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UN REFERENDUM CONTRO LA DEMOCRAZIA E-mail
Politica e Istituzioni
di Guido Ortona
21 maggio 2009

ortona_referendum.jpg1. Referendum e sistema maggioritario. Come è noto, l'ormai prossimo referendum sulla legge elettorale propone che il premio di maggioranza venga assegnato alla lista, e non alla coalizione, di maggioranza relativa. A detta dei promotori, lo scopo è l'introduzione di una struttura parlamentare tipica di un sistema maggioritario.

 

Cito dal loro sito: "il sistema elettorale risultante dal referendum spingerebbe gli attuali soggetti politici a perseguire, sin dalla fase preelettorale, la costruzione di un unico raggruppamento, rendendo impraticabili soluzioni equivoche ed incentivando una significativa ristrutturazione del sistema partitico. Si aprirebbe, per l’Italia, una prospettiva tendenzialmente bipartitica, con conseguente eliminazione della frammentazione dentro le coalizioni". Vedremo che ciò è falso; ma anche se fosse vero sarebbe tutt'altro che auspicabile.

2. Maggioritario, referendum e governabilità. La ricerca politologica smentisce che la riduzione del numero dei partiti corrisponda a una maggiore governabilità. Come scrive uno dei massimi politologi viventi, Arend Lijphart, "il senso comune ha torto quando ritiene che ci siano reciproci vantaggi e svantaggi nel maggioritario e nel proporzionale. La migliore prestazione del proporzionale per quanto riguarda la rappresentatività non è controbilanciata da una peggiore prestazione per quanto riguarda la governabilità." Se quindi fosse vero che la vittoria dei si equivale all'introduzione di un sistema maggioritario, ciò sarebbe sufficiente per essere contrari. In realtà ci sarebbe una differenza significativa, e in peggio: il maggioritario obbliga almeno a chiedere il voto sui singoli candidati, e quindi obbliga i partiti a presentare dei candidati almeno un po' credibili. Col sistema che si verrebbe a creare i nomi dei candidati sarebbero irrilevanti, e ciò apre alla strada al massimo di rappresentanza delle lobbies economicamente potenti e al minimo di rappresentanza dei cittadini.

3. Un "errore" fondamentale. A parte ciò, c'è un errore logico fondamentale nell'argomentazione dei promotori del referendum. Non c'è alcuna garanzia che la riduzione nominalistica del numero dei partiti corrisponda a una riduzione effettiva del numero delle fazioni e quindi dei decisori. Al contrario, la possibilità di condurre le trattative fondamentali prima delle elezioni, cioè al momento di scegliere le candidature, darebbe uno spazio enorme ai ricatti e ai do ut des delle diverse lobbies e alla corruzione. In effetti, i vari gruppi di pressione avrebbero interesse a mantenere, e anzi ad aumentare, la propria autonomia, onde massimizzare il loro potere di ricatto, sopratutto occulto. Anziché avere molti partiti avremo insomma molte correnti; l'unica differenza è che oggi un elettore può scegliere che partito votare, mentre se vincono i si questo potere gli sarà sottratto. Questo nel caso che i partiti si coalizzino; se non lo fanno lo scenario è ancora peggiore, dato che in tal caso un partito col 30 % dei voti o anche meno governerebbe con la maggioranza assoluta in un Parlamento composto in buona parte da parlamentari che nessuno ha eletto.

4. Altri problemi. Ci sono anche altri pericoli. Il primo è l'ulteriore distacco che si creerebbe fra classe politica e popolo. L'Italia è già il paese dell'Europa occidentale in cui la democrazia gode del minore prestigio. E' facile prevedere che quando le alleanze fra i partiti si faranno interamente all'oscuro oppure governerà da solo un partito col 30% dei voti questo prestigio scenderà ulteriormente. Il secondo è la coerenza fra la proposta del referendum e la strategia berlusconiana. Berlusconi afferma che chi ha la maggioranza deve governare da solo, senza lacci e lacciuoli; i sostenitori del referendum dicono la stessa cosa: a chi ha la maggioranza relativa, anche molto limitata, bisogna dare la maggioranza assoluta, in modo che possa governare da solo. Il sostegno del "si" porta insomma molta acqua al mulino di Berlusconi. Infine, a seguito della scomparsa del premio di maggioranza alle coalizioni, le soglie di sbarramento risulterebbero alzate: 4% alla camera e addirittura 8% al senato. Questa differenza di soglie aggraverebbe il principale difetto della legge attuale, la possibilità di una maggioranza diversa fra le due camere.

