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IL SINDACATO E L’ACCORDO FIAT-CHRYSLER: PROVE DI CAMBIAMENTO E CONTRADDIZIONI E-mail
Relazioni industriali
di Marcello Pedrazzoli
21 maggio 2009

pedrazzoli_fiat_chrysler2.jpgNegli ultimi tempi ha richiamato attenzione il ruolo assunto dai sindacati nell’operazione FIAT-Chrysler, da quello americano guidato da Ron Gettelfinger (UAW: United Auto Worker), ma pure da quello canadese (CAW). Tali organizzazioni hanno da un lato garantito rilevanti riduzioni del costo del lavoro (con rinuncia a benefits, ad agevolazioni di assistenza sanitaria, a ferie, ecc.) e altresì consistenti aumenti di produttività. 


D’altro canto, nella Newco che sta per essere varata, ai dipendenti americani verrà attribuita la titolarità di una considerevole quota di azioni, oltre ad un seggio in consiglio di amministrazione.
Nelle notizie di stampa le cifre si rincorrono qui in modo anche strampalato: sembra si tratti del 20% delle azioni, collocate nel fondo fiduciario costituito ad hoc - Veba – che sarebbe detentore del 55% (di fronte al 20%, aumentabile di un altro 15% in tre trances, che sarebbe riconosciuto alla FIAT).

Pur in attesa di conoscere nel dettaglio ufficiale gli elementi di questo accordo, non si può negare che esso offra materia per ridare un po’ di fiato al discorso sulla partecipazione dei lavoratori e, più ampiamente, sulla democrazia economica: un tema perennemente irrisolto, che nell’era del neoliberismo era caduto in disuso venendo tutt’al più in questione quel suo simulacro secondario e poco incisivo denominato «diritti di informazione e consultazione».

Come sappiamo dall’esperienza storica, il dibattito sulla democrazia industriale ed economica si sprigiona sempre in periodi di bassa, o anzi bassissima congiuntura, quelli delle ricostruzioni postbelliche o quelli delle depressioni e impoverimenti che ciclicamente sono determinati dalle crisi economiche. In tali contesti affiorano ipotesi di progetto politico imperniate al solidarismo, in cui le perdite e gli svantaggi vengono redistribuiti fra tutti (sono «spalmati» all’insegna del motto «siamo tutti sulla stessa barca»). Componente immancabile di queste ipotesi è sempre una qualche idea forte di partecipazione.

Con altrettanta puntualità, peraltro, passato l’acme della crisi, si riscopre che la barca bisogna saperla condurre e che a ciò sono deputati, semplificando, capitalisti, imprenditori, e manager. Fuori dall’emergenza, dopo che assieme ci si è leccati le ferite, le classi sociali si riappropriano dei rispettivi ruoli e il discorso dei lavoratori che partecipano pure ai frutti è rinviato alla prossima occasione.

A smentita di quanto detto, da questo andamento si sono qualche volta poi sviluppati sistemi permanenti e istituzionalizzati di democrazia industriale. Non si può dimenticare che in una temperie consimile, successiva alla seconda guerra mondiale e nel quadro dalla occupazione alleata, ha preso corpo la Mitbestimmung tedesca (che ha una duplice espressione: a livello aziendale, in cui opera con diritti e poteri considerevoli e certi, anche di veto, l’organo di rappresentanza dei dipendenti; a livello degli organi societari, nelle sole grandi imprese, in cui è prevista una partecipazione paritaria o minoritaria di rappresentanti dei dipendenti da essi direttamente prescelti e/o indicati dai sindacati, nel consiglio di sorveglianza).

Questo grande sviluppo di costituzione economica è stato possibile per una storia retrostante tutta sua e non esportabile, nella quale ha avuto importanza essenziale il principio, di matrice socialdemocratica, secondo cui nella produzione della ricchezza, alias nella conduzione dell’impresa e dell’economia, capitale e lavoro devono avere una eguale legittimazione (Gleichberechtigung). Fuori da questo grandiosa trama - i cui meccanismi sono vissuti dall’imprenditoria tedesca come una svantaggiosa palla al piede - il pensiero partecipativo non si è mai sedimentato in istituzioni funzionanti in via permanente anche in tempi «normali».

