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MODELLO DI PARTITO MAGGIORITARIO E PARTITOCRAZIA E-mail
Politica e Istituzioni
di Cesare Pinelli
20 marzo 2009

pdl_pd_pinelli.jpgDella tenuta del modello di "partito a vocazione maggioritaria", si parla di solito in riferimento alle vicende politiche e organizzative del Partito Democratico. Qui vorrei però prescinderne il più possibile, e guardare piuttosto ai propositi e alle implicazioni strutturali del modello in quanto tale. Esso si propone come alternativa ai partiti italiani della prima fase della Repubblica, con le loro oligarchie correntizie al centro, coi loro apparati autoreferenziali a livello locale, in definitiva con la loro strutturale incapacità di includere, di esprimere qualcosa di diverso dall’autoperpetuazione del ceto politico.



Rispetto a questi partiti, reputati da un lato anacronistici, dall’altro abitati soltanto da uomini di potere quando non sepolti da Tangentopoli, il partito maggioritario si autopropone come moderna associazione di cittadini che eleggono un leader in gara per la premiership di governo o di opposizione, che non s’intendono di alchimie di potere e ai quali del resto non è richiesto un impegno costante nelle strutture di partito, a loro volta finalizzate alla competizione elettorale più che alla discussione politica quotidiana. Il modello annunciato si incentra dunque sul mandato a un leader eletto da un’ampia assemblea rappresentativa di iscritti e simpatizzanti, sulla unione personale fra leader di partito e premiership, e su un’organizzazione snella, esclusivamente finalizzata alla selezione del personale politico in vista delle scadenze elettorali. Promette da una parte più democrazia, nella misura in cui il leader godrebbe di un surplus di legittimazione rispetto al tradizionale segretario per le modalità della sua elezione – non più "il chiuso delle segreterie" ma un’assemblea aperta e largamente rappresentativa di cittadini -, dall’altra più efficacia decisionale, e si salda all’evidenza con una conforme trasformazione della forma di governo parlamentare.

Occorre, però, molta attenzione. Prima di tutto, dal 1994 sono passati quindici anni, troppi perché anche Candide non possa obiettare che il progetto di ristrutturazione del sistema politico e dei modelli di partito è ancora lontanissimo dall’essere compiuto. E troppi perché qualcuno possa anche sognare un ritorno ai partiti della prima fase della Repubblica. Quindici anni sono casomai sufficienti a gettare un primo sguardo storico su quei partiti. Che avranno avuto tutti i difetti che loro si imputano, ma che osservarono sempre regole chiare e ben conosciute, anche se quasi mai democratiche, per la designazione degli organi e dei candidati alle elezioni. Non capitava che non si sapesse rispondere a domande del tipo: "Chi ha collocato il signor X al posto Y"?, o "Chi ha deciso questa posizione del partito?", o addirittura "Esiste una linea del partito?". Non capitava allora, e non capita nei partiti europei. Capita invece spesso oggi in Italia, dopo che la questione dell’allocazione del potere nei partiti e dei partiti è stata rimossa dal discorso pubblico e dagli stessi discorsi ufficiali dei partiti. Si discute sì di regole interne, ma più per mostrare quanto sono differenti da quelle tradizionali che per individuarne, anzitutto, la funzione, e porre senza ipocrisie la questione del potere. Si parla molto, per esempio, di primarie, sul presupposto, in sé fondato, che si tratti di un sistema più democratico di selezione delle candidature di quello preesistente; ma se poi le regole sono incerte, confuse, o comunque troppo a lungo discusse e quindi non legittimate da una prassi condivisa, il discredito diventa maggiore di quello che colpiva i partiti di un tempo. Alla lunga, il tentativo di combinare una visione angelicata della democrazia e della partecipazione di iscritti e simpatizzanti con una tecnica di investitura del leader che ne massimizzi le chances di immunità dalle critiche fra una primaria e l’altra, e quindi la distanza dalla base, rivela la contraddizione che porta con sé, favorendo un esercizio del potere più opaco di quanto si verificasse un tempo.

Non sono il partito leggero, le comunicazioni in rete, l’abbandono dei riti dei partiti del Novecento a portare necessariamente a questi risultati. E’ piuttosto l’incentivo, insito nella strutturazione del modello di partito annunciato, a ridurre la propensione al rischio e a mantenere nel tempo le proprie posizioni anche scontando momenti di impopolarità. Questo contraddice il principio di responsabilità, di corrispondenza fra potere esercitato e responsabilità per tale esercizio. E’ vero che il principio non era operativo nemmeno prima del 1994, per assenza di ricambio della maggioranza fra una legislatura e l’altra. Ma oggi che c’è ricambio, il dibattito sui partiti e sul sistema politico è imprigionato in una falsa partita fra innovatori e conservatori che non consente nemmeno di vedere il problema delle nuove oligarchie. Non c’è nulla di più propizio per consentire al potere di continuare a nascondersi ora meglio di prima.

Non a caso le scelte e i comportamenti degli attuali partiti sui temi cruciali del finanziamento dell’attività politica e della riforma elettorale sono ancora più partitocratici che in passato. Sul primo punto, dopo i tentativi di riforma degli anni Novanta, rivelatisi fallimentari, si va avanti con leggine di cassa votate di soppiatto. Come si spiega, poi, che sulla legge elettorale del 2005 sia calato il silenzio? Il fatto è che, almeno per quanto riguarda le liste bloccate, l’attuale sistema fa comodo quasi a tutti, tranne a coloro che rimpiangono le preferenze. Così, su una questione importante come la selezione dei candidati alle elezioni, l’alternativa più gettonata a un meccanismo che impedisce qualsiasi scelta dei cittadini è il ritorno all’antico sistema delle cordate.

Nella migliore delle ipotesi, il dibattito si riduce perciò a questo fantastico dilemma, ignoto a qualsiasi democrazia ma inscritto nell’orizzonte della seconda partitocrazia. Ed è appena il caso di notare la stridente contraddizione fra gli annunci di voltar pagina rispetto all’involuzione partitocratica dei partiti della tradizione repubblicana e la ricaduta in un sistema partitocratico più sotto traccia, ma non meno pervasivo, a livello nazionale e locale.

Per uscirne, almeno sul piano culturale, bisogna rovesciare il tavolo della partita truccata fra innovatori e conservatori. Questi ultimi, semplicemente, non esistono più, mentre dopo quindici anni spetterebbe agli innovatori l’onere della prova del cambiamento. Se questo non c’è, e casomai c’è un peggioramento della qualità della convivenza democratica, vuol dire che è tempo di voltare pagina sul tema delle funzioni e degli assetti interni dei partiti.

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