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PER LA SICUREZZA SUL LAVORO SERVE UN'ALTRA PROSPETTIVA E-mail
Lavoro
di Luisa Corazza
27 febbraio 2008

sicurezza sul lavoroE’ opinione comune che il deficit di sicurezza sul lavoro che pervade il nostro paese non sia imputabile all’assenza di un’adeguata legislazione, ma nasca soprattutto dalla disapplicazione della legislazione vigente, superabile con il potenziamento dei controlli ispettivi. Nonostante l’avanzamento della legislazione sul punto, di matrice peraltro comunitaria, vi sono tuttavia margini di miglioramento delle tecniche normative in campo, per creare un sistema virtuoso, in cui l’adempimento delle norme prevenzionistiche diventi interesse delle stesse imprese che operano sul mercato.


Il tema della sicurezza sul lavoro è tornato tragicamente alla ribalta delle cronache negli ultimi mesi.

In realtà, i più recenti episodi di infortuni sul lavoro non rappresentano che l’epilogo di vicende che vedono costantemente l’Italia in cima alle statistiche europee per gli incidenti sul lavoro.

Tuttavia, è opinione comune che il deficit di sicurezza che pervade le imprese italiane non sia imputabile all’assenza di un adeguato apparato normativo, ma nasca soprattutto dalla disapplicazione della legislazione vigente, risolvibile con un potenziamento dei servizi ispettivi (sembra infatti muoversi in questa linea la proposta di Ichino-Boeri di riconvertire alle funzioni ispettive il personale un tempo addetto all’attività di collocamento).

Non vi sono dubbi che la legislazione italiana in materia di sicurezza sul lavoro si uniformi agli standard di paesi che hanno un numero molto inferiore di incidenti sul lavoro, anche perché, a partire dai primi anni novanta, essa è frutto del recepimento delle politiche comunitarie, che hanno dedicato al tema della sicurezza un importante capitolo della politica sociale. L’obiettivo cui tende l’Unione europea è quello della massima sicurezza tecnicamente possibile, dove l’analisi costi-benefici compiuta dall’impresa resta al di fuori delle valutazioni tecniche che conducono all’elaborazione degli standard di sicurezza, diversamente da quanto accade negli ordinamenti anglosassoni, ispirati al criterio della massima sicurezza tecnicamente "praticabile".

Resta da chiedersi come mai, nonostante questo sofisticato apparato normativo, l’Italia continui a costituire uno dei fanalini di coda del continente europeo quando si parla di protezione della salute dei lavoratori. Dove riposano le cause di questa perdurante ineffettività? E, soprattutto, ci sono margini di miglioramento della legislazione o il problema richiede soltanto un intervento sul piano sanzionatorio-repressivo, attuabile con il potenziamento dei controlli ispettivi?

Le ragioni di questa ineffettività sono ampie e complesse.

Sotto un primo profilo, il deficit di effettività delle norme di prevenzione è imputabile all’ampia frammentazione delle attività imprenditoriali, che fanno uso in modo strutturale di catene di contratti (appalti, subappalti, etc.) con l’effetto di ripartire rischi e responsabilità su un numero indefinito di imprese, spesso di dimensioni piccole o piccolissime, e per questo più sfuggenti alle regole sulla sicurezza. Il ricorso a questa frammentazione è poi massimamente diffuso in alcuni settori, quale quello dell’edilizia, dove, com’è è noto, si presentano le maggiori criticità in punto a sicurezza sul lavoro.

Ad aggravare l’ineffettività delle misure di prevenzione, si aggiunge la moltiplicazione delle forme di lavoro utilizzate in azienda, che vede convivere fianco a fianco lavoratori con diversi tipi di contratto, spesso temporanei, a volte autonomi (si pensi ai lavoratori a progetto), rispetto ai quali è più facile eludere gli obblighi prevenzionistici (per non dire, poi, che spesso è proprio a questi lavoratori "di passaggio" che vengono affidati i lavori più nocivi per la salute).

Sotto un secondo profilo, l’ineffettività della disciplina della sicurezza ha purtroppo ancora molto a che fare con la cronica diffusione del lavoro sommerso, che in alcune zone del paese raggiunge percentuali neppure del tutto conosciute.

Di fronte a questi problemi è necessario un cambio di prospettiva, per trovare tecniche normative che consentano di rendere effettivamente applicabile il corpus di norme di cui ci ha dotati l’Unione europea. E’ necessario dar vita ad un circuito virtuoso di comportamenti imprenditoriali orientati alla prevenzione degli incidenti sul lavoro, attraverso misure che incentrino il loro gradiente di effettività più che sull’aspetto sanzionatorio-repressivo (necessario ma non sufficiente), su meccanismi di "incentivo-disincentivo", dove l’adempimento alle misure di prevenzione diventi requisito essenziale per operare nel sistema economico. E’ necessario, in altre parole, mettere in campo tecniche normative che facciano leva sull’interesse della stessa impresa al rispetto della normativa di prevenzione.

