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IL CONTRATTO DI RETE: UNO STRUMENTO PER LA CRESCITA? E-mail
Regolazione
di Fabrizio Cafaggi
24 aprile 2009

reti_di_imprese_cafaggi.jpgE’ nata la disciplina del contratto di rete. Uno strumento attraverso cui imprese italiane e straniere potranno costituire nuove forme di collaborazione, dedicate a realizzare progetti comuni diretti allo sviluppo produttivo ed all’innovazione. Risponde ad un’esigenza delle imprese, in particolare quelle piccole e medie, d’innovazione organizzativa che la riforma del diritto societario del 2003 è stata in grado di soddisfare solo parzialmente.


L’Italia conquista dunque la leadership in Europa mettendo in campo uno strumento innovativo che, seppure per ora limitato all’ambito domestico, potrà stimolare gli altri paesi dell’Unione Europea e la Commissione a disegnare nuovi strumenti per la costituzione di reti transnazionali, specialmente di piccole e medie imprese.

Il contratto di rete nasce da un dibattito sul ruolo e l’identità dei distretti e sugli strumenti di politica industriale, destinato a proseguire anche dopo l’introduzione della innovazione legislativa. Da un lato coloro che hanno sostenuto la necessità di distinguere tra reti e distretti, le prime strumento di governo della filiera produttiva, i secondi sistemi produttivi locali di carattere territoriale. Dall’altro coloro che hanno cercato di identificarli intorno ad un paradigma comune, cui collegare anche un regime di fiscalità. Alla fine ha prevalso la prima tesi, l’autonomia della rete dal distretto, non in una logica di contrapposizione tra territorio e filiera ma di indipendenza e reciproca autonomia. I sistemi territoriali hanno caratteristiche diverse dalle reti, specialmente quelle lunghe che, ormai da anni, si estendono oltre i confini nazionali, alla ricerca di nuovi mercati e nuove competenze. Mentre l’intervento normativo sui distretti, con la definizione di una fiscalità propria, rischia di promuovere artificialmente la nascita di distretti esposti ad un pesante rischio di soggezione alla politica, quello sulla rete potrebbe consentire uno stimolo allo sviluppo, riducendo, almeno in parte, problemi legati alla frammentazione della filiera derivanti dalla cosiddetta disintegrazione verticale. L’allungamento della rete, con la creazione di reti estese, costituisce infatti un’opportunità di crescita, non privo senza costi. Questi sono legati alle difficoltà di coordinamento connessi alla trasmissione di conoscenza e della sua efficace protezione.

Si tratta di un contratto ad applicazione generale suscettibile di impiego sia nell’ambito produttivo che in quello distributivo ovvero diretto al coordinamento tra produzione e distribuzione. La funzione principale del contratto di rete è la definizione di regole dispositive, dunque derogabili dalle parti, attraverso cui le imprese, rimanendo indipendenti, possono realizzare progetti industriali comuni, diretti in particolare ad accrescere la capacità innovativa e la competitività. Costituisce un modello complementare a quello che realizza aggregazioni proprietarie tramite fusioni ed acquisizioni. Consente una crescita per via contrattuale anche in presenza di una compagine proprietaria ristretta. Il contratto di rete può consentire alle filiere di subfornitura, lunghe e spesso collocate in diversi paesi, di realizzare forme di coordinamento migliori di quelle conseguibili attraverso contratti bilaterali che uniscono a due a due gli anelli della filiera. Tale frammentazione accresce infatti i rischi di dispersione della conoscenza e quelli di opportunismo, moltiplicando i costi di controllo. Esso presenta un’opportunità specialmente per le imprese che, non disponendo di forte potere di mercato, non riescono a conseguire sufficiente protezione rispetto ai vertici della filiera.

In particolare il contratto di rete potrebbe costituire lo strumento che consente a piccole imprese prive di risorse finanziarie e di competenze sufficienti a realizzare individualmente innovazioni tecnologiche di processo e di prodotto. Molto spesso queste imprese non hanno una sezione ricerca e sviluppo e devono rivolgersi al mercato per l’acquisto di tecnologie innovative, mentre potrebbero realizzare propri progetti traendone corrispondenti vantaggi competitivi, mettendo risorse in comune.

