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UN PARTITO APERTO, DI STRUTTURA SOLIDA E-mail
Politica e Istituzioni
di Francesco Clementi
20 marzo 2009

pd_clementi.jpgL’inizio dell’anno ha portato il nostro sistema partitico ad essere nuovamente scosso. Da un lato, le dimissioni di Walter Veltroni; dall’altro, la creazione del partito unico che unirà a breve Forza Italia e Alleanza nazionale. E come un leit-motiv che ci accompagna da anni (se non ormai da decenni…) anche il dibattito intorno alla forma e alla natura dei partiti politici (sia intorno a quelli appena nati ma già in crisi, sia intorno a quelli nascituri ma già nel pieno del travaglio) riprende volume e quota. Tuttavia, in attesa del partito unico del PdL, ritengo sia importante, di fronte alla crisi, ragionare del Partito democratico.

 

Innanzitutto, a che serviva il Partito democratico? Riprendendo le parole del (poi) Presidente della Commissione Statuto Salvatore Vassallo, esposte ad Orvieto nell’ottobre 2006, esso serviva a: (a) "dare compimento alla transizione verso una matura democrazia governante"; (b) "lenire ed archiviare le ormai logore divisioni ideologiche del novecento"; (c) "richiamare alla partecipazione politica quei tanti cittadini italiani che da tempo non sono più attratti, o si sentono addirittura respinti, dalle tradizionali strutture di partito".

Su queste linee, lo Statuto del Pd è stato sostanzialmente conseguente, affermando che esso è "un partito federale costituito da elettori ed iscritti" (art 1) e che "affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali" (art. 2).

Eppure, in poco più un anno di vita, tra testo e contesto, sono (ri)emerse –lo scrivo, si licet, in modo assai sommario ed estremizzato- due visioni intorno al Partito democratico: coloro che ritengono che la leadership dello stesso debba coincidere sempre più con una premiership; e coloro invece che ritengono che questo non debba essere "scontato". I primi sarebbero quelli del "partito leggero", cioè del partito del leader; i secondi sarebbero quelli del "partito pesante", cioè del partito totalizzante, di stampo novecentesco. I primi sarebbero propensi agli elettori, oltre che agli iscritti; i secondi sarebbero propensi agli iscritti, più che agli elettori.

Questa divaricazione è evidentemente una forzatura. Non soltanto perché nello statuto del Pd c'è un equilibrio tra diritti degli iscritti e degli elettori (ad esempio, solo ai primi è riservato l'elettorato passivo nelle cariche interne), ma anche perché la scelta di ricercare la creazione di un grande partito, grande abbastanza da coltivare una "vocazione maggioritaria" (così come naturaliter avviene nelle grandi democrazie stabilizzate, si pensi al ruolo che svolge il Psoe o il Psf) rende quasi obbligato tenere aperto, all’insieme dell’elettorato, i momenti più forti all’interno di un partito, in primis l’elezione del segretario. E questo, a mio avviso, non perché si voglia un partito leggero, che evidentemente è una boutade giornalistica. Ma perché soltanto così si consente al candidato leader, che ha maggiori possibilità di vincere la competizione interna, di essere, al tempo stesso, anche la migliore scelta ai fini della premiership, assommando su di sé sia le preferenze degli iscritti che quelle dei potenziali elettori.

Insomma, in alcuni punti lo statuto mira da un lato a rappresentare l’elettorato del Partito democratico, e lo fa in maniera "tradizionale" (i circoli etc…) e con tutta la consapevolezza che richiede il fatto che un partito è innanzitutto un’organizzazione sociale solida mirante a dare una forma di rappresentanza collettiva –che non vuol dire unanimistica- alle istanze sociali; dall’altro, lo stesso statuto è stato scritto in maniera tale da favorire che tale solida scelta organizzativa, ossia il creare un partito vero (altrimenti sarebbe stato un semplice movimento…), avesse come funzione propria quella di presentare alla società italiana un partito autenticamente riformista, che aspiri davvero al governo della società italiana e non invece soltanto al mero rappresentare una parte del suo elettorato, ancorché in misura larga (come normalmente avviene nelle democrazie dove la premiership è scelta dopo il momento elettorale, e non precedentemente).

Questa logica evidentemente affonda le sue radici nella cultura politica che pensa che il cittadino sia il vero arbitro delle scelte politiche e che spetti a lui l’alfa e l’omega delle decisioni principali; e che, proprio per questo motivo, i partiti post-novecenteschi non possano non essere capaci di tenere insieme, nella loro struttura, sia la loro naturale vocazione a rappresentare una parte dell’elettorato sia quella, per certi aspetti meno naturale ma oggi decisiva, dell’essere strumenti capaci di canalizzare e stabilizzare il consenso per il governo del Paese. Questo –si badi bene- non significa soltanto costruire le condizioni per vincere le elezioni -perché lo stesso caso italiano lo ha dimostrato ampiamente che ciò è una condizione necessaria ma non sufficiente per governare stabilmente- quanto significa soprattutto costruire le condizioni, come partito, di porsi come forza leader sul quale incentrare –senza scossoni e a lungo- il governo del Paese.

Questo è il senso della locuzione "vocazione maggioritaria" e questo era il senso del "Discorso del Lingotto" di Veltroni: un partito fondato sul principio "una testa, un voto", creato per "fissare i riformisti al principio del bipolarismo e della alternanza", posto in essere per evitare che "un senatore possa avere nelle mani il destino di una legislatura". Insomma arrivare ad una democrazia che decide, capace di mantenere un equilibrio tra potere di decisione e potere di controllo.

Questo è un partito "leggero"? Non credo. Questo è un partito aperto di struttura solida. D’altronde, il Partito democratico è stato voluto –anche nelle sue regole interne- come un partito che al suo fondo tende a non autoconservarsi in una logica minoritariamente rassicurante ma che sceglie –a partire dai suoi momenti principali- di tenere sempre aperte le sue porte alla società (e può farlo evidentemente soltanto se ha una sua solida strutturazione…), consapevole che soltanto così potrà esservi una reale possibilità che una sua futura vittoria elettorale non sia la mera espressione di un moto contro qualcuno o qualcosa, ma sia il frutto di una responsabile e consapevole scelta dell’elettore che, scegliendo di votare il Partito democratico, ha scelto naturaliter un partito che aspira, in maniera stabile, duratura e non trasformistica, al governo del Paese.

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