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NELLA CITTĄ DEL CONCILIO IL PROCESSO AI CHIERICI DELL'ECONOMIA E-mail
Economia reale
di Roberto Tamborini
05 giugno 2009

festival_economia_tamborini.jpgL'evento nell'evento del Festival dell'Economia di Trento quest'anno è stato il "Tribunale della crisi", riunitosi tre volte per giudicare gli economisti, i regolatori e la politica economica, e infine la finanza. Ogni dibattimento ha compreso accusa, difesa e testimoni. La giuria era costituita da un gruppo di 33 studenti di varie sedi e discipline, ospiti del Festival.


Lo sgomento dell'opinione pubblica dinanzi alla più grave crisi planeteria dopo la guerra ha trovato voce nella storica esclamazione della Regina d'Inghilterra "Com' è possibile che nessuno si sia accorto che stava arrivandoci addosso questa crisi spaventosa?" La "scienza triste" (ora tristissima) e i suoi chierici sono tra gli imputati. Il processo tridentino agli economisti ha suscitato enorme interesse: due ore e passa di dibattitmento con lo schieramento al completo degli organi di stampa e senza una defezione tra il pubblico. L'accusa è stata sostenuta Roberto Perotti e la difesa da Luigi Guiso, entrambi noti economisti .

Ecco la sentenza della giuria, coi relativi capi d'imputazione. 1) Per non aver previsto la crisi, pur essendo essa prevedibile: colpevoli. 2) Per non aver previsto le conseguenze degli shocks sull'economia mondiale: assolti. 3) Per aver basato le loro speculazioni su modelli eccessivamente astratti e matematizzati: colpevoli. 4) Per aver osservato la reatà attraverso le ipotesi di aspettative razionali, mercati efficienti e informazione completa: assolti. 5) Per essere stati negligentemente all'oscuro di alcuni importanti sviluppi del mercato del credito: colpevoli. 6) Per non aver sollevato moniti sufficientemente pervasivi rispetto alle istituzioni finanziare, che spesso sono state avallate nei loro progetti: colpevoli. 7) Per essersi fidati eccessivamente di economisti alla guida delle maggiori istituzioni internazionali: colpevoli. 8) Per non aver compreso con sufficiente rapidità le conseguenze del tracollo del credito sull'economia reale: colpevoli. 9) Per non aver cercato una sufficiente autocritica per gli errori commessi: assolti. 10) La giuria si riserva il diritto di giudicare lo "scaricabarile" tra economisti, politici e regolatori nella prossima sede dibattimentale (in seguito risultati assolti).

Come si vede il lavoro svolto dagli studenti è stato estremamente serio e analitico. La sentenza è severa: 6 condanne, 3 assoluzioni, 1 sospensione di giudizio. Trovo la sentenza condivisibile, soprattutto perchè circostanziata e motivata, senza tracce di emotività o demagogia (Ministro Tremonti, prenda ad esempio). Ma rimangono aspetti non convincenti.

La giuria ha accolto nella sostanza la linea dell'accusa, incardinata sui capi 5, 6, 7 e 8 (anticipata su Il Sole 24 Ore). L'accusa infatti ha essa stessa derubricato le imputazioni da 1 a 4, in questo trovandosi d'accordo con la difesa, come non serie, "volgari" o dettate da ignoranza. Questo è un punto importante, e secondo me il meno convincente. Il quadro che emerge, infatti, vede gli economisti rei di una certa negligenza e inerzia nei loro studi, nel capire mutamenti molto (troppo?) rapidi nel mondo finanziario, eccessiva fiducia nei propri strumenti previsivi, a cui si può aggiungere un po' di sicumera professionale e di casta (come si usa dire oggi). Va riconosciuto a Perotti, sicuramente una figura di rilievo della casta (se si passa il termine), il merito di un'autocritica seria e convincente di queste colpe (che è valsa l'assoluzione per il capo 9, di cui l'intera categoria gli è grata). Ma la sentenza, come anche l'arringa di Perotti, non possono soddisfare la domanda che Elisabetta II ha posto a nome dei sudditi di tutto il mondo: come è stato possibile? Per rispondere a questa domanda occorre scavare un po' più in profondità.

Prima di tutto, bisogna restringere il campo degli imputati: non tutti gli economisti, ma soprattutto i macroeconomisti. Come ha argomentato Guiso nella sua difesa, con l'avallo dell'accusa, non poche voci autorevoli hanno individuato e segnalato l'accumulo di fattori critici finanziari sotto la superficie dei magnifici anni '90 - anche se "non tutti coloro che sapevano hanno scritto ...". Ma a ben guardare erano quasi tutti studiosi ed esperti "settoriali", della finanza e del credito a livello microeconomico, come ad esempio quelli di prim'ordine operanti nella Banca dei Regolamenti Internazionali. Come noto, e com'è stato ampiamente dimostrato dall'accusatore nel secondo processo, Luigi Spaventa, queste voci sono state ignorate o letteralmente messe a tacere. Di nuovo: come è stato possibile?

