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LA FINANZIARIZZAZIONE DELL’ECONOMIA PUBBLICA E-mail
Economia reale
di Franco Osculati
15 maggio 2009

osculati_imf.jpgAll’origine della crisi non c’è stata una cattiva conduzione del settore pubblico. Come riconosce anche il Fondo Monetario Internazionale in un recente rapporto, nel disastro il ruolo della politica fiscale è stato modesto (Imf, 2009a, pp. 19 e seg.). Si può notare che se nei periodi di bonaccia si fossero ridotti i saldi di bilancio e gli stock di prestito nazionale, ora ci sarebbero più cartucce da sparare.

 

Tuttavia, il pentolone del debito pubblico non è esploso; è però impazzita la maionese del debito privato. Si riscopre che, ai fini dell’equilibrio macroeconomico, i due tipi di debito non presentano differenze decisive: entrambi sostengono la domanda aggregata e entrambi (come dimostrano i salvataggi bancari che si rincorrono per il mondo) chiamano a soccorso il contribuente. Non solo per l’equità ma anche per l’efficienza complessiva del sistema economico non si può rinunciare ad un settore pubblico ampio e ben gestito. Non è la Croce Rossa.

 

1. Il debito pubblico può essere migliore del debito privato, sia sul piano macro, sia sul micro. Quanto al primo, la sostenibilità di un dato stock dipende fortemente dalla differenza tra tasso di interesse e saggio di crescita. Ma di fatto i tassi dei debiti privati sono generalmente superiori ai tassi dei debiti pubblici (Barba e Pivetti, 2009). Quanto ad aspetti micro, per esempio, come non chiedersi se invece di forzare l’accesso all’abitazione mediante sub prime a spiantati totali non fosse, e non sia, meglio provvedere attraverso qualcosa di simile a case popolari, finanziate sempre in debito, ma debito pubblico.

Per la verità, quando sono in atto sgravi fiscali (o tax expenditures) è presumibile che diminuisca il gettito ma non la spesa pubblica. Il saldo ne risente. Anche nel settore dell’immobiliare qualche impulso al debito pubblico c’è stato, sciaguratamente dalla parte sbagliata. Lo stesso rapporto Imf (2009a, p. 14) critica i sistemi fiscali che sgravano gli interessi passivi sui mutui immobiliari. Negli Stati Uniti, in particolare, con facilitazioni di questo tipo si è consistentemente ridotto il costo per l’uso dell’abitazione di proprietà: del 19% in media (ma solo dell’8% per le famiglie a basso reddito). Probabilmente riduzioni fiscali, di pari importo complessivo, giocate per incrementare il mercato dell’affitto avrebbero condotto a migliori risultati e sicuramente non avrebbero contribuito ad infiammare la bolla. E invece si è miscelato il debito pubblico risultante dagli incentivi fiscali al debito privato derivante da un’attività bancaria, e similare, sconsiderata. Sostanzialmente il debito pubblico ha accentuato il potenziale distruttivo del debito privato. In futuro, dunque, i due tipi di debito sarà meglio tenerli separati.


2. Un altro caso di non proficua "finanziarizzazione" dell’economia pubblica è quello dei contratti derivati degli enti territoriali. In una recente audizione parlamentare la Consob colloca i derivati nel processo di trasformazione della finanza pubblica da "derivata ad un sistema di finanza pubblica decentrata". Tale evoluzione avrebbe avuto il riconoscimento e l’impulso maggiori nella riscrittura del Titolo V della Costituzione. L’Abi, nelle stessa sede, nota che i derivati sono ammessi in Italia ma non nel Regno Unito perché, in questo paese, "manca il principio costituzionale di autonomia finanziaria degli enti territoriali".

Sarà pur vero che la Costituzione italiana, soprattutto alla luce dell’art. 5, presenta un’intonazione autonomistica, ma non si può trascurare che la Carta stessa riserva allo Stato il compito di fissare i criteri generali di coordinamento della finanza pubblica e che nella legislazione ordinaria (si veda il "Tuel", dl 267/2000) sono compresi precisi limiti al debito locale. Consideriamo pure che i derivati non siano in se stessi debito nuovo o aggiuntivo, ammettiamo che essi siano ricondotti ad una funzione strettamente di copertura e non speculativa e, infine, escludiamo che possano ripetersi nella loro contabilizzazione pratiche scorrette. Ammesso (e non concesso) tutto questo, è del tutto pacifico che i derivati siano uno strumento adatto agli enti territoriali?

Nel caso più semplice, il derivato dovrebbe mettere al riparo dal rischio di una variazione dei tassi. Cosa c’è di male se un Comune, avendo stipulato un mutuo a tasso variabile in un momento di tassi bassi, cerca di schivare l’incremento futuro dell’onere mediante derivato? Se un operatore è incerto sull’andamento futuro dei tassi, egli sarà portato a cautelarsi stipulando a tasso fisso soprattutto quando i tassi sono bassi (come nel 2005-06). Detto questo, rimane da chiarire qualche aspetto macroeconomico e qualche questione sul ruolo della politica economica. Infatti, la copertura dal rischio non è senza costi e, se lo fosse, ci troveremmo di fronte ad un pasto gratis che annulla gli effetti della manovra monetaria. Quando si decide di aumentare o di lasciare aumentare i tassi, ci si dovrebbe attendere che un comparto importante dell’economia, quale è quello rappresentato dagli enti territoriali, reagisca diminuendo gli investimenti. Ma se sono al coperto mediante derivato, perché tali enti dovrebbero astenersi dal continuare a spendere?