Nella precedente legislatura sono stati fatti alcuni passi in questa direzione.

Senza dubbio, è stata perseguita anche la prospettiva sanzionatorio-repressiva: si pensi in proposito alla campagna "10.000 cantieri in quattro mesi", che ha potenziato i controlli ispettivi.

Ma, ed è quello che qui più interessa, nel passato biennio sono state introdotte anche numerose tecniche di incentivo ad un sistema virtuoso. 1) Un primo gruppo di tecniche incide sul ruolo dell’appaltante, che, sempre più coinvolto nelle responsabilità per la sicurezza sul lavoro, sarà incentivato a scegliere, al momento della conclusione del contratto di appalto, appaltatori che siano in regola con la disciplina anti-infortunistica. Appartengono a questo schema la previsione della legge finanziaria 2007 che ha esteso al committente la responsabilità per i danni non indennizzabili dall’Inail subiti dai dipendenti dell’appaltatore o dei subappaltatori, la previsione di un obbligo in capo all’appaltante di predisporre un unico documento di valutazione dei rischi, e l’obbligo di indicare nei contratti di appalto, subappalto o somministrazione i costi relativi alla sicurezza sul lavoro. 2) Un secondo gruppo di tecniche ha ad oggetto gli appalti pubblici, rispetto ai quali si consolida il principio per cui la sicurezza sul lavoro è un costo incomprimibile: l’art. 86, d. lgs. 163/2006 impone agli enti aggiudicatori di valutare la congruità dell’offerta con il costo della sicurezza e precisa che quest’ultimo non può essere comunque soggetto a ribasso d’asta. 3) Un terzo gruppo di interventi ha natura strettamente premiale, e prevede un credito d’imposta nella misura massima del 50% per le spese sostenute a sostegno della formazione dei lavoratori in materia di tutela e sicurezza sul lavoro (art. 10, l. 123/07). 4) Infine, sono state introdotte sanzioni che incidono sullo svolgimento dell’attività d’impresa e sono per questo dotate di un effetto deterrente superiore rispetto a quello delle tradizionali sanzioni pecuniarie. Si muove in questa linea l’estensione ai reati commessi in violazione delle norme anti-infortunistiche della c.d. responsabilità penale delle persone giuridiche, che consente di superare gli ostacoli connessi all’imputazione della responsabilità penale all’interno delle strutture complesse, dove non è chiaro a chi siano riconducibili azioni od omissioni. A ciò si può aggiungere la previsione contenuta nell’art. 5, l. 123/07 che abilita gli ispettori ad adottare provvedimenti di sospensione dell’attività imprenditoriale, nel caso di gravi e reiterate violazioni della disciplina in materia di sicurezza sul lavoro.

Il sentiero appare dunque tracciato. La strada è però ancora in salita e a queste prime iniziative dovranno essere aggiunte altre e più incisive riforme. Occorre mettere in campo ulteriori incentivi ad un sistema virtuoso, potenziando tutte le misure che creano un conflitto di interessi tra un’impresa ed i suoi partners contrattuali quando questi ultimi non rispettano gli standard di sicurezza sul lavoro. Il controllo reciproco tra le imprese deve funzionare anche oltre i confini del contratto di appalto, affinchè il rispetto delle norme prevenzionistiche diventi un requisito necessario per le imprese che intendono operare sul mercato.

Per perseguire più rapidamente questi obiettivi si può cogliere l’occasione offerta dalla l. 123/2007, che delega il governo all’adozione di uno o più decreti legislativi per il riassetto e la riforma della normativa in materia, dove in più punti ci sono le basi per la creazione di un sistema virtuoso: mediante un maggiore coinvolgimento del committente, per dar luogo ad un sistema di controllo reciproco tra le imprese; mediante l’adozione di misure specifiche per realizzare un’effettiva parificazione dei rischi cui sono sottoposti i lavoratori che operano con diversi contratti; mediante la promozione di una cultura della prevenzione soprattutto nelle piccole e medie imprese, anche attraverso strumenti nuovi, visto che la contrattazione aziendale ed i codici di condotta ed etici faticano a radicarsi in queste realtà imprenditoriali.

 

                                                                                                                                                          Luisa Corazza

  Commenti (6)
Scritto da Prospero Petti, il 03-09-2008 10:35
Il tema della sicurezza sul lavoro e' affrontato nell'articolo attraverso una nuova ed assai interessante prospettiva. Sono certo che la proposta di riforma avanzata stimolera' l'avvio di un fecondo dibattito. 
E' vero, misure incentrate esclusivamente sul piano sanzionatorio-repressivo non potranno, purtroppo, da sole, risolvere un problema di cosi' grave impatto sociale ed il prospettato coinvolgimento diretto delle imprese in un sistema 'virtuoso' ben potra' contribuire in modo determinante ad innalzare il livello di protezione dei lavoratori.  
 
