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IL FRENO AUTONOMISTICO ALLA DISCIPLINA GOVERNATIVA PER GLI INTERVENTI PER L’EDILIZIA E-mail
Federalismo
di Guido Meloni
17 aprile 2009

meloni_piano_casa.jpgLa disciplina prospettata dal Governo per la realizzazione degli interventi per il rilancio dell’attività edilizia in chiave fortemente derogatoria delle competenze regionali e locali, oltre che dei limiti legislativi e programmatori in campo urbanistico, è stata superata da un’intesa tra Stato, Regioni e Comuni, che testimonia non solo della difesa delle reciproche competenze, ma della stessa esigenza di legalità dell’intero sistema, poggiato su basi autonomistiche.


La vicenda connessa alla previsione di interventi per il rilancio dell’attività edilizia, avanzata dal Governo per dare nuovo slancio ad iniziative anticicliche dirette a fronteggiare la crisi economica, rappresenta un caso significativo di come un sistema autonomistico possa contenere in sé gli anticorpi capaci di respingere gli attacchi più evidenti al sistema di ripartizione delle competenze tra poteri territoriali e, allo stesso tempo, in grado di riaffermare il necessario rispetto di limiti legali anche a fronte di esigenze congiunturali.

La bozza di decreto-legge presentata il 19-20 marzo ha suscitato, infatti, una levata di scudi sia perché ritenuta fortemente lesiva delle attribuzioni di regioni e comuni, sia perché, proprio attraverso la deroga alle competenze delle istituzioni locali, finiva per affermare un sistema di totale deregolamentazione per i nuovi interventi edilizi.

Per un verso, infatti, la bozza di decreto-legge prevedeva che la disciplina in essa contenuta, incidente in materia di "governo del territorio", ascritta tra quelle concorrenti delle Regioni, si imponesse immediatamente su tutto il territorio nazionale, in attesa che le Regioni competenti intervenissero, solo successivamente, con proprie leggi. Riproponendo in tal modo quel sistema delle norme suppletive statali di dettaglio che, alla luce del nuovo Titolo V della Costituzione, si pensava dovesse ritenersi oramai superato. Per di più, con un decreto-legge, fonte provvisoria, che avrebbe posto non pochi problemi in ordine alla vigenza delle norme cedevoli nei confronti dei legislatori regionali e, anche per questo, particolarmente lesivo delle attribuzioni delle Regioni.

Per altro verso, la bozza del provvedimento governativo finiva con lo svuotare, dall’interno, la competenza propria dei Comuni in materia urbanistica e di assetto del territorio, storicamente consolidata in capo ai Comuni e che la stessa Corte costituzionale ha sempre ritenuto costituisca uno dei nuclei essenziali dell’autonomia comunale. Infatti, gli interventi edilizi previsti avrebbero potuto realizzarsi attraverso una doppia deroga: alle disposizioni legislative (soprattutto regionali), nonché agli strumenti urbanistici vigenti o adottati e ai regolamenti edilizi (di competenza dei Comuni).

La dura contrapposizione tra Governo e Regioni-Comuni, che è seguita alla presentazione della bozza di decreto-legge, è sfociata, come noto, nella composizione delle diverse posizioni nell’intesa sancita in Conferenza unificata il 1° aprile.

La realizzazione dell’intesa rappresenta un evento di sicuro interesse, che testimonia oramai della necessità di ricorrere a soluzioni concertate quando, pur a fronte di esigenze congiunturali gravi, si voglia incidere, sull’intero territorio nazionale, in ambiti di competenza regionale e locale.

I termini dell’intesa raggiunta ci dimostrano, però, come non ci sia un unico vincitore nella partita avviata dal Governo.

In effetti, le Regioni portano a casa la salvaguardia della propria sfera di competenze legislative, non più assoggettata ad interventi suppletivi del legislatore statale (leggi: Governo con decreto-legge).

Allo stesso tempo, però, proprio le Regioni, nello spirito dell’intesa, riconoscono "l’obiettivo comune", rappresentato dalla necessità di interventi nel campo dell’edilizia per dare nuovo impulso all’economia, e assumono l’impegno di legiferare entro un termine temporale assai breve (90 giorni), assumendo taluni degli obiettivi posti proprio nella bozza di decreto legge contestato: possibilità di ampliamenti degli edifici nel limite del 20% della volumetria esistente o del 35% nel caso di interventi straordinari di demolizione e ricostruzione. Si impegnano, altresì, ad introdurre forme semplificate e celeri per l’attuazione degli interventi previsti. Il tutto, sottomettendosi al potere sostitutivo del Governo in caso di inerzia.

L’annuncio del Governo ha sortito pertanto l’effetto di acquisire da parte delle Regioni la disponibilità-necessità ad esercitare la propria competenza per obiettivi che lo stesso Esecutivo ha individuato.

L’intesa, però, riduce anche molto le velleità governative, riportando gli interventi previsti nell’ambito della compatibilità normativa e programmatoria determinata per lo più a livello territoriale.

Intanto, salta innanzitutto la previsione degli interventi in deroga della legislazione, nazionale e regionale, e della programmazione urbanistica e dei regolamenti edilizi locali, riaffermando in tal modo l’esigenza della compatibilità degli interventi ampliativi rispetto alle scelte ex ante delle amministrazioni competenti (si pensi in particolare al rapporto con gli strumenti di pianificazione, che nella bozza di decreto-legge avrebbero dovuto essere adeguati successivamente alla realizzazione degli interventi, risultando in tal modo conformati, con una evidente inversione logico-giuridica, da questi ultimi).

Gli aumenti delle cubature sono ora possibili solo per unità immobiliari residenziali uni-bi familiari (con volumetria non superiore ai 1000 metri cubi); è esclusa la possibilità del cambio di destinazione d’uso automatico; gli interventi sono preclusi non solo per edifici abusivi o su aree di inedificabilità assoluta, ma anche per quelli dei centri storici.

Regioni e Comuni condividono così gli obiettivi del Governo, ma ne riducono la portata e, soprattutto, ne riconducono la previsione nell’ambito della disciplina normativa e degli strumenti di programmazione e pianificazione.

Non si tratta solo di una salvaguardia delle sfere di competenze degli enti territoriali nei confronti dello Stato, ma anche di un riaffermato principio di legalità che deve guidare gli stessi interventi congiunturali.

Se si vuole, in questa occasione sembra si possa ritenere, salvo valutare gli ulteriori sviluppi, soprattutto con riferimento al decreto-legge che dovrà essere adottato (entro 10 giorni dall’intesa) per la semplificazione delle procedure di competenza statale, che la diffusione del potere ai livelli territoriali abbia costituito effettivamente un baluardo per un corretto e democratico esercizio dello stesso potere pubblico, anche a fronte di esigenze legate al verificarsi di congiunture economiche che possono richiedere interventi straordinari e in qualche modo un inevitabile condizionamento degli stessi poteri autonomi.

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