3. La crisi era imprevedibile? Inutile recriminare, naturalmente. Tuttavia, anche nelle Università, e magari anche in quelli che una volta erano i partiti politici, si sarebbe dovuto dare un peso anche a libri come, per esempio, Le capitalisme est en train de s’autodétruire (Artus e Virare, 2005), Le capitalisme total (Peyrelevade, 2005) e L’ascesa della finanza (Andriani, 2006). Sono opere dovute a redattori di "Les Échos" (l’equivalente francese de "Il Sole 24 Ore") e a dirigenti di grandi istituzioni finanziarie pubbliche e private. In esse si sottolineavano alcune incongruenze fondamentali come, prima di tutto, il fatto che profitti e rendite, sulle due rive dell’Atlantico e altrove, andavano aumentando molto più ampiamente del pil.

I fondi pensione, in particolare, si inserivano nella tendenza generale imponendo come condizione all’ingresso nel capitale delle società rendimenti del 10 se non del 15%, a fronte di saggi di crescita del 2 o 3% annuo. Era uno scenario distruttivo perché, prima o poi, ad essere remunerato sarebbe rimasto soltanto il capitale e non anche il fattore produttivo lavoro. Era, inoltre, un meccanismo paradossale. Nel corso degli anni ’90 e dei primi anni 2000, la critica ai sistemi pensionistici pubblici a ripartizione è stata sovente condotta sottolinendo un presunto squilibrio del patto intergenerazionale. "Troppo ai nonni e ai padri, troppo poco ai figli", si è ripetuto a non finire. Passava sotto silenzio che neppure i sistemi pensionistici (prevalentemente privati) a capitalizzazione erano in grado di tutelare il futuro lavoratore pensionato senza colpire gli interessi del lavoratore in attività.

La ricerca di profitti troppo elevati e troppo a breve termine non si è limitata ai fondi pensione. Essa ha ossessionato l’intera economia degli ultimi anni. Oggi molti denunciano il problema; non si vedono però le cure. Certo per calmierare i profitti la concorrenza sarebbe utile, ma dove la concorrenza non c’è, come si agisce? Resta che per il momento la concorrenza, mediante emigrazione e delocalizzazione, ha investito soltanto il mercato del lavoro e ha ridotto solo salari e stipendi. In futuro, passata la buriana, se proprio non si riuscirà ad agganciare i redditi da lavoro alla produttività sarà opportuno mettere in campo qualche congegno fiscale (tassazione progressiva dei profitti, facilitazione all’interessamento dei lavoratori ai risultati d’impresa, altro) che aiuti anche a sostenere il peso delle pensioni pubbliche e private.

Anche delle private, perché, tornando al tema previdenziale, i dati sulle componenti funded sono in taluni casi drammatici. Ancora il Fmi stima che nel corso del 2008 gli schemi a capitalizzazione di Stati Uniti e Regno Unito hanno perso rispettivamente il 22 e il 31% non del valore iniziale ma del Gdp dei rispettivi paesi (Fmi, 2009b, p. 17). Sempre il Fmi prevede che in questi e in altri paesi non si potrà fare a meno di qualche forma di salvataggio pubblico della previdenza privata (Ivi, pp. 19-20).


4. In definitiva, diversamente dalle tesi di alcuni celebrati economisti, sembra difficile che tutto si possa aggiustare con qualche moderata iniezione di potere d’acquisto. A vantaggio dell’intera economia e, perché no?, dell’intera società, bisogna invece riscoprire nel settore pubblico non solo i lati di solidarietà ma anche quelli di efficienza. Nel frattempo, in assenza di provvedimenti discrezionali e della riforma di alcunché, in Italia nel giro di mesi, non di anni, il peso del debito pubblico sul Pil cresce di 15 punti, tornando ai livelli dei primi anni ’90. Da tali livelli ci allontanammo anche grazie ad una imponente operazione di privatizzazioni. Oggi però i gioielli di famiglia da vendere scarseggiano.

Il debito pubblico, rispetto al debito privato, ha il vantaggio (lo svantaggio dal punto di vista dei governanti) di essere evidente. La tematica fiscale torna in primo piano. Il gioco si fa duro. Vedremo in quali tasche metteranno le mani.

 

 

Testi citati.

 

Andriani, 2006 L’ascesa della finanza, Donzelli.

Artus P. e M-P. Virare, 2005 Le capitalisme est en train de s’autodétruire, La Découverte.

Barba A. e M. Pivetti, 2009, Rising Household Debt: Its Causes and Macroeconomic Implications. A Long-Period Analysis, in "Cambridge Journal of Economics", 33, pp. 113 – 137.

Imf, 2009a, Lessons of the Global Crisis for Macroeconomic Policy, mimeo, February 19.

Imf, 2009b, The State of Public Finances: Outlook and Medium-Term Policies After the 2008 Crisis, mimeo March 6.

Peyrelevade J., 2005, Le capitalisme total, Seuil

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