5. Un po' di economia. Ma allora, perché c'è chi è favorevole al si? Naturalmente c'è chi lo è perché gli conviene: a molte lobbies politiche, economiche e mafiose conviene che ci sia meno democrazia. E ciò è ovvio: democrazia vuol dire in primo luogo "una testa un voto", e quindi in linea di principio, se funziona bene, è in contrasto con gli interessi di chi preferirebbe "un euro un voto". Ma credo che ci sia anche chi crede in buona fede che sia meglio ridurre la democrazia per motivi economici: un sistema più decisionista contribuirebbe a togliere molti degli impedimenti che ostacolano la crescita economica del nostro paese.

Questo argomento è sbagliato, per due motivi. Il primo è che la democrazia è un valore in sé, anche economico. La pesante riduzione della democrazia che conseguirebbe alla vittoria dei "si" avrebbe effetti deleteri sulla qualità della vita di tutti, in termini di emarginazione, di immiserimento, di corruzione diffusa, di perdita di cultura, di asservimento ai potenti. Questi sono tutti costi, per evitare i quali vale la pena pagare qualche decimo di punto di crescita del PIL. Ammesso che lo si paghi; e vengo al secondo errore. E' vero che esistono esempi in cui la dittatura ha portato a una maggiore crescita del PIL, come la Germania di Hitler, ma ce ne sono altri, come l'Argentina e la Grecia, in cui è avvenuto il contrario. Molto dipende dalla capacità con cui i vari potentati economici e le varie mafie riescono a impossessarsi di quote di potere per usarle per i propri interessi, e da quanto questi interessi sono in contrasto con gli interessi dell'economia nazionale. Penso che oggi in Italia entrambi i fattori opererebbero contro lo sviluppo dell'economia.
6. Un po' di geografia e un po' di storia. E' utile ricordare che la maggioranza dei paesi democratici adotta un sistema proporzionale corretto; che in Europa solo tre paesi adottano un sistema maggioritario; e che la maggioranza degli studiosi di scienza della politica ritiene che il sistema proporzionale sia preferibile a quello maggioritario. Soprattutto, è interessante notare che il premio di maggioranza è pochissimo usato; oltre che in Italia esiste solo in Grecia e a Malta, e in entrambi i casi in forma meno estrema. La possibilità che si avrebbe in Italia di passare dal 30% dei voti o meno al 55% dei seggi non ha riscontro nella geografia elettorale. Ha però riscontro nella storia. La legge elettorale che risulterebbe dalla vittoria dei "si" ricorda abbastanza da vicino la legge Acerbo del 1923, pensata per garantire una larga maggioranza a Mussolini; essa infatti prevedeva che per avere il premio di maggioranza sarebbe stato sufficiente il 25% dei voti.

7. Un po' di diritto costituzionale. Il testo che risulterebbe dal referendum suscita fondati dubbi di costituzionalità. L'articolo 56 per la Camera e gli articoli 57 e 58 per il Senato stabiliscono infatti che i deputati e i senatori sono eletti a suffragio universale diretto. Non si parla di parlamentari non eletti (a parte i senatori a vita) e quindi non sembra vi sia spazio per un premio di maggioranza. Il problema esiste anche con la legge attuale, ma se vincessero i "si" aumenterebbe il numero di parlamentari non eletti. Ma allora perché la corte costituzionale ha dichiarato il referendum ammissibile? Il motivo è spiegato nel punto 6 della sentenza di ammissibilità: la Corte non può valutare nel merito la costituzionalità della struttura risultante a seguito del referendum; perché possa fare ciò la legge risultante dovrà essere impugnata nelle forme dovute.