Ora bisogna sapere che, se si può parlare di casta degli economisti, i macroeconomisti, oggi, ne sono il vertice. Il processo di produzione e selezione della classe dirigente economico-politica mondiale ha la propria fucina nei dipartimenti delle maggiori università americane specializzati in macroeconomia. Non si tratta solo di pure questioni accademiche, perchè è qui dove si formano le idee che, da astratti modelli teorici, diventano le linee guida pratiche della politica economica mondiale, la "visione del mondo" vincente (il Washington consensus), e dove si formano le persone che tale visione incarnano e applicano, tanto ai vertici delle istituzioni internazionali quanto nelle loro innervature operative. E' sempre stato così da quando gli Stati Uniti si sono collocati al centro del capitalismo moderno, e le loro università ai vertici della ricerca mondiale.

Le idee di Keynes divennero la Weltanschauung del mondo post-bellico quando conquistarono le grandi università americane e i loro macroeconomisti (che, per altro, prima non esistevano come specialisti a sé stanti). L'egemonia keynesiana regnò fino agli anni '70, allorché si dimostrò incapace di fornire idee e persone in grado di curare il doppio cancro inflazione-disoccupazione che aveva colpito l'America e il resto del mondo industrializzato. A partire dagli anni '80, dalla Scuola di Chicago di Robert Lucas a Tom Sargent partì la "contro-rivoluzione", che riportò la teoria neoclassica e il liberismo di nuovo al vertice dello Zeitgeist, permeando di sé l'accademia, la politica, il senso comune. Oggi ai posti di comando della politica economica mondiale troviamo due importanti macroeconomisti sui cui testi hanno studiato e stanno studiando legioni di studenti che sognano di seguirne le orme: Ben Bernanke (Princeton) governatore della Riserva federale, e Olivier Blanchard (MIT) capo economista del Fondo monetario. La macroeconomia di Bernanke e Blanchard (che naturalmente io stesso insegno) è una variante di quella di Lucas e Sargent che si chiama "neo-keynesiana". Rimane controverso se il nome sia appropriato, ma è certo che si tratta della visione del mondo e della politica economica che ha dominato l'ultimo ventennio di storia. Stando alla sentenza di Trento, "sotto il suo naso" è nata, cresciuta ed esplosa la crisi del 2007. Dunque è questo il terreno, il terreno delle idee e non solo della prassi dei macroeconomisti, su cui occorre indagare più a fondo per trovare la risposta da dare a Sua Maestà.

Lo ha fatto, in modo arguto ed efficace, il difensore dei controllori dei mercati finanziari nel secondo processo di Trento, Andrea Prat (London School of Economics). Nel 1997, la prestigiosa American Economic Review pubblica una breve raccolta di articoli intitolata: "C'è un nocciolo di macroeconomia pratica a cui tutti dobbiamo credere?" Gli autori sono il gotha della macroeconomia. Cosa poteva sapere e imparare dai macroeconomisti un funzionario della regolazione a proposito di mercati finanziari? La ricerca testuale per parole chiave messa agli atti dalla difesa ha dato i seguenti risultati: "banche" assente, "insolvenza" assente, "rischio" 1 (in nota). Per contro il lemma più frequente è "stabilità economica", seguito da "rigidità nominali" (ossia, cito Prat, il fatto che i supermercati cambiano raramente il prezzo delle banane). Si potrebbe aggiungere che nel 2001, sempre sulla AER, Ben Bernanke e Mark Gertler spiegavano che la banca centrale non deve preoccuparsi dell'andamento dei mercati finanziari; alla peggio, se scoppia una bolla, si passa poi "a raccogliere i cocci". Dunque il messaggio ricevuto dal "povero regolatore" (cito sempre Prat) è semplice: stai tranquillo, i mercati bancari e finanziari non sono un problema per la stabilità economica. Anzi, più son lasciati liberi e meno interferite, meglio è. E naturalmente il messaggio e la "visione del mondo" sono arrivati non solo ai regolatori, ma anche agli operatori finanziari, che li hanno cavalcati alla grande (cfr. Johnson).

Esempi semplicistici e poco rappresentivi dello stato dell'arte? Willem Buiter, macroeconomista, accademico eminente e artefice del centro ricerche della Banca d'Inghilterra, ha scritto recentemente che occorre cambiare strada perché in questo tipo di macroeconomia non c'era nulla che potesse servire a prevedere la crisi, e non c'è nulla che possa servire a curarla. Una svista collettiva, la difficoltà di scoprire i segreti occulti della finanza? No, coerenza con la logica della teoria.