Invio infine i miei complimenti ed un augurio di buon lavoro alla Redazione. La Rivista e' un contributo bello ed importante al dibattito culturale e mi vedra' suo assiduo lettore.
Chiarimento dovuto
Scritto da ernesto scontento website, il 06-03-2008 19:00
PS:la battuta nel fare gli Economisti seri, va letta con il sorriso sulle labbra, e non in maniera offensiva,dato che lo strumento web e più sobrio ma non per questo meno serio della carta stampata. 
 
Io parto sempre dal presupposto che nel passaggio fra l'economia pura e l'economia politica in mezzo c'è la sociologia.
Senza Demagogia
Scritto da ernesto scontento website, il 03-09-2008 10:49
Intanto auguri per il sito. 
 
Volevo sottoliniare che se l'obbiettivo è quello utopistico di zero morti sui luoghi di lavoro io sono concorde con voi.  
 
Ma i fatti son duri....è l'intervista del ministro Damiano sul corriere della sera del 4/03/2008 dice questo: 
 
VITTIME - Il ministro Damiano ha anche ricordato che nel 1963 i morti sul lavoro furono 4400. Nel 2002: 1480. Nel 2006: 1341 (in aumento rispetto al 2005). «Nel 2007 - afferma Damiano - i morti sul lavoro sono stati circa 1300, in leggero calo rispetto al 2006». Alla domanda se in tema di morti sul lavoro l'Italia sia sopra o sotto la media Ue, Damiano risponde: «La media di morti sul lavoro in Italia è leggermente inferiore a quella della Germania». Damiano rende noto che sul titolo primo del dlgs («il più importante») le parti sociali hanno già trovato un accordo domenica scorsa dopo tre giorni di trattative no stop. Ora si sta lavorando con il ministero della Giustizia sul tema delle sanzioni. «Da mesi - afferma Damiano - procediamo a ritmi accelerati. Dobbiamo compiere un'opera immane di revisione di una legislazione trentennale». Damiano ricorda che «questo governo ha assunto 1400 nuovi ispettori. I controlli servono - conclude Damiano - ma la cosa più importante è creare una nuova cultura rispettosa delle leggi già esistenti». 
 
******* 
 
LA SICUREZZA E' UN TEMA COMPLESSO CHE VARIA DA CASO A CASO, QUELLO DI TORINO CON 12 ESTINTORI NON FUNZIONANTI E UN CASO DA TERZO MONDO E FRUTTO DI UN MODO DI ESSERE IMPRENDITORI NON COERENTE CON LA RESPONSABILITA' SOCIALE. 
 
Quello di Molfetta dove è morto anche il Titolare credo che debba essere visto con un altro occhio. 
 
Gli esseri umani ragionano con la loro testa, non sempre sono razzionali, pensate a quello che si getta col mare mosso per salvare il prossimo, se era razionale in quel frangente non si gettava........NON è QUESTIONE DI NORME O SANZIONI MA è QUESTIONE DI CULTURA DELLA SICUREZZA CHE MANCA NEL SITEMA PAESE. 
 
MANCA NELLE AMMINISTRAZIONI CHE SE NE FREGANO SE OFFRI IL 30% DI RIBASSO SULLA BASE D'ASTA. 
 
MANCA IN QUEI COMUNI CHE FANNO APPALTI PARTENDO NON DAL COSTO DELL'OPERA MA DALLE DIPSONBILITA DI CASSA. 
 
Pareto diceva che la ridistribuzione fra capiatale e lavoro raggiunge sempre un suo equilibrio anche quando non è in grado di remunerarle entrambe. 
 
ECCO LA SICUREZZA COSTA, MA UNA SOCIETA' RESPONSABILE CHE CHIEDE RESPONSABILITA SOCIALE ALL'IMPRESA IN PRIMIS DEVE ESERE LEI STASSA RESPONSABILE, DOPO BEN VENGANO LE SANSIONI ANCHE SEVERE SE LE RESPONSABILITA' SONO CERTE. 
 
Pensare sempre che c'è un imprenditore sfruttatore dietro l'angolo e che l'operaio subisce sempre e comunque non è un buon metodo per individuare le cause perchè preconcetto alla partenza. 
 
PS: i dati dateli giusti, perchè dal 1951 al 2006 le morti Bianche sono in diminuzione. Fonte:RAPPORTO ANNUALE INAIL 2006,siamo passati dallo 0,48% all0 0,14% di incidenti mortali sul totale degli infortuni. 
 
