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LA CRISI AL SUD ╚ SENZA PARACADUTE E-mail
Mezzogiorno
di Luca Bianchi
21 maggio 2009

bianchi_stabilimenti_fiat.jpgSi è affermato il convincimento che la crisi economica riguarda soprattutto il Centro-Nord. Un convincimento tanto diffuso e radicato quanto lontano dalla realtà. In realtà tutto il Paese è toccato da profonde difficoltà. Ciò che cambia è la struttura del mercato del lavoro e quindi la capacità di rappresentanza di coloro che dalla crisi vengono toccati. L’indicatore congiunturale maggiormente usato è quello dell’andamento della Cassa integrazione che però racconta solo una parte della storia del mercato del lavoro italiano, quella delle imprese di maggiore dimensione e quella dei lavoratori standard.

 

Gli ultimi dati della CIG ordinaria relativi al Marzo 2009 sono rilevanti: la crescita delle ore autorizzate rispetto all’anno precedente raggiunge il 527% nel Nord, il 386% nel Centro e il 300% nel Sud. Su circa 60 milioni di ore, 50 milioni sono nelle regioni del Centro-Nord. Nel periodo gennaio-marzo in termini di unità di lavoro dipendenti il monte ore autorizzate di CIG, in rapporto alla forza lavoro, è stato in media l’1,6% (annualizzato) nella media nazionale, sintesi però dello 0,9% nel Sud e dell’1,8% al Centro-Nord. In termini assoluti, nel periodo gennaio-marzo le unità di lavoro (annualizzate) in Cig sono 300 mila, di cui 230 mila nelle regioni del Centro-Nord e 70 mila al Sud.

Il quadro cambia profondamente se analizziamo invece i dati dell’indagine sulle forze di lavoro dell’ISTAT, relativi al quarto trimestre 2008. La situazione che emerge del mercato del lavoro meridionale è in questo caso realmente drammatica. Nel Mezzogiorno vengono escluse fasce crescenti di popolazione, soprattutto giovane, dal mercato del lavoro. A fine 2008 l’occupazione si è ridotta di 126 mila unità rispetto al 2007. Nel medesimo periodo nel Centro-Nord, pur con forte rallentamento, l’occupazione è aumentata di 150 mila unità, anche per effetto del contributo della manodopera straniera.

Una crisi sul fronte del lavoro che dunque al Sud sono in minima parte di riflette sui dati relativi alla crescita della cassa integrazione. Ciò vuol dire che molti lavoratori precari e a termine si sono trovati improvvisamente senza lavoro e senza reddito, e privi della copertura del sistema di ammortizzatori sociali.

Rispetto ad un quadro che dunque evidenzia criticità in tutto il Paese, ma che, almeno al momento, sembra riflettersi in particolare sul mercato del lavoro meridionale emerge con chiarezza la necessità, accanto ad interventi a supporto del sistema produttivo, di dare risposte immediate in termini di sostegno ai redditi.

L’asimmetria nelle tutele assicurato da un sistema di ammortizzatori incompleto quale quello italiano, potrebbe determinare situazione di tensione sociale difficilmente controllabili, in quanto incide su un mercato del lavoro già gravato da elevata disoccupazione. In Campania e in Sicilia lavora poco più del 40% della popolazione in età di lavoro; le donne che lavorano sono meno di 3 su 10. Siamo in una situazione di emergenza sociale, completamente trascurata dalla politica nazionale, che richiede risposte rapide.

L’accordo sugli ammortizzatori siglato tra Governo e Regioni è stato finanziato in larga misura con fondi delle regioni meridionali. Sugli 8 miliardi complessivi va ricordato che 2,6 miliardi sono a carico del Fondo Sociale Europeo e ben 4 miliardi sono di fonte FAS (il Fondo Aree Sottoutilizzate che per l’85% è vincolato alle regioni meridionali). Ma occorre tenere presente che tale accordo, proprio per le caratteristiche sopra ricordate del mercato del lavoro meridionale, rischia di servire a ben poco nelle regioni del Sud, essendo anche esso tarato sul sistema della Cassa integrazione in deroga.

Nell’audizione alla Commissione Lavoro del Senato del 21 aprile scorso il Direttore del Servizio Studi della banca d’Italia, Andrea Brandolini, ha chiaramente evidenziato come soprattutto in una fase di recessione quale quella attuale, i lavoratori atipici, soprattutto se a termine, per il fatto di essere i più esposti alla perdita di occupazione (sono i primi a subire i ridimensionamenti degli organici) e al tempo stesso per la mancanza di sussidi e per la limitatezza dell’indennità di disoccupazione sono i più esposti al rischio povertà.

Ciò pone ancora con maggiore forza l’esigenza di una riforma in grado di potenziare l’offerta di aiuti economici e di servizi diretti ai lavorati espulsi dal ciclo produttivo, tramite ammortizzatori sociali rivolti ai singoli individui indipendentemente dal settore, dalla dimensione e dalla tipologia delle imprese. Si tratterebbe di interventi che (proprio perché diretti alla persona e non alle imprese) permetterebbero di intervenire sull’intero mercato del lavoro, in maniera, anche dal punto di vista territoriale, assai più equa di quanto non faccia l’attuale sistema. Rimane il problema di come finanziarli. Le risposte possono essere di due tipi. Per far fronte nel breve periodo alle necessità determinate dall’attuale crisi, occorrerebbe che proprio le Regioni del Sud - che presentano il paradosso di avere i disoccupati e le risorse ma non gli strumenti per erogarle - richiedano una revisione dell’accordo siglato tra Stato e Regioni, allargando anche ad interventi più estesi di tutela di chi perde il lavoro. Ciò però non fa venir meno l’esigenza di una risposta di carattere strutturale. Nuove politiche di protezione a favore dei lavoratori oggi non tutelati, e delle famiglie con redditi inferiori alla soglia di povertà richiederebbe interventi di riduzione della spesa previdenziale. Quest’ultimi dovrebbero partire da forme di scoraggiamento del ricorso al pensionamento anticipato, che costituisce una delle principali fonti della crescita previdenziale negli ultimi anni; e che – può ricordarsi – risulta concentrato soprattutto nelle aree agiate del Centro-Nord. Dobbiamo convincerci che proprio la riforma del welfare può essere oltre che un elemento di equità generazionale la più importante politica meridionalista da fare in questo Paese.

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