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UN AUMENTO DELL’ALIQUOTA MASSIMA IRPEF PER FINANZIARE GLI AMMORTIZZATORI? E-mail
Fisco
di Fernando Di Nicola
20 marzo 2009

aliquota_irpef_dinicola.jpgMassimo Giannini, su nelMerito del 13 marzo richiama una tendenza degli ultimi anni in tema di distribuzione del reddito: mentre la forte crescita di alcuni paesi in via di sviluppo ha attenuato leggermente le disuguaglianze tra paesi, all’interno di ciascun paese, ed in particolare in quelli più sviluppati, la tendenza è quella all’aumento delle disuguaglianze, a seguito dell’evoluzione della distribuzione primaria del reddito non sufficientemente bilanciata dall’azione redistributiva del sistema.


In questi giorni dapprima la CGIL e successivamente il PD hanno proposto, anche a seguito della recessione in atto, con la conseguenza di un netto aumento dei disoccupati, di rafforzare il sistema degli ammortizzatori sociali finanziando gli interventi anche con uno scaglione Irpef addizionale sui redditi più elevati: più in dettaglio, a fronte di un’aliquota massima oggi del 43% sui redditi superiori ai 75'000 euro, la CGIL propone il 48% sui redditi imponibili maggiori di 150'000 euro, mentre il PD propone il 45% sui redditi superiori ai 120'000. Il PD stima in particolare circa 500 milioni di maggior gettito da destinare, necessariamente assieme ad altre risorse, al miglioramento del welfare.

L’argomento dell’aumento delle aliquote massime Irpef è costantemente oggetto di dibattito, con riferimento particolare agli obiettivi di equità (redistribuzione) ed efficienza (minimizzazione del disincentivo al lavoro attraverso moderate aliquote marginali effettive)(1).

Pare utile allora commentare queste proposte con riferimento a questi aspetti, come osservabili concretamente nell’Irpef italiana.

Appare in primo luogo realistico l’ordine di grandezza del maggior gettito preventivato: sebbene la percentuale di contribuenti al di sopra della soglia dei 120'000 euro sia attorno allo 0,5%, la quota di reddito da loro dichiarata rappresenta poco meno del 7%, mentre è ovviamente ancora più alta la relativa quota del gettito, stante la progressività dell’Irpef. Da una nostra microsimulazione d’impatto dell’intervento risulta un maggior gettito di circa 450 milioni annui di competenza (anche se un eventuale intervento per decreto legge applicabile sin dall’anno in corso rimanderebbe l’incasso di almeno la metà del maggior gettito al prossimo anno, stante il ritardo di applicazione delle ritenute d’acconto e le dichiarazioni a saldo dei non dipendenti e assimilati).

In termini redistributivi appare accettabile una leggera accentuazione della progressività, stante la tendenza opposta della distribuzione primaria degli ultimi decenni. Sul punto va aggiunto che in termini di aliquote marginali effettive questo tipo di correzione appare addirittura desiderabile, stante la strana struttura italiana vigente: appena superata la soglia della no tax area, infatti, le aliquote marginali effettive schizzano in alto per l’effetto combinato delle aliquote legali, della accentuata decrescenza delle detrazioni spettanti per tipo di reddito e, per chi abbia carichi familiari, per l’ulteriore effetto delle detrazioni familiari e degli eventuali assegni familiari.

Come conseguenza, l’aliquota marginale effettiva raggiunge e supera abbondantemente il 40% per redditi piuttosto modesti, per poi restare sostanzialmente costante per i redditi più alti che, se subiscono un’aliquota legale più alta, vedono attenuarsi ed annullarsi l’effetto delle decrescenze per detrazioni ed assegni. In altre parole, per redditi superiori ai 120'000 euro l’aliquota marginale effettiva del 43% risulta oggi di fatto inferiore a quella di molti redditi più bassi.

Se si considera che diversi studi mostrano che elevate aliquote marginali disincentivano il lavoro maggiormente a livelli più bassi di reddito, un restyling in direzione di un’Irpef più efficiente spingerebbe ad utilizzare il maggior gettito proveniente da questo nuovo scaglione per attenuare le aliquote marginali Irpef dei redditi medio bassi, oggi davvero elevate e facilmente correggibili attraverso una linearizzazione (e semplificazione) della decrescenza delle detrazioni.

Un’ultima considerazione va fatta poi in tema di composizione per tipo di reddito prevalente dei destinatari di questa ipotesi di intervento, cioè del segmento di contribuenti che dichiarano oltre 120'000 euro annui. Da più parti è paventato il timore che interventi in direzione di una maggiore progressività dell’Irpef ottenuta attraverso l’innalzamento dell’aliquota massima risultino iniqui, in quanto destinati quasi esclusivamente a dipendenti e pensionati, gli unici che dichiarerebbero quei livelli di reddito. Questo argomento, insieme ad altri, è anche alla base di proposte di riduzione della progressività Irpef.

Ma la logica e le norme dell’Irpef italiana, insieme alle caratteristiche del mercato e dell’evasione-elusione-erosione, sembrano attenuare questi timori. In primo luogo dividendi e plusvalenze da partecipazioni qualificate entrano oggi per il 50% nell’imponibile Irpef, costituendo insieme agli altri redditi da impresa e lavoro autonomo quasi la metà dell’imponibile di quello scaglione. Teoria ed evidenze empiriche ci dicono infatti che l’evasione è molto presente tra i redditi bassi e per imprese con fatturato prevalente verso le famiglie, mentre esistono imprese e professionisti che per il particolare settore in cui operano, per le maggiori dimensioni aziendali o per la natura pubblica o aziendale della clientela tendono ad evadere molto meno, accrescendo la presenza in scaglioni elevati. Nella categoria dei collaboratori, oggi fiscalmente e statisticamente aggregati ai dipendenti, si trovano poi gli amministratori di società, comprese quelle grandi e grandissime, i cui redditi sono civilisticamente e sostanzialmente assimilabili a quelli da lavoro autonomo ed in molti casi elevatissimi.

Aggregando redditi da impresa, da partecipazione, da esercizio di arti e professioni e da amministrazione di società si perviene, secondo nostre stime fondate sulle dichiarazioni dei redditi, a circa il 60% di redditi non da lavoro dipendente e pensioni all’interno dell’ipotizzato nuovo scaglione, con una quota ancor più grande del relativo gettito.

Insomma l’Irpef, con i suoi limiti e le aree di possibile miglioramento, appare ancora lo strumento più idoneo (meglio se coadiuvato da altri) per perseguire l’essenziale azione redistributiva.



(1) Si richiamano in particolare i due recenti interventi sull’ipotesi di un nuovo scaglione Irpef di Valentino Larcinese e Ruggero Paladini, su lavoce.info rispettivamente del 2 e del 6 marzo scorsi.

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