I macroeconomisti moderni sono rigorosi guardiani delle cosiddette "microfondazioni", ossia il trattamento analitico dei comportamenti individuali alla base dei fenomeni aggregati. Già, ma quali comportamenti individuali? Qui è avvenuto un fenomeno metodologico che Barry Eichengreen ha chiamato di "cherry picking", la scelta delle ciliege più gradite. Restiamo sul livello dei premi Nobel. Se si leggono Arrow, Tobin, Akerlof e Stiglitz, per esempio, si arriva alla conclusione che i mercati finanziari sono intrinsecamente affetti da problemi informativi e conflitti d'interessi che possono minarne l'efficienza e la stabilità. Se aggiungiamo Simon e Kahneman, impariamo che gli esseri umani sono solo limitatamente razionali, in genere non sono in grado di gestire decisioni rischiose in maniera ottimale (per esempio, quando perdiamo, diventiamo più propensi a prendere altri rischi) e che emotività ed imitazione hanno effetti importanti a livello aggregato (per esempio, nel creare e alimentare una bolla speculativa). Se invece si predilogono Lucas, Merton, Black e Scholes si entra nel mondo simmetricamente opposto della perfetta razionalità ed efficienza.

Nella macroeconomia neo-keynesiana, come in quella neo-classica di Lucas e Sargent, si sono scelte le ciliege delle aspettative razionali, informazione completa e mercati finanziari efficienti, le quali fanno sì che il settore finanziario sia intrinsecamente stabile e svolga in maniera ottimale il proprio compito di allocare il risparmio lungo il sentiero di crescita dell'economia. In questo mondo non può succedere nulla di quel che abbiamo visto finora. Prima di Buiter, con grande chiarezza ed onestà lo aveva scritto proprio Robert Lucas in tempi non sospetti, in occasione di un convegno di storici del pensiero economico nel 2004, rievocando le proprie origini keynesiane, poi ripudiate:

The problem is that the new theories, the theories embedded in general equilibrium dynamics […] don't let us think about the US experience in the 1930s or about financial crises and their consequences […] We may be disillusioned with the Keynesian apparatus for thinking about these things, but it doesn't mean that this replacement apparatus can do it either"(1).

Perotti ha ragione a respingere la critica che tutti gli economisti e tutta la disciplina siano beatamente ignari di tutte queste complicazioni del mondo reale. Ma questo argomento rafforza la necessità che proprio a livello metodologico vada cercata la spiegazione di come è stato possibile che i "dettagli" dei mercati bancari e finanziari, i loro rischi per la stabilità, la necessità di monitorarli e controllarli accuratamente, siano scomparsi dai piani di studio dei macroeconomisti e dai radar delle autorità di politica economica (scomparsi, perchè prima essi erano ben presenti). Il fatto che il "modello standard" abbia apparentemente funzionato bene per un certo tempo è un'attenuante inconsistente: un casa mal costruita ovviamente sta in piedi fino a che non tira vento.

Dunque le mie deduzioni processuali, riguardo ai capi da 1 a 4, sono un po' diverse dalla linea di Perotti e dagli esti della giuria trentina. 1) Gli economisti sono non colpevoli per non aver previsto la crisi. Qui ha ragione Perotti, e porto a sostegno la testimonianza di un antico saggio: "Il compito dello studioso è di aiutare il pubblico a comprendere i fatti che accadono" (Luigi Einaudi). D'altra parte la sentenza di condanna della giuria su questo punto è il contrappasso per la tendenza a dimenticare questo compito primario, e per quella di snobbare le altre scienze sociali sul piano di una presunta capacità previsiva. 2) I macroeconomisti sono colpevoli per non aver previsto le conseguenze degli shock: infatti hanno usato modelli inappropriati, per via delle colpe rubricate al punto 4. 3) Essi sono non colpevoli per l'uso di modelli astratti e matematizzati: il fatto in sè non costituisce reato (o se si vuole, la motivazione della sentenza è lacunosa). 4) Essi sono colpevoli per essersi rinchiusi in un paradigma teorico inappropriato a comprendere la complessità dei sistemi economici moderni, accettando acriticamente ipotesi microeconomiche antiquate e non suffragate da sufficiente evidenza empirica, ignorando l'evidenza emprica a contrario, nonchè i risultati della ricerca fondamentale in altre parti della disciplina (per non parlare di altre scienze sociali), mancando di comunicare al pubblico i limiti e i conseguenti rischi del loro modello standard.

Per porre rimedio a queste colpe, sarà sicuramente necessario, come indica Perotti, che i macroeconomisti intensifichino i loro studi empirici (ri)mettendosi a pedinare da vicino il mondo della finanza, ma non sarà sufficiente. La ricerca applicata, in economia, è guidata dal faro della teoria, e il faro finora ha puntato nella direzione sbagliata.

 

 

(1) Keynote Address to the 2003 HOPE Conference: My Keynesian Education", in de Vroey M., Hoover K. (eds.), The IS-LM Model: Its Rise, Fall and Strange Persistence", Durham, Duke University Press, p.23.

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