Il contratto di rete può essere stipulato da due o più imprese (non vi è un tetto) ed opera attraverso un programma da realizzarsi anche a mezzo di risorse conferite in un fondo amministrato da un organo comune. A tale organo possono essere attribuiti poteri di rappresentanza anche verso i terzi al fine di consentire alla rete nel suo complesso di potere stipulare contratti con terzi.

La rete così costituita ha dunque una faccia interna diretta a regolare i rapporti tra i componenti ed una esterna, rivolta a consentire di contrattare con terzi, di partecipare a gare, di costituire coalizioni ed alleanze. Uno strumento per creare gruppi di acquisto e di vendita per realizzare economie di scala nella contrattazione con il venditore od il compratore principale.

Tuttavia non mancano le perplessità legate ad un testo legislativo assai imperfetto. Un primo elemento riguarda il vincolo di eseguire in comune attività rientranti nell’oggetto sociale di ciascuna delle imprese appartenenti alla rete. E’ difficile comprendere le ragioni di tale restrizione. Le imprese costituiscono reti per coordinare attività proprie o fare insieme ciò che non possono fare da sole. Vincolandole ad esercitare in comune l’attività si riduce la possibilità di costituire reti con primaria od esclusiva funzione di coordinamento. In secondo luogo, ancorando l’attività della rete a quelle previste nell’oggetto sociale delle singole imprese, si riduce la possibilità che esse possano fare insieme ciò che non avrebbero fatto da sole.

Vi sono poi alcune gravi carenze. La mancanza di una disciplina dell’abuso di dipendenza economica. La mancanza di una disciplina dello scioglimento. L’ insufficienza di una disciplina delle conseguenze del recesso che vengono integralmente lasciate all’autonomia delle parti o, in caso di assenza di disposizioni espresse, risolte avvalendosi della disciplina generale del contratto. Manca una disciplina specifica riguardante le reti transnazionali che colmi le lacune del diritto internazionale privato favorendo la costituzione di reti transeuropee. Mancano indicazioni concernenti il coordinamento con gli strumenti di politiche industriali che, con riferimento diretto o indiretto, includono le reti. Non si chiariscono i rapporti tra contratti di rete e consorzi, ATI, joint ventures ed altre forme oggi impiegati per la realizzazione di forme di collaborazione.

Questa disciplina, troppo scarna ed assai imperfetta, rischia dunque di svalutare le potenzialità dell’innovazione legislativa, riducendone le capacità di stimolo. Le imprese hanno bisogno di strumenti certi ed una disciplina così lacunosa affida, in ultima analisi, al giudice in sede di contenzioso il compito di integrare la lacune. Con i tempi della giustizia civile questo è un rischio che le imprese italiane non vorranno correre. Non resta dunque che ipotizzare interventi legislativi correttivi ed integrativi che possano almeno definire la disciplina essenziale ed un ruolo dell’autoregolazione promosso dalle grandi associazioni di categoria le quali, con la predisposizione di contratti tipo, possono ridurre l’incertezza consentendo un impiego rapido ed utile del contratto di rete.



 

Testo legislativo

Legge 9 aprile 2009, n. 33

(...) 4-ter. Con il contratto di rete due o più imprese si obbligano ad esercitare in comune una o più attività economiche rientranti nei rispettivi oggetti sociali allo scopo di accrescere la reciproca capacità innovativa e la competitività sul mercato. Il contratto è redatto per atto pubblico o per scrittura privata autenticata, e deve indicare:

a) la denominazione sociale delle imprese aderenti alla rete;

b) l’indicazione delle attività comuni poste a base della rete;

c) l’individuazione di un programma di rete, che contenga l’enunciazione dei diritti e degli obblighi assunti da ciascuna impresa partecipante e le modalità di realizzazione dello scopo comune da perseguirsi attraverso l’istituzione di un fondo patrimoniale comune, in relazione al quale sono stabiliti i criteri di valutazione dei conferimenti che ciascun contraente si obbliga ad eseguire per la sua costituzione e le relative modalità di gestione, ovvero mediante ricorso alla costituzione da parte di ciascun contraente di un patrimonio destinato all’affare, ai sensi dell’articolo 2447-bis, primo comma, lettera a), del codice civile;

d) la durata del contratto e le relative ipotesi di recesso;

e) l’organo comune incaricato di eseguire il programma di rete, i suoi poteri, anche di rappresentanza, e le modalità di partecipazione di ogni impresa all’attività dell’organo.