8. E' giusto non andare a votare. Bisogna quindi che i "si" non vincano. L'elettore contrario al "si" può scegliere se votare no o non andare a votare. Come è noto, se i contrari possono comportarsi in modo unanime conviene non andare a votare. Curiosamente, tuttavia, è diffusa l'idea che non andare a votare sia immorale. L'idea è sbagliata, per tre motivi.

a) Essendo in gioco la democrazia, non bisogna andare tanto per il sottile.

b) In uno stato di diritto esistono il lecito e l'illecito, non il "vale" e "non vale". Se la legge consente di trarre vantaggio dal non andare a votare, non c'è motivo di non farlo.

c) Il rifiuto di votare può benissimo essere una scelta politica, di pari dignità che l'essere per il si o per il no. Io per esempio sono molto contrario a che una norma così importante come una riedizione della legge Acerbo venga approvata da una platea di elettori disinformati sulla base di un testo elaborato a colpi di bianchetto. Stando così le cose, non è vero che la possibilità di non votare dia un indebito vantaggio al "no"; è invece vero che l'esistenza di due gruppi di contrari al "si" fa sì che se questi gruppi non si coordinano siano i "si" ad avere un vantaggio indebito. Mi spiego con un esempio. Supponiamo che ci siano quattro gruppi di elettori: quelli che non vanno a votare perché si disinteressano, che sono il 24.9% degli elettori; quelli che non vanno a votare perché sono contro il referendum (e quindi a fortiori sono contro il "si"), che sono il 25%; quelli che sono per il no, che sono il 25%; e quelli che sono per il si, che sono il 25.1%. Se i due ultimi gruppi vanno a votare il "si" vince, nonostante che il "no" abbia l'appoggio di quasi due terzi degli elettori che hanno operato una scelta, e il "si" solo di appena più di un quarto degli elettori totali. Un risultato di questo tipo, palesemente ingiusto, può essere evitato solo se i contrari al referendum, in contrasto con la loro preferenza reale, vanno a votare per il "no", oppure se i fautori del "no", in contrasto con la loro preferenza reale, non vanno a votare. Non c'è alcun motivo per cui la prima alternativa sia più giusta eticamente della seconda.

  Commenti (4)
Quorum
Scritto da EssEmme website, il 26-05-2009 11:02
Mai mi sarei aspettato di leggere una elegia all'astensionismo su questo sito. Fa rabbrividire questo inno alla realpolitik intesa come 'sfruttare furbescamente le lacune di una legge'. Francamente sono fermamente convinto nel diritto-dovere di esprimere le opinioni, nella necessità di spiegare (come mi pare si cerchi di fare anche qui) la pericolosità di una vittoria di questo referendum, e poi andare a votare, andare a votare, andare a votare. La democrazia che si vuole difendere da questa riforma, la si difende con i diritti e le prerogative della cittadinanza attiva. Ovvero andando a votare, esprimendo le nostre opinioni, concorrere alla formazione di una società civile consapevole e capace di votare. 
 
