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QUANTO COSTA LA “NON-SICUREZZA” SUL LAVORO? E-mail
Lavoro
di Luisa Corazza
03 aprile 2009

sicurezza_lavoro.jpgIl governo sta varando la manovra correttiva al testo unico sulla sicurezza sul lavoro, con un decreto che mira soprattutto ad alleggerire le imprese dagli oneri rappresentati dall’adozione delle misure prevenzionistiche. Questa filosofia confligge però con il dato, ormai consolidato, che segnala come proprio dalla "non sicurezza" derivino costi altissimi, accollati per la maggior parte alle imprese.


Il Consiglio dei Ministri nella seduta del 27 marzo 2009 ha approvato in prima lettura il decreto correttivo del Testo Unico in materia di sicurezza sul lavoro, d. lgs. n. 81/2008.

Le modifiche introdotte dal decreto correttivo possono essere sintetizzate nei punti che seguono:

a) vi sono misure che mirano alla semplificazione di alcuni adempimenti, nell’ottica soprattutto di alleggerire gli oneri connessi all’elaborazione delle misure di prevenzione per il mondo della piccola impresa. Risultano destinatari di queste semplificazioni le piccole imprese , i piccoli cantieri, le attività considerate meno rischiose (come le attività intellettuali , le forniture di materiali, o gli appalti di breve durata);

b) il decreto correttivo conferisce poi un ruolo di rilievo alle Commissioni di certificazione, già introdotte dalla c.d. "Riforma Biagi" ed istituite presso le sedi universitarie o gli enti bilaterali. A queste commissioni viene attribuito l’importante compito di certificare l’adozione e l’efficace attuazione dei modelli organizzativi rilevanti ai fini dell’esimente dalla responsabilità penale delle persone giuridiche. Si tratta, in sintesi, di una sorta di attestazione di "presunzione di conformità alla normativa di prevenzione";

c) l’apparato delle sanzioni penali viene significativamente alleggerito, ma solo con riferimento alla responsabilità del datore di lavoro, sia in virtù della riespansione della pena pecuniaria, che torna ad essere un’alternativa alla pena detentiva, sia nella misura, minima e massima della pena edittale, che viene ridotta. Le sanzioni penali risultano invece, aumentate sul versante dei lavoratori, ai quali viene dedicata, peraltro, una rafforzata attività di formazione.

L’impressione è che le modifiche introdotte non abbiano una portata meramente correttiva, come sembra affermare il Ministro del lavoro, ma pongano in essere una riforma di rilievo, e ciò perché dalle stesse si evince un approccio alla sicurezza che appariva estraneo al d. lgs. n. 81/2008.

Dalla sintesi dei punti sopra illustrati emerge un filo rosso che lega tra loro gli interventi del governo: la preoccupazione che un eccesso di enfasi sulle misure di prevenzione degli infortuni sul lavoro possa tradursi in un eccesso di oneri per l’impresa, o addirittura in una "vessazione" dell’imprenditore, soprattutto se di piccole dimensioni. Si spiegano in questa logica le deroghe agli strumenti preventivi segnalati al punto 1), il tentativo di "burocratizzare" il circuito di responsabilità mediante la procedura di certificazione (punto 2), e soprattutto, l’alleggerimento dell’apparato sanzionatorio rivolto al datore di lavoro (punto 3). E’ solo apparentemente curiosa l’unilateralità dell’alleggerimento (perché alleggerire le sanzioni rivolte al datore di lavoro ed inasprire quelle rivolte al lavoratore?) : essa corrisponde invece ad una precisa filosofia ispiratrice, che considera la sicurezza sul lavoro una "nemica" dell’impresa, un "lacciolo" imposto tutt’al più da vincoli costituzionali (art. 32, Cost., art, 41. Cost., art. 35 Cost….), ma di per sé foriero di soli costi ed oneri per le imprese.

Ora, una tale concezione non confligge soltanto con il messaggio delle istituzioni europee, che mirano a creare in Europa un modello imprenditoriale che si distingue anche per la qualità della sicurezza sul lavoro (si v. la Strategia comunitaria per la salute e la sicurezza sul lavoro 2007-2012). Essa risulta soprattutto errata nei suoi presupposti.