4-quater. Il contratto di rete è iscritto nel registro delle imprese ove hanno sede le imprese contraenti.

4-quinquies. Alle reti delle imprese di cui al presente articolo si applicano le disposizioni dell’articolo 1, comma 368, lettera b), della legge 23 dicembre 2005, n. 266, e successive modificazioni».

  Commenti (8)
CONTRATTO DI RETE
Scritto da GIAN PAOLO SARDOSALBERTINI website, il 19-12-2012 08:46
Credo sia meglio una joint venture contrattuale, con meno vincoli.
imprenditore
Scritto da Gian Franco, il 08-12-2010 15:50
Vedo grandi sforzi nel definire uno strumento legislativo ed identificarne un campo di applicazione. Io mi pongo la domanda; se con questo strumento, chiaro o meno che sia, si è trovata la soluzione alla mancanza di aggregazione, cooperazione ed internazionalizzazione di una piccola-media impresa italiana ? 
Non sarebbe meglio creare le condizioni e poi gli strumenti? 
Se ho mancanza di sistema a supporto di iniziative imprenditoriali, siano esse domestiche o internazionali (perchè è lì che ci giochiamo la partita) io mi chiedo; 
ma che ci faccio con il contratto di rete ?  
Posso solo tenerlo presente se mai si verificheranno le condizioni per applicarlo..o no?
Scritto da Peter, il 25-06-2010 13:55
Il contratto di rete, sembra non crei un nuovo soggetto giuridico, e quindi fiscalmente come potra agire? ci sara un'impresa "capofila", i versamenti al fondo patrimoniale comune, come verranno contabilizzati nel contratto di rete, se il contratto di rete è un soggetto autonomo, ha anche un suo bilancio? 
ci sono ancora troppe cose da mettere in fila.
Scritto da GIURISTA 85, il 21-01-2010 09:50
la solita riforma legislativa confusa ed inutile, fatta dal governo di turno solamente per darsi un volto innovatore.
Scritto da Eva Kant, il 01-12-2009 09:11
A mio sommesso avviso è un ulteriore contratto atipico, misto, diverso sia dal contratto di società che dal consorzio, che dall' ATI.
Scritto da Francesco, il 02-11-2009 12:48
anche io non ho ancora ben chiaro dal punto di vista giuridico come può essere inquadrato il contratto di rete: consorzio, ATI ? No, perchè ci sono delle differenze.....sarei felice se qualcuno con idee più chiare delle mie scrivesse come la pensa riguardo il contratto di rete e le differenze con gli altri soggetti citati in modo da scambiarci opinioni in merito!!
Scritto da Mauro Cozzari, il 21-09-2009 13:37
Chiedo scusa, ma continua a sfuggirmi la differenza tra un contratto di rete e la costituzione di una società di capitali ad hoc. 
1) Il contratto di rete deve essere fatto per atto pubblico o scrittura privata autenticata; 
2) il contratto va inscritto nel registro delle imprese; 
3) è costituito, mediante conferimenti, un fondo patrimoniale; 
In realtà credo che la fattispecie normativa sia nel senso di descrivere un vero e proprio contratto di società. Ad esempio, poniamo il caso di una serie di imprese che, per le ragioni descritte nella norma (innovazione, aggregazione etc. etc.), costituiscano una società di capitali (per vari motivi preferibilmente una srl) che abbia quale oggetto sociale il medesimo di tutte le imprese aderenti (nei limiti delle previsioni societarie in merito di omogeneità dell'oggetto sociale) ed in più l'obiettivo di intercettare opportunità di mercato coordinando le risorse delle imprese madri e beneficiando del capitale economico, strumentale e umano di ciascuna delle imprese aderenti. In questo modo, tra l'altro, a differenza del contratto di rete, ci sarebbe un soggetto destinatario di responsabilità giuridica (che non sembra esserci, se non in via futuribile e un poò fantasiosa, nel contratto di rete). Le imprese madri manterrebbero la loro autonomia a livello economico e di governance, mentre l'impresa figlia si preoccuperebbe lavorare per l'obiettivo per cui è stata creata (in pratica sarebbe una holding rovesciata). 
E' vero! Proprio per i limiti societari inseriti dalla riforma del 2003 in merito all'oggetto sociale, non sarebbe possibile creare una società di società che avesse un oggetto sociale composito (rete verticale). 
