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QUANDO LA “FORMA PARTITO” SOMIGLIA TROPPO ALLA “FORMA DI GOVERNO” E-mail
Politica e Istituzioni
di Roberto Cerreto
20 marzo 2009

pd_cerreto.jpgLa costruzione di un partito è una grande impresa culturale e organizzativa. Spesso questi due aspetti si condizionano a vicenda, concorrendo a definire la "forma partito". Questo vale per il Partito democratico, ma anche, mutatis mutandis, per il Popolo della libertà. Qui si cercherà di illustrare la cultura politica insita nelle scelte organizzative del PD. Per capire se questa possa spiegare alcune delle difficoltà in cui il PD sembra dibattersi. Le dimissioni di Veltroni e il modo in cui si è arrivati alla scelta del suo successore offrono molti spunti di riflessione sulla "forma partito" del PD e, in prospettiva, sulle possibili analogie con quella del costituendo Popolo della Libertà.


Sotto lo schermo dell’aggettivo "leggero", il PD si è venuto configurando, nel primo anno e mezzo di vita, come un partito costruito intorno al leader e al suo rapporto, il più possibile diretto e immediato, con il popolo (del partito). Già dire che il PD ha un anno e mezzo di vita significa datarne la nascita alle "mitiche" primarie del 14 ottobre 2007, giorno in cui il popolo del partito ha investito il proprio leader…

Come si cercherà di mostrare, questa concezione permea in profondità lo statuto del PD. Ma il dato statutario non sarebbe degno di nota, se non esprimesse "nero su bianco" la cultura politica del gruppo dirigente chiamato a gestire, intorno a Veltroni, la cosiddetta fase costituente; una cultura politica che spiega anche certe analogie tra la "forma partito" e alcune sue proposte in tema di forma di Governo (per esempio, il premierato elettivo), sulle quali, non a caso, era sembrato inizialmente che potesse realizzarsi una convergenza con la maggioranza e, in particolare, con il PdL.

Ma verifichiamo queste affermazioni alla luce della codificazione della "forma partito" contenuta nello statuto.

Il primo elemento che salta agli occhi è l’assenza di un confine organizzativo, di una linea di demarcazione netta tra gli iscritti e i semplici elettori. I diritti e i poteri degli iscritti non differiscono significativamente da quelli degli elettori; i doveri, invece, sì, nel senso che i primi devono pagare una quota associativa… Ragionando in termini di incentivi e disincentivi, verrebbe da chiedersi perché mai un elettore dovrebbe iscriversi al PD! Non è il partito senza iscritti e senza congressi sognato da alcuni, ma poco ci manca. E questo, forse, aiuta a capire perché, a quanto dichiarano i suoi stessi dirigenti, oggi il PD ha meno della metà degli iscritti di DS e Margherita.

Ma leggiamo: il PD "affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali" (art. 1). E infatti tutti gli elettori partecipano alla scelta dell’indirizzo politico del partito mediante l’elezione diretta dei segretari e delle assemblee a livello nazionale e regionale (anche se le candidature alla carica di segretario nazionale e regionale sono selezionate attraverso una "consultazione" tra gli iscritti).

L’assemblea nazionale, che elegge il segretario se nessun candidato ha ottenuto, nelle primarie, un numero di voti tali da assegnargli la maggioranza assoluta dei seggi nell’assemblea, o lo sostituisce in caso di cessazione anticipata dal mandato (come avvenuto lo scorso 21 febbraio), sarà composta, a regime, da mille membri. Ma per tutte le funzioni diverse dall’elezione del segretario, l’assemblea è integrata da altri quattrocento membri. Si tratta, com’è evidente, di un organismo pletorico, più adatto ad acclamare un leader che a discutere una linea politica.

Il "peso" delle regioni nell’assemblea nazionale, cioè il numero di seggi spettanti a ciascuna regione (ricordiamo che, per statuto, il PD è un partito "federale"), dipende dal numero di elettori che il PD ha in quella regione, non dal numero di iscritti. E, si noti, non degli elettori registrati, ma dei voti ottenuti alle elezioni politiche!

Ancora, tutti gli elettori (non solo quelli registrati nell’apposito albo, ma anche quanti si registrino al momento del voto) godono dell’elettorato attivo e passivo nelle elezioni primarie per la selezione delle candidature alle principali cariche istituzionali. Possono altresì prendere parte alle assemblee dei circoli e ricorrere agli organismi di garanzia interni se ritengano violate le regole del partito. Non solo: possono persino entrare a far parte di importanti organi del partito, quali appunto le commissioni di garanzia.

Se queste norme mostrano la scarsa considerazione in cui sono tenuti la dimensione associativa del partito, il tema del radicamento e il ruolo della membership, altre regole esaltano – in linea con una tendenza facilmente rilevabile, a livello istituzionale, sin dai primi anni Novanta – la centralità del leader e del suo rapporto diretto con il popolo, delineando un modello di partito ispirato alla democrazia immediata. Si pensi alla norma che prevede lo scioglimento dell’assemblea nazionale (o regionale) e il ricorso alle primarie nel caso in cui il segretario venga sfiduciato (norma che, secondo Oreste Massari, non ha riscontro in nessun partito democratico o socialdemocratico) o a quella che impone la maggioranza (difficilmente raggiungibile) dei due terzi dell’assemblea nazionale per la sostituzione di un segretario nazionale che si dimetta "in polemica" con una decisione dell’assemblea stessa o della direzione. O, ancora, alla torsione plebiscitaria impressa all’istituto del referendum, che può essere indetto dal segretario e aperto alla partecipazione di tutti gli elettori, con finalità consultive o deliberative.

Naturalmente, la tendenza alla riduzione degli iscritti ha anche altre motivazioni, politiche (il trend elettorale) e organizzative (i ritardi nel tesseramento). E rappresenta, è giusto ricordarlo, un fenomeno riscontrabile in altri grandi partiti europei. Altrove, però, il modello di partito perseguito dai dirigenti è ancora, generalmente, incentrato sugli iscritti, e anzi si cerca, come nel caso del New Labour, di contrastarne la riduzione aumentandone i poteri decisionali.

Ma, al di là del dato quantitativo, è legittimo interrogarsi sulla compatibilità di una "forma partito" leaderistica con le culture politiche che sono all’origine del PD e concorrono (o dovrebbero concorrere) a definirne l’identità. E sulle difficoltà che un partito siffatto può incontrare quando il leader e la sua linea politica siano messi in discussione. Aspetto, quest’ultimo, che forse non è privo di interesse anche per le forze politiche impegnate nel percorso fondativo del PdL o, almeno, per alcune di esse.

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