Da recenti dati INAIL risulta che la "non-sicurezza" presenta costi elevatissimi. Basti pensare che il costo totale dei soli infortuni sul lavoro è, in Italia, di 45 miliardi di euro: per avere un’idea, esso è pari al 3% del PIL (v. Crisci, 2009). Senza considerare, poi, che questo costo è calcolato al netto del costo delle malattie professionali, degli infortuni in itinere, nonché di quello del lavoro irregolare: il costo complessivo della non-sicurezza è allora ancora maggiore.

Ma vi è di più. E’ stato rilevato che di questo costo complessivo solo un 40% è addossato al c.d. "sistema paese": il 60% di questo costo è invece sopportato dalla stessa impresa. D’altra parte, che l’impresa insicura presenti all’imprenditore costi salati è comprensibile se si considerano nell’onerosità di queste operazioni non solo i costi assicurativi e quelli prevenzionali (rappresentati non solo dall’implementazione dei sistemi di sicurezza, ma anche dall’attività degli organi ispettivi), ma anche i costi c.d. indiretti, come quelli che conseguono alla perdita di produzione (sapevate che il costo complessivo di una giornata lavorativa persa a seguito di un infortunio sul lavoro è superiore di 5,5 volte a quello della retribuzione lorda della medesima giornata lavorativa?) (per tutti questi dati v. Saccani, 2009).

Il che giustificherebbe un forte interesse delle imprese (su cui gravano per 60% i costi descritti) verso misure tese a rendere effettiva la prevenzione; interesse che dovrebbe trovare una corrispondenza in adeguate misure governative, dato che sul sistema complessivo – ivi inclusi il sistema pubblico – grava il restante 40% dei costi. L’intervento del governo – salutato da Confindustria come un importante "passo avanti" perché promuove una cultura sostanziale della sicurezza, riducendo appesantimenti e "vessazioni" a carico delle imprese - sembra andare, invece, nella direzione opposta, quella di "liberare" le imprese dai "laccioli" della sicurezza.

Ma il costo della non-sicurezza è tale da far pensare che un vero aiuto alle imprese sarebbe costituito non dalla riduzione delle tecniche di prevenzione – non hanno una tale funzione anche le sanzioni penali? - poste a carico di queste, ma dalla riduzione effettiva del numero di infortuni sul lavoro. A quanto pare, per l’impresa, i costi della non sicurezza superano di gran lunga i costi degli investimenti in sicurezza. Soprattutto in tempi di crisi economica, la sicurezza conviene.

  Commenti (3)
REPLICA DELL'AUTRICE
Scritto da Luisa Corazza, il 06-04-2009 19:39
Come richiesto, comunico i riferimenti bibliografici completi: 
C. Saccani, L'impatto tecnico-economico della sicurezza de lavoro nei sistemi produttivi, relazione presentata al convegno "La sicurezza del lavoro in ambito industriale", Bologna, 16 marzo 2009; 
A. Crisci, Analisi dell'andamento e dei costi degli infortuni sul lavoro in Italia, relazione presentata al convegno "La sicurezza del lavoro in ambito industriale", Bologna, 16 marzo 2009.  
Entrambe le relazioni sono disponibili sul sito: http://www.unibo.it/Portale/Ricerca/sicurezza.htm 
 
Resto comunque a disposizione per ulteriori richieste di chiarimenti e/o approfondimenti. 
 
Luisa Corazza
Informazioni molto importanti
Scritto da Riccardo Colombo, il 03-04-2009 21:08
I dati riportati dall'articolo sono di grande interesse. Sarebbe opportuno un approfondimento rendendo più circostanziate le modalità di rilevazione ed elaborazione delle informazioni riportate 
 
Grazie Riccardo Colombo
info
Scritto da Luca M., il 03-04-2009 11:49
Chiedo gentilmente all'Autrice se fosse possibile avere i riferimenti bibliografici completi, in particolare quelli di Saccani e Crisci.  
 
Grazie mille.

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