Ma, tornando a quanto emerge dall’accordo FIAT-Chrysler, vi sono in esso caratteri ed elementi di novità che meritano segnalazione perché aprono scenari inediti. In primo luogo l’ipotesi partecipativa delineata nell’accordo nasce dalla realtà dei fatti e viene concordata per portare in porto un’operazione altrimenti impraticabile: essa si correla quindi ad un’esigenza pragmatica, e non ad affermazioni ideologiche, che dovrebbero poi trovare riconoscimento in una apposita legislazione.

Inoltre l’attribuzione della quota di partecipazione ai dipendenti non è riducibile ad una incolore vicenda di «azionariato operaio», e cioè ad una misura di politica sociale intesa genericamente ad accrescere il reddito dei lavoratori facendoli partecipare al mercato finanziario. Qui si tratta di assegnare a chi lavora in Chrysler titoli di proprietà dell’impresa da cui dipendono, in una misura anzi così consistente che è difficile sottrarsi al pensiero che possa consentire pure un controllo penetrante anche sulla sua gestione.

Se tutte le parti si comportano come è lecito attendersi, nella dinamica delle relazioni industriali si profila allora una connessione nuova (o anzi antica, ma non più in auge), con contenuti che sono da ispezionare da capo a fondo. Se non alle origini del movimento cooperativo, sembra quasi di essere tornati indietro nel tempo. La situazione di conflitto fra capitale e lavoro che siamo da sempre adusi a registrare viene ad attenuarsi se non a scomparire, sostituita dal perseguimento di un interesse o di un obiettivo comuni a lavoratori e impresa, in una dimensione associativa. Si badi che non parlo del conflitto di classe, di stampo marxista, che ormai possiamo lasciare trapassato; parlo di un conflitto più elementare e immancabile, che emerge nella concezione liberale del contratto di lavoro quale contratto di scambio in cui, semplificando, una parte persegue l’interesse a maggiori retribuzioni (con minor lavoro) e l’altra parte l’interesse antitetico ad un maggior profitto o una maggior produttività (con minor costo).

Né pare possibile esorcizzare lo scarto che rende problematica una tale situazione diluendola in una nuova governance in cui i lavoratori si autoesonerebbero, quali semplici stakeholders, dalle proiezioni di diritti che invece sono proprie dalla proprietà azionaria. L’idea di stakeholder è già così esile quando si parla di dipendenti: figurarsi se può caricarsi del peso che un dipendente assume quando possegga anche un titolo consistente di proprietà dell’impresa.

Sarà meglio definire la situazione descritta come essa merita se la prendiamo sul serio: una contraddizione, in cui sono da rifissare le condizioni di superamento e le irradiazioni. In esse è plausibile misurare una diversa e più moderna identificazione dell’interesse di lavoro e forse si intravvede pure come il sindacato possa interpretare un ruolo nuovo.

  Commenti (2)
Partecipazione desindacalizzata?
Scritto da Anna Longo, il 28-05-2009 15:16
L'articolo è interessante perchè mette in rilievo alcune contraddizioni della formula partecipativa che, a quanto pare, costuirà uno degli esiti della vicenda Fiat-Chrysler. Sarebbe interessante anche capire in quale scenario potrà giocarsi questo nuovo ruolo del sindacato, data la differenza marcata che divide i due sistemi di relazioni industriali (quello americano ed italiano). Considerato il bassissimo tasso di sindacalizzazione dei lavoratori americani, non è detto che il sindacato costituisca, sul fronte americano, il soggetto in grado di rappresentare gli interessi dei lavoratori che diventeranno, a quanto pare, azionisti. In altre parole, può esistere partecipazione dove non c'è una sindacalizzazione significativa della forza lavoro?
La forma cooperativa
Scritto da riccardo colombo, il 24-05-2009 14:40
Quando si parla di partecipazione dei lavoratori al governo dell'impresa si dimentica che esiste già una forma societaria, nella quale i lavoratori sono proprietari dell'impresa: la forma cooperativa. Le cooperative hanno assunto in Italia e in altri paesi dimensioni aziendali notevoli e hanno dimostrato di essere in grado di competere sul mercato, garantendo l'accumulazione e lo sviluppo ed insieme dignità al lavoro. Le grandi cooperative hanno anche mostrato notevoli criticità in termini di goovernance, soprattutto rispetto all'autonomia e allo potere del management ( problema peraltro presente anche nelle grandi societa di capitale). Non sarebbe utile riflettere sull'esperienza delle grandi cooperative per farne tesoro nel dibattito sulla partecipazione dei lavoratori al governo delle imprese ?

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