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Internazionali
di Roberto Tamborini
15 maggio 2009

tamborini_manifesto_futurista.jpgQuest'anno ricorre il centesimo anniversario della pubblicazione, su un quotidiano parigino, del Manifesto Futurista di Filippo Tommaso Marinetti. Vi si leggeva, tra l'altro, "la letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità pensosa, l'estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno".

 

La gran parte degli studiosi è concorde nel ritenere che "il Futurismo non va circoscritto esclusivamente nell'ambito letterario. [Esso] propone un programma di profondo rinnovamento per tutte le arti e persino un nuovo senso del vivere, nuovi modelli di comportamento" (S. Guglielmino). Come non v'è dubbio che i Futuristi seppero cogliere lo spirito del nascente (in Italia) capitalismo industriale, trasfigurandolo artisticamente ed esteticamente in valori, simboli, segni: la fabbrica, la meccanica, la velocità, la distruzione creatrice.

 

Proprio in occasione del centenario Futurista, la Storia ci ha gettati in uno dei vortici grandiosamente drammatici che contrassegnano le continue trasformazioni del capitalismo sin dalle sue origini. Gli estimatori del più famoso movimento d'avanguardia del Novecento italiano, se vorranno allargare il loro sguardo dalle belle arti alla "scienza triste", potranno rimanere sorpresi, e trarre nuovi spunti di studio, dal perdurare, nel profondo dello spirito nazionale, delle suggestioni Futuriste prodotte dalla modernità.

 

Apprendiamo infatti, leggendo (ricorsi storici ...) sul principale quotidiano italiano (che, erroneamente, credevamo pensosamente immobile): "Mentre le élite si accapigliano sul ritorno di John Maynard Keynes, (...) il piccolo grande capitalismo del Nord Est non smette di far girare le macchine e di creare idee nuove per fare prodotti diversi da quelli di oggi, tecnologicamente più avanzati o esteticamente più validi. Sono coscienti della gravità della recessione, ma sanno che un giorno passerà e che quel giorno non bisognerà farsi trovare cone la mani in mano..." (Dario Di Vico, Corriere della Sera, 8 aprile).

 

Sullo stesso quotidiano (23 aprile), Francesco Giavazzi, insospettabilmente, sposa gli accenti marinettiani del debut de siecle. " ... il peggio deve ancora arrivare. Ma è venuto il momento di cominciare a pensare al dopo. Nonostante il crollo degli ordini - 30-40% in meno di un anno fa - gli imprenditori italiani non sembrano aver perduto la fiducia". L' esempio additato da Giavazzi è un impreditore il cui pensiero rievoca (chissà se inavvertitamente) quell'idea della "guerra come sola igiene del mondo" che pure contraddistinse il Futurismo: "La crisi è l'occasione per preparare un futuro migliore. Senza crisi non ci sono sfide e senza sfide la vita è routine, lenta agonia. E' dalla crisi che affiora il meglio di ciascuno".

 

Per completezza filologica, riprendiamo la precedente citazione di Di Vico, il quale correda l'elogio del "movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale", osservando che queste virtù nordestine cadono propizie in quanto "è il caso di porsi oggi quei problemi che il travolgente sviluppo a due cifre degli anni scorsi ha aperto e ha lasciato insoluti, a cominciare dal paesaggio distrutto dai capannoni". Gli amanti della pittura qui non mancheranno di percepire lo stesso cambio di passo e di zeitgeist tra il fremente Boccioni de La città che sale e l'algido desolato Sironi del Paesaggio urbano. Per altro, i cultori della scienza triste non mancheranno di ricordare che la crescita a due cifre del Nord Est s'è interrotta più di dieci anni fa, lasciando il campo alla riproduzione modulare, seriale e frattale dell'esistente (i capannoni), destinata ad arenarsi nel grigio destino dettato dalla legge dei rendimenti decrescenti. Ma dunque, se quelle che ora sentiamo son le promesse dello spirito nuovo, come non essere concordi che se la crisi non ci fosse stata, sarebbe da inventare!

 

"E' venuto il momento di smetterla con le inutili discussioni sulle colpe della finanza e sul futuro del capitalismo (...) e invece pensare al domani" conclude Giavazzi. Non vi figurate anche voi un lancio di volantini sulle "aule sorde e grigie" - quelle universitarie (per ora) dove imprigioniamo le forze migliori della nazione?

 

E come fu per il Futurismo delle Arti, così anche quello dell'Economia ci lega al resto del mondo veniente. Ci rassicura infatti Giavazzi che anche oltreoceano "Rahm Emanuel, Chief dello Staff del presidente Obama, e la persona più influente nella nuova amministrazione, ripete spesso: 'Non vuoi certo sprecare l'occasione di una grave crisi: le crisi sono opportunità straordinarie per fare cose straordinarie che in tempi normali paiono impossibili'. Marchionne insegna".

 

E come potrebbe, l'automobile, mancare in un bel quadro Futurista? "Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità; un automobile da corsa col suo cofano adorno da grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo ... Un'automobile ruggente che sembra correre sulla mitraglia è più bella della Vittoria di Samotracia."

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