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QUALI PROSPETTIVE PER LE POLITICHE DI SVILUPPO TERRITORIALE E IL MEZZOGIORNO? E-mail
di Gianfranco Viesti
15 maggio 2009

viesti_mezzogiorno.jpgNegli ultimi mesi gran parte delle politiche di sviluppo territoriale del nostro paese sono state cancellate. Il Governo ha infatti operato tagli di grande rilevanza alle risorse disponibili, finanziando tutti i suoi interventi di politica economica attraverso l’utilizzo di disponibilità assegnate agli interventi in conto capitale, principalmente nel Mezzogiorno.


Questo è avvenuto senza che a queste notizie fosse dedicato spazio sul sistema dei mezzi di informazione (con l’unica eccezione di alcuni articoli de "Il Sole-24 Ore"), e senza suscitare significative proteste né da parte delle forze sociali né dall’opposizione politica.

Fra i pochissimi intervenuti sul tema, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha dichiarato lo scorso 16 gennaio a Reggio Calabria: "allo stato attuale non è nemmeno dato sapere se il Quadro Strategico Nazionale approvato per il 2007-2013 resta tuttora valido e impegnativo, o se ad esso sia destinato a seguire un puro e semplice vuoto di strategia verso il Mezzogiorno".

 

In un precedente intervento(1) era stato descritto l’avvio di questo processo, con il finanziamento di una quota consistente dell’abolizione dell’ICI per i ceti più abbienti con risorse per 1,4 miliardi di euro destinate all’infrastrutturazione di Calabria e di Sicilia (decreto legge 93/08 del 27.5.2008) e con il rilevantissimo taglio (pari a 7,7 miliardi) delle risorse FAS (Fondo Aree Sottoutilizzate, destinate per l’85% al Sud) per il Ministero dello Sviluppo Economico. Questo processo è poi continuato per tutto l’anno 2008 e per il primo scorcio del 2009. Il quadro è stato recentemente ricostruito in una nota del deputato del PD Antonio Misiani, disponibile sul sito di NENS(2). Misiani fotografa la situazione a metà marzo, e documenta come i tagli abbiano raggiunto – al minimo - la cifra di 16,4 miliardi di euro. Ad essi vanno sommati 4 miliardi ex FAS destinati al Fondo Ammortizzatori Sociali. Di tutto il programma nazionale FAS, che era pari a 64 miliardi per il 2007-2015 (per spesa fino al 2018: una programmazione decennale) residuano le risorse per le Regioni (27 miliardi, di cui 21,8 al Sud); e le risorse confluite in un due nuovi fondi definito "Infrastrutture" (12,4 miliardi) e "a sostegno dell’economia reale" (anche detto "Fondo Letta", trasferito alla Presidenza del Consiglio) (9 miliardi). Ma l’erosione di queste disponibilità continua inarrestabile, dato che del primo sono stati già utilizzati 3,7 miliardi (con il decreto 185) per finanziare spese correnti e di gestione di Tirrenia, Ferrovie e Trenitalia, e che del secondo si prevede di utilizzare dai 2 ai 4 miliardi per la ricostruzione in Abruzzo (che sarebbe così pagata per l’85% dai cittadini delle aree più deboli del paese).

 

Con le risorse già disponibili per lo sviluppo del Mezzogiorno è stato finanziato di tutto: oltre ai casi già citati, le borse di studio per l’Università, la proroga della rottamazione dei frigoriferi, i costi del G8 in Sardegna (anche se non si farà più lì). Cosa di grande interesse, con le risorse in conto capitale per lo sviluppo del Sud sono stati finanziati i deficit di bilancio dei Comuni di Roma (500 milioni) e di Catania (140 milioni, entrambi con il decreto 154). Si è scelto cioè di compiere un’operazione di "salvataggio" di una specifica Amministrazione Comunale, con una scelta discrezionale non solo contraria a quella operata nel recente passato nel caso di Taranto (creando un’immotivata, inaccettabile, sperequazione) ma anche molto significativa proprio nel periodo in cui, in piena crisi economica e durante la discussione sul federalismo fiscale, l’opinione pubblica nazionale è – giustamente – particolarmente attenta a questi temi.

 

Un tourbillon di cifre, con grande abilità nel "mescolare le carte", cambiando nome ai fondi e presentando risorse già disponibili come interventi anti-crisi, lanciando ipotesi di "riprogrammazione" dei fondi (il Ministro Raffaele Fitto) o firmando improbabili (in presenza di precisi e cogenti impegni da tempo sottoscritti con l’Unione Europea) "contratti con il Sud" rende difficile la lettura del quadro ai non addetti ai lavori. Ma un dato sostanziale è incontrovertibile: è stata smantellata una quota estremamente rilevante delle politiche di sviluppo per il Mezzogiorno, con una velocità ed un’intensità davvero difficilmente immaginabili.

Sarà palese, quando a distanza di tempo sarà possibile disporre delle cifre relative alla spesa in conto capitale nel Mezzogiorno, un forte, ulteriore, calo degli interventi. D’altra parte il Governo con l’ultimo DFEP ha già provveduto a cancellare qualsiasi obiettivo quantitativo da raggiungere.

