative ed articolate, che debbono necessariamente essere approvate dalle Assemblee parlamentari. 
Il succo giuridico e politico dei primi due quesiti è: volete Voi vietare le coalizioni tra liste? Non altro; che si esercita su altro mettendo in gioco, ad esempio il premio di maggioranza, poteva benissimo chiederne direttamente l’abrogazione. 
Il successo dei primi due quesiti significa che gli italiani non vogliono più le coalizioni. 
Il successo (e l’insuccesso) dei primi due quesiti significa che gli italiani vogliono comunque la legge elettorale proporzionale con sbarramento e premio di maggioranza. 
Il successo del terzo quesito significa che gli italiani vogliono la (o le) preferenze. 
Il successo (e l’insuccesso) del terzo quesito significa che gli italiani vogliono comunque la legge elettorale proporzionale con sbarramento e premio di maggioranza. 
Come sia sia, il fututo Legislatore, ha la “strada segnata”, non come il “bufalo”, e con buona pace degli uninominalisti (ad uno o due turni).
Scritto da Francesca Palazzo, il 05-06-2009 15:46
Condivido appieno le precisazioni contenute in questo articolo. E' dal corretto inquadramento degli istituti che si deve partire per proporre osservazioni critiche. Questa (non quella proposta da Ortona) mi sembra una corretta impostazione del dibattito.

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