In questo caso ben potrebbe inserirsi il contratto di rete (ancorché sarebbe interessante un raffronto con joint venture contrattuali e corporative), senonché la normativa prevede, cme egregiamente osservato da cafaggi, il vincolo di eseguire in comune attività rientranti nell'oggetto sociale di ciascuna delle imprese appartenenti alla rete. Forse sarebbe stato più utile prevedere l'esecuzione in comune, ancorché ciscuno per le specifiche competenze, delle attività ad oggetto della aggregazione.
Contratto di Rete
Scritto da Andrea Scalia website, il 06-05-2009 17:58
Il contratto di rete è, finalmente, il coronamento di un obiettivo forte di Confartigianato. La logica è quella dell'autoregolamentazione tra le parti sulle modalità di co-operazione economica in una logica contrattuale e non più societaria. Il diritto societario, nella sua disciplina chiusa, non è più sufficiente per favorire processi di aggregazione e di innovazione tra le micro imprese che rappresentano il 95% del sistema produttivo italiano.  
La logica del contratto di rete deve essere la seguente. Le imprese possono fare insieme ciò che facevano prima o qualcosa di innovativo. Noi preferiamo la seconda ipotesi, per la prima va bene un consorzio o una cooperativa. Alcuni punti vanno, pertanto, della nuova legge approvata vanno migliorati. Così la previsione per cui nel contratto di rete possono entrare anche soggetti pubblici e privati, non imprese, per spingere innovazione all'interno (centri di ricerca, soggetti manageriali, associazioni di categoria, ecc.). In secondo luogo occorre prevedere una limitazione di responsabilità dei contraenti al solo fondo patrimoniale, altrimenti la norma sarà un disincentivo alla stipula di contratti di rete ed all'investimento in forma aggregata. Questo, infatti è il nocciolo della questione: favorire la dimensione aggregata dell'investimento e dell'innovazione. Non ha senso, come dicono alcuni, puntare sulla capitalizzazione ulteriore delle micro e piccole imprese o sulla loro quotazione in borsa fosse anche nell'AIM. Ciò è un non senso economico, perchè nella piccola impresa non vi è una remunerazione del capitale in quanto tale (non è una SPA quotata in borsa di cui compro le azioni aspettando capital gain e dividendo). La Micro - Piccola Impresa MPI è una realtà in cui il piccolo imprenditore investe di suo, rischia direttamente e se apporta nuovo capitale, lo fa per massimizzare il proprio profitto in modo che i ricavi marginali superino i costi marginali. Considerando l'impatto dei costi fissi per investimenti e innovazione, il piccolo imprenditore tende a portare il più possibile a saturazione la propria produzione con i mezzi che ha, prima di fare nuovi investimenti. Se lo aiutassimo, forse, a fare investimenti e innovazione aggregata, le risultanze sarebbero differenti. Auspichiamo che ciò possa essere capito dal legislatore con le correzioni che abbiamo detto sopra e con la previsione di specifici incentivi per le reti di impresa che fanno innovazione: es. uno specifico strumento fiscale, una incentivazione economica dedicata su progetti specifici. Ritengo non fondata la contrapposizione che taluno vuole creare tra distretti e reti o tra distretti e filiere. I distretti nascono per contiguità territoriale e per ragioni storiche, culturali, sociologiche e, direi, orografiche, venute meno le quali vengono meno anche i distretti e non possiamo certo stabilirlo dall'alto. Non ha senso spingerli verso il baratro, dimenticando che la storia è anche "corsi e ricorsi". Quando andiamo a regolare le reti o le filiere ci preoccupiamo di favorire le imprese con strumenti agili in termini normativi che vengono calati dall'alto ma in cui il sistema deve credere fermamente, pena la inutilità degli sforzi profusi dal sistema tutto! Ma restiamo ottimisti sulla volontà di favorire realmente il tessuto produttivo italiano che non è fatto solo di grandi industrie o di imprese fordiste ma di tante piccole realtà, anche grazie al nuovo strumento del contratto di rete.

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