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LA “DIVERSITÀ” DELL’INDUSTRIA MERIDIONALE NELL’ERA POST-EURO* E-mail
Mezzogiorno
di Stefano Prezioso
27 marzo 2009
industria_meridionale.jpgLa globalizzazione e l’avvento dell’euro paiono aver prodotto, sull’industria meridionale, due effetti predetti tempo addietro da Krugman in casi analoghi: la concentrazione dei vantaggi comparati in limitati settori e un’accresciuta mobilità del fattore lavoro. Per contrastare tali tendenze è necessario una maggiore focalizzazione della policy su obiettivi specifici.

1. Con la nuova fase di integrazione dell’economia mondiale avviatasi all’inizio degli anni ’90 i limiti impliciti nel modello - unico tra i principali paesi sviluppati - dell’industria italiana sono divenuti più stringenti. Nelle regioni centro settentrionali sono emersi comunque alcuni segnali di discontinuità con il modello precedente. Il punto di arrivo (attuale) di questa evoluzione è costituito da un nucleo di "medie imprese" divenute il punto di forza del sistema industriale nazionale sotto il profilo della competitività, solidità finanziaria e redditività. Per quanto attiene al modello di specializzazione, accanto a fenomeni di aggiustamento intra-settoriale, vi sono stati mutamenti, in misura inferiore, inter-settoriali. Nel suo insieme, una parte minoritaria del comparto manifatturiero del Centro-Nord ha avviato un processo di transizione - una "metamorfosi" (Berta, 2004) - verso, probabilmente, una struttura più simile a quella da tempo prevalente nei paesi capitalistici avanzati.

L’industria meridionale ha seguito un pattern differente all’interno del quale sono progressivamente emersi due caratteri distintivi che Krugman tempo addietro aveva ipotizzato potessero comparire proprio in seguito a fenomeni di spinta integrazione di aree economiche differenti. Nelle parole dell’Autore, i due elementi sono a) "[..] in an integrated market regions will become more specialized" e, soprattutto, b) "[..] with increased factor mobility regions will tend to adjust to shocks by adding or shedding resources rather than by adding or shedding industries" (Krugman, 1993). Per quanto attiene il primo aspetto, i vantaggi comparati dell’economia meridionale, così come sono "rivelati" dai dati di export, evidenziano un costante e significativo aumento di peso dei settori caratterizzati dalla presenza di forte economie di scala, macro-branca quasi prevalentemente composta, è bene ricordare, da grandi imprese a proprietà esterna all’area. L’incidenza dell’export delle produzioni di scala sulle vendite all’estero complessive dell’area meridionale è passata dal 49,8% degli anni 2001-2003 al 60,9% registrato nel 2007. Di converso, il raggruppamento costituito dalle produzioni tradizionali, in cui sono essenzialmente ricomprese le attività del made in Italy, ha perso, nello stesso periodo, quasi dieci punti percentuali: dal 29,3% al 19,6% (fenomeno che non si è verificato nel Centro-Nord). Per quanto attiene al secondo aspetto, dal biennio 1996-’97, ovvero in coincidenza con l’avvio della stabilità valutaria, i flussi migratori netti dal Mezzogiorno verso il resto del Paese praticamente più che raddoppiano: da circa 30.000 unità all’anno ad oltre 60.000. Se a questi si aggiungono i circa 150.000 meridionali interessati da fenomeni di pendolarismo, si arrivano a flussi migratori paragonabili a quelli degli anni ‘50/’60. Inoltre, nel 2004, la percentuale di laureati meridionali, ovvero la parte più qualificata dell’offerta di lavoro, che avevano trovato un impiego a tre anni dalla laurea al di fuori del Sud è risultata pari a quasi il 40%. Con riferimento ai soli laureati in materie scientifiche, si riscontrano percentuali più elevate. In definitiva, l’industria meridionale, ed anche il resto dell’apparato produttivo, appare trovarsi in una situazione che potremmo definire, mutandola dalla macroeconomia, di "equilibrio (stabile) di sottoccupazione": da un lato, il sistema manifatturiero, facendo perno su vantaggi differenti da quelli tipici dell’area più sviluppata, è in grado (probabilmente) di garantire una tenuta relativa della dinamica di prodotto ma, dall’altro, manca un qualsiasi meccanismo in grado di avviare un processo duraturo di convergenza.

2. Appare indubbio, come appena visto, che il problema del Sud risieda in un tessuto imprenditoriale ancora rado, con una scarsa capacità adattiva ai mutamenti in atto. E’ stato recentemente mostrato che una causa, assai importante, di ciò vada ravvisata nel cattivo funzionamento delle istituzioni, in senso lato, preposte al funzionamento del mercato. Più esattamente, affinché un mercato sia efficiente è necessario che l’insieme di istituzioni, regole informali, norme sociali condivise che definiscono la struttura degli incentivi di una società renda conveniente lo scambio impersonale, il meccanismo che garantisce costi di transazione relativamente bassi. Nel Mezzogiorno, invece, risultano più diffusi gli scambi fondati su rapporti personali, incentrati su forti relazioni reciproche, che danno luogo a fenomeni di "intermediazione impropria" (Barucci, 2008) cui è collegata la presenza di esternalità negative, asimmetrie informative, comportamenti opportunistici, ovvero le fonti delle differenze nei costi di transazione. Non è un caso che all’interno dell’ampissima tipologia di misure predisposte per favorire lo sviluppo del Sud, i due interventi risultati maggiormente efficaci, sebbene molto differenti tra loro, siano stati la localizzazione di grandi impianti in specifiche aree - c.d. "contratti di programma" - e il credito d’imposta per i nuovi investimenti. La forza contrattuale e la capacità operativa della grande impresa, da un lato, e l’automatismo quasi totale tramite cui funzionava il credito d’imposta, dall’altro, sono entrambi elementi che sostanzialmente evitano il ricorso a quelle relazioni personali, spesso "improprie", presenti nella macchina amministrativa meridionale. E’ questo un fattore da tenere presente in prossimità dell’avvio del nuovo Quadro Comunitario di Sostegno 2007-2013 per il Mezzogiorno, che prevede un ammontare di risorse cospicuo. Affinchè l’efficacia di tale intervento non sia fortemente diluita è necessario un quadro normativo nel quale le varie misure siano concentrate su obiettivi specifici cui è preposto un responsabile unico e chiaramente individuato, evitando di mettere in campo policy, come nel recente passato, che sebbene perseguano obiettivi condivisibili prevedono un ampio utilizzo di relazioni e comunicazioni tra una molteplicità di soggetti in un’area dove i costi, monetari e non, a ciò associati sono significativamente maggiori.


*Le argomentazioni qui presentate sono tratte da un articolo dell’Autore in corso di pubblicazione sul n. 3/4 di QA-Rivista dell'Associazione Rossi-Doria (http://host.uniroma3.it/associazioni/rossidoria/qa.asp).


Bibliografia

Barucci P. (2008), Mezzogiorno e intermediazione "impropria", Il Mulino.

Berta G. (2004), Metamorfosi, L’industria italiana tra declino e trasformazione, Bocconi Editore.

Krugman P. (1993), "Lessons of Massachusetts for EMU", (ed. by) Torres F., Giavazzi F., Adjustment and growth in the monetary union, Cambridge University Press.

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