Queste misure non potranno che produrre un sensibile aggravamento delle condizioni economico-sociali del Mezzogiorno(3). Specie alla luce delle condizioni attuali dell’economia italiana: un forte calo del PIL nazionale (-1%) nel 2008 dopo anni di crescita stentata; una previsione drammatica per il 2009 (-4,4%); dinamiche già negative dell’occupazione in particolare al Sud (126.000 posti di lavoro persi nel 2008, -1,9%)(4).

 

La domande che a questo punto sorgono spontanee però sono altre: come mai di queste scelte così rilevanti di politica economica non vi è traccia sui mezzi di informazione (anche sui quotidiani del Mezzogiorno)? Come mai esse sono state e sono tuttora totalmente assenti dall’agenda del dibattito politico ed in particolare non sono state utilizzate dall’opposizione, parlamentare ed extraparlamentare (tranne alcune recentissime dichiarazioni del segretario del PD Dario Franceschini, ma dopo mesi di silenzio)? Come mai, pur in presenza di dinamiche che rischiano pericolosamente di aggravare la situazione del tessuto imprenditoriali e dei lavoratori del Mezzogiorno le forze economiche e sociali non hanno considerato questi temi come rilevanti? Come mai, infine, dalle Università, dai centri di ricerca, dagli studiosi dei problemi dello sviluppo regionale in Italia non si sono levate voci significative per documentare, commentare, nel caso contrastare queste scelte? In un recente contributo(5) si è provato a ricostruire il quadro complessivo, politico, economico e culturale, di questo decennio nel quale queste scelte sono maturate. La questione delle condizioni economiche e sociali e più in generale dello sviluppo del Mezzogiorno è sempre più ritenuta una marginale nel quadro nazionale; una questione dei meridionali, di cui tocca ai meridionali farsi carico, utilizzando il meno possibile le risorse fiscali raccolte nel resto del paese.

Quel che potrà succedere al Sud nei prossimi mesi, sul piano economico e politico, lo si vedrà; quel che appare sempre più evidente è che nel nostro paese è in corso una silenziosa secessione.

 

Gianfranco Viesti

 

 

1 -  G. Viesti, La trasformazione delle politiche di sviluppo territoriale e l’impatto sul Mezzogiorno, www .nelmerito.com 17.7.2008
2 -  A. Misiani, Il saccheggio dei fondi FAS e la finzione dei fondi anti-crisi, www.nens.it , aprile 2009
3 -  Per qualche riflessione in merito sia consentito rimandare alla relazione tenuta al convegno "Uno sguardo oltre la crisi", Roma 23.4.2009, disponibile su www.nens.it

4 -  Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro. IV trimestre 2008, del 20.3.2009

5 -  G. Viesti, Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è, Laterza, 2009

  Commenti (3)
Scritto da malatemporacurrunt, il 04-06-2009 12:22
Per verificare la qualità della spesa, ti consiglio di leggere, (se non l'hai già fatto) "Mezzogiorno a Tradimento" di Viesti, e ti accorgerai dei molti luoghi comuni anche su questo tema. La spesa è stata insufficiente, dal punto di vista quantitativo, questo, unitamente ai tempi di realizzazione delle opere pubbliche in Italia in generale (non al meridione in particolare) ha portato, dato anche il deficit di coordinamento delle regioni del sud, un risultato qualitativamente scarso. Ma ciò non vuol dire che le spese che sono state fatte erano inutili in sé, se mai erano necessarie, ma insufficienti per uno sviluppo concreto della parte debole del paese.
bisogna allargare la riflessione
Scritto da federico pirro, il 16-05-2009 11:03
Non basta sottolineare la riduzione dei fondi destinati al Mezzogiorno. E' necessario invece verificare quale sia stata (almeno sinora) la qualità della spesa delle risorse comunitarie e nazionali riservate al Sud. Sotto questo profilo gravi sono stati i comportamenti di molti Enti locali e di molte stazioni appaltanti. Ed anche su questo aspetto il Presidente Napolitano ha severamente richiamato le classi dirigenti meridionali ad una piena assunzione di responsabilità.
Parlare del Sud: non è bon ton
Scritto da Riccardo Colombo, il 15-05-2009 16:58
Non ho capito se le domande finali siano reali o solamente retoriche. Se sono reali, ci possono essere diverse risposte, tutte valide. Il mondo dell'informazione è orami generalmente a cedolino paga di Berlusconi e direbbe anche che la terra è triangolare se glielo ordinasse Berlusconi. Gli economisti italiani pensano a scimmiottare gli americani con astrusi e fallimentari modelli matematici o a scrivere articoli altrettanto assurdi sui quotidiani ( si veda il recente dibattito sul il sole 24ore). La classe dirigente meridionale, che ha peraltro sempre svenduto il Sud, è ormai inesistente e preferisce lavorare (rubare) senza regole, cosa che le garantisce l'attuale governo. E' il Partito Democratico ? Se, tranne Franceschini, orami isolato, ritiene che non sia bon ton parlare di leggi razziali, figuriamoci se pensa che sia educato parlare di Mezzogiorno. Scusate la polemica ma dobbiano ritornare ad indignarci. Riccardo Colombo

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