Chi è per l'astensionismo non è molto lontano da chi ha proposto questo referendum. Entrambi non credono che il voto singolo di tutti sia utile, che ci sia un popolino/plebaglia che deve essere guidato, che non deve essere destato.
Diversa argomentazione per il no
Scritto da Domenico Argondizzo, il 25-05-2009 15:45
Non andrò a votare perché difendo il sistema elettorale proporzionale corretto attualmente vigente alla Camera dei deputati (migliorabile con la restrizione delle circoscrizioni, l’accorciamento delle liste, l’introduzione di una preferenza, ed esportabile - senza violazione di alcuna norma o principio costituzionale - al Senato della Repubblica). 
Le difficoltà strutturali del proporzionale, riferite alla governabilità, sono quelle del proporzionale puro. Gli strumenti che lo correggono (premio di maggioranza nazionale, soglia di sbarramento nazionale, voto unico per le due Camere) lo rendono preferibile in assoluto per l’Italia. Ovvero, almeno fino a quando gli italiani avranno imparato a votare come i britannici. Lì, i flussi elettorali sono assai univoci (cioè si va tutti insieme a destra ovvero a sinistra), assai consistenti, assai omogenei su tutto il territorio nazionale; perciò la moltitudine dei collegi uninominali dà, sul piano nazionale, risultati netti (i Labour, con poco più del 30% dei suffragi nazionali, hanno assai oltre la maggioranza assoluta dei seggi ai Comuni - è questo è detto anche per fare un po’ di geografia andando al merito degli istituti). 
Da noi, solo il proporzionale così corretto è in grado di realizzare le false (per l’Italia) promesse dell’uninominale maggioritario (ad un turno o due). 
Gli stessi sistemi elettorali funzionano diversamente a seconda della testa dei popoli. 
Perché il Comitato referendario non ha proposto direttamente l’eliminazione del premio di maggioranza? Evidentemente perché sarebbe stato in contraddizione con la filosofia sottesa al movimento di opinione che lo appoggia: la scelta per il maggioritario uninominale. Non si sarebbe potuta proporre l’eliminazione dell’istituto che dà un effetto maggioritario all’attuale legge. Meglio modificarla, rendendola abnorme, pur poi tornare al maggioritario. 
Qualcuno - non importa se tra i sostenitori e gli oppositori dei referendum - mi deve spiegare che differenza c’è tra il fare accordi di coalizione tra liste differenti e fare accordi per la composizione di una lista unica. Nel 1921 e nel 1924 i liberali fecero accordi con i fascisti per la composizione di una unica lista. Con grandi diversità nei rapporti di forza tra una elezione e l’altra; ma nel 1921, anche con grandissima distanza sul piano dei contenuti politici. 
E’ certamente più difficile fare una lista insieme, ma non è impossibile, se vi sono stimoli per farlo (e lo stimolo giusto è la vittoria sull’avversario, con il funzionamento del premio di maggioranza, ovvero anche senza il bisogno che funzioni, se si raggiungono i seggi sufficienti stabiliti dalla legge). Quindi, anche per i partiti medi, passi il referendum o meno, cambia veramente assai poco, sul piano della loro capacità di ricatto sui due partiti grandi. 
Fare un listone insieme non vuole assolutamente dire fare un partito insieme, con le connesse correnti più o meno losche. Si confluisce solo in una unica lista non un unico partito, e gli esempi, per non tornare di nuovo a quelli dei primi del ‘900, sono numerosissimi anche nell’era della II Repubblica italiana, vigente la legge uninominale maggioritaria. Sono state fatte liste uniche da formazioni che mantenevano la loro identità separata (e connesso simbolo), e che - senza alcun problema - hanno poi continuato ognuno per la loro strada. Si sono fatte anche ammucchiate di simboli di partiti separati per stampare il simbolo comune della lista unica. 
Il listone unico risultante dai sì ai primi due quesiti non costringe ad un partito unico; tutt’al più rende un po’ più complicati gli accordi di coalizione per la composizione dell’unica lista. Nello specifico non vi è alcuna sostanziale differenza politica tra la legge attuale e quella risultante dai quesiti abrogativi. Con essi si dice - giuridicamente - sì alla proporzionale con premio e sbarramento, e si dice - giuridicamente - no alla possibilità delle coalizioni di liste. 
Ma con l’effetto - micidiale - di rendere aberrante la logica - ora equilibrata - della attuale legge elettorale per la Camera dei deputati.
Scritto da Ida, il 22-05-2009 11:48
...se poi non si vuole contribuire nemmeno al quorum, allora che si rifiutino le schede elettorali al seggio
Tra la padella e la brace
Scritto da Ida, il 22-05-2009 11:49
Il problema di fondo, per come la vedo io, è che ci ritroviamo a dover scegliere tra la padella e la brace, infatti (senza considerare il terzo quesito): 
- se voteremo "sì" l'articolo ci spiega quali saranno le conseguenze (=la brace); 
- ma se voteremo "no" verranno a dirci che questo sistema elettorale piace agli italiani, che ha ricevuto la benedizione popolare etc etc (=la padella); 
- una via di mezzo su potrebbe forse essere quella di fare un segnaccio (=una riga che vada da una parte all'altra del foglio) sulla scheda elettorale 
 
...se poi non si vuole contribuire nemmeno al quorum, allora che si rifiutino le schede elettorali al seggio

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