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CORTE DI GIUSTIZIA E PENSIONI: “ISTRUZIONI PER L’USO” CERCANSI E-mail
Welfare
di Nicola C. Salerno
24 aprile 2009

sistema_pensionistico_salerno.jpgLe reazioni alla recente sentenza della Corte di Giustizia ripropongono differenti vedute sul welfare. Il commento espresso da Raitano (v. articolo del 17 aprile 2009 su questo sito) suona fortemente critico, sia in punto di diritto sia nel merito degli effetti economici. Da altra prospettiva, invece, emergono aspetti di coerenza con un disegno riformista, soprattutto se il dispositivo viene esteso dall’INPDAP all’INPS e ai coefficienti "Dini".


Nelle motivazioni della Corte si coglie che, al di là delle difficoltà di inquadramento giuridico di istituti di welfare che sono molto diversi da Paese a Paese, la distinzione rilevante è tra pensioni previdenziali e trattamenti assistenziali. Le prime sono retribuzione differita e regole diverse uomo-donna creano discriminazioni sul mercato del lavoro; i secondi sono strumenti redistributivi da lasciare alle scelte politiche. Questa distinzione è fondante perché, quando inglobati nelle regole pensionistiche generali che si applicano a tutto lo spettro dei redditi, i flussi redistributivi si muovono, oltre che sfasati di 35-40 anni rispetto alla maggior parte delle esigenze dei singoli e delle famiglie, anche con nulla certezza di portare risorse effettivamente lì dove ce n’è bisogno.

Ciò vale per le pensioni retributive, ma anche per le contributive via i coefficienti "Dini". Si teme che differenziarli uomo-donna apra ad una catena di ripensamenti sui flussi redistributivi, tra persone e tra famiglie, con conseguenze balcanizzanti per il welfare. Ma coefficienti identici redistribuiscono a favore della generalità delle donne, soprattutto quelle con carriera lavorativa lunga e continua, senza saper distinguere tra le situazioni in cui questo è bene, e quelle in cui origina eterogenesi dei fini. Se ci si limita all’analisi delle pensioni può apparire che così non sia; ma se si alza lo sguardo all’esigenza di diversificare gli istituti di welfare, il passaggio diviene esplicito. Ci fossero altri elementi sufficientemente oggettivi per differenziare i coefficienti "Dini" a vantaggio della portata e della qualità della redistribuzione, sarebbe utile farvi ricorso. Per inciso, la reversibilità della pensione (una delle fonti di redistribuzione interna alle pensioni) è stata in Svezia abolita nel 1970, e oggi la Svezia vanta la minor differenza uomo-donna in Europa nei tassi di partecipazione al mercato del lavoro.

Anche uniformare a 60 anni recepirebbe la sentenza. Ma la vita si allunga, la popolazione invecchia, e serve ricostruire proporzioni sostenibili tra fase attiva e produttiva e fase in quiescenza. L’immigrazione può alleviare nell’immediato, ma non potrà da sola ristabilire condizioni strutturali di equilibrio.

Il prolungamento forzato delle carriere non è la via giusta. Si devono tutelare il più possibile le casistiche individuali, anche per mantenere elevata la produttività. La sentenza andrebbe valorizzata non in senso letterale (tutti a 65), ma recuperando l’impostazione originaria della riforma "Dini" e completando la neutralità distributiva delle regole di calcolo: una finestra anagrafica di pensionamento uguale per tutti (63-66?, aggiornabile nel tempo); assegni opportunamente adeguati per tener conto della vita attesa, all’interno sia del calcolo contributivo che retributivo; totale liberalizzazione del cumulo pensione-reddito; incentivazione del pensionamento graduale e del turnover giovani-anziani nelle posizioni full-time regolari.

Carriere più lunghe non si tradurrebbero in un aumento di spesa pubblica per pensioni. In primo luogo grazie al proporzionamento degli assegni alla vita attesa. Ma soprattutto per l’altra parte della riforma, la trasformazione multipillar, con la pensione somma della quota pubblica, finanziata a ripartizione, e di quella privata, a capitalizzazione. Ripartizione e capitalizzazione si complementano nei pregi e si controbilanciano nei difetti, e il loro mix avrebbe effetti positivi micro-macro, permettendo di trasferire risorse nel tempo a condizioni più vantaggiose. Sarebbero necessari profili contributivi inferiori, mentre la riduzione del concorso degli attivi a finanziare le pensioni pubbliche libererebbe risorse per gli istituti di welfare oggi sottosviluppati, alcuni dei quali a vantaggio delle donne.

Da sola l’equiparazione dell’età di pensionamento di vecchiaia, per giunta limitata all’INPDAP, non apre nuove prospettive. Essa dovrebbe rientrare in una agenda più ampia, che dal completamento della separazione della funzione previdenziale da quella redistributiva-assistenziale, passi ad incentivare il prolungamento della vita attiva e, con la diversificazione multipillar delle pensioni, trovi finalizzazione in una moderna rete di prestazioni redistributive-assistenziali universali e selettive a carico della fiscalità generale.

La maniera più costruttiva per guardare alla sentenza della Corte di Giustizia è questa: non ridurla ad un caso a se stante, sorta di diatriba tra giuristi ed economisti pubblici sul parametro dell’età sino a farne un feticcio; ma valorizzarla come un tassello di un rinnovamento complessivo secondo i punti sinteticamente ripercorsi. Un cambiamento difficile sotto tutti i punti di vista, nessuno vuole nasconderlo, a cominciare dalla gestione della transizione. Per questo è importante che i principi alla base della sentenza vadano portati alle loro logiche conseguenze, coinvolgendo l’INPS e i coefficienti "Dini". È una occasione per iniziare, a partire dalle fondamenta.

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