In Europa dati Eurispes 2002 siamo al disotto della media di Eurolandia. 
 
Quando non ci saranno più fabbriche, diventeremo tutti dirigenti pubblici, o andremmo a lavorare in Cina visto che la globalizzazione che stanno attuando non è verso l'alto ma verso il basso, e in cina la sicurezza non sanno neanche cosa sia, per la verità neanche in Europa visto che i macchinari che qui non vanno bene nell'europa dell'est vanno bene, e li la manodopera costa mediamente 150/250 euro al mese (fonte Rapporto sistema Italia 2005/2006 F. Angeli editore). 
FATE GLI ECONOMISTI SERI E CERCATE SOLUZIONI REALISTICHE SENZA GIUDIZI DI VALORE. 
 
Con simpatia Ernesto
docente economia università di Pisa
Scritto da stefano sanna, il 06-03-2008 12:36
Non potrebbe essere prevista una qualche forma di responsabilità oggettiva per l\'impresa ove si verifica un incidente indipendentemente dalle responsabilità soggettive. 
L\'onere a carico dell\'impresa in cui si verifica l\'incidente dovrebbe essere superiore al costo per l\'introduzione di tutte le salvaguardie necessarie ad impedire l\'incidente. 
In questo modo diventerebbe conveniente per l\'impresa introdurre tutte le necessarie salvaguardie in quanto di minor costo dell\'eventuale incidente. 
Questo meccanismo potrebbe adeguare i costi alle specificità di ogni singola impresa. 
Il primo controllore sull\'introduzione delle norme di prevenzione diventerebbe quindi lo stesso imprenditore sia giuridicamente ma soprattutto perchè ne avrebbe la convenienza economica. 
E\' ovvio che ci sarebbero nuovi oneri e nuovi costi: l\'imprenditore dovrebbe avere una maggiore potestà disciplinare sui dipendenti che non rispettassero le sue prescrizioni sulla sicurezza; le produzioni dell\'impresa vedrebbero girati sui prezzi tutti i maggiori costi.
Qualche elemento in più
Scritto da ghost, il 03-03-2008 20:08
Ci sono due elementi a mio giudizio ignorati nell'articolo, peraltro assai lucido e interessante. Mi riferisco in particolare al settore pubblico dove, quali che siano le indicazioni, le gare sono di fatto al ribasso e questo spinge le aziende a lavorare in condizioni precarie. Il secondo elemento, e qui se qualcuno vuole può tacciarmi di disfattismo, è che nel pubblico è praticamente d'obbligo il "ringraziamento" a qualcuno, il che abbassa a volte drasticamente i margini delle imprese. E se si vuole obiettare che siamo nella seconda repubblica e Tangentopoli ha fatto piazza pulita, rispondo solo dicendo di aprire gli occhi e di guardarsi intorno. Il vero male è lì, almeno per gli appalti pubblici. Ma in fondo lo schema si replica anche in faccende meno pubbliche perchè qualcuno da "ringraziare" si trova sempre e un'azienda sopravvive se ciò che entra nelle casse è superiore a quello che esce. Ergo tagli sulla sicurezza e lavoro irregolare o a rischio, come si ricorda nell'articolo. 
La magistratura, del resto, in cui continuo a riporre la mia fiducia, non può raggiungere tutto e tutti e molti microfenomeni rimangono sommersi sino a che la prima pagina per una morte bianca non li porta a galla.  
Le leggi esistono di certo, ne sono convinto, forse anche troppe tanto da lasciare scoperti appigli ai malfattori, ma la loro attuazione entra in conflitto con meccanismi radicati di clientelismo o peggio e nulla cambia. E gli imprenditori giocano una roulette russa, a volte allegramente consenzienti a volte costretti, in cui la legge non si rispetta... se poi va male e si viene "presi" vuol dire che c'era il colpo in canna.
proposta estrema?
Scritto da marco, il 29-09-2008 14:19
Negli stati uniti un utente in carrozzella può chiedere i danni ad un locale aperto al pubblico se questo non rispetta la normativa sulle barriere architettoniche: l'assenza di una rampa, bagni non accessibili, ecc. 
Questo è un esempio di come incentivare il monitoraggio privato attraverso un beneficio economico. 
Intendiamoci il sistema di "sceriffaggio privato" esteso è un modello socialmente pericoloso perchè mina la fiducia reciproca. Ma in contesti ben delimitati potrebbe avere effetti benefici. 
Se l'obiettivo che si prefigge il legislatore è quello di garantire l'osservanza delle regole di sicurezza, invece di moltiplicare l'attività ispettiva che comunque opererà random, forse sarebbe meglio attribuire un beneficio privato a chi denuncia una violazione che si rivela tale. Il costo del monitoraggio è minore - l'ispettore si muove solo su segnalzione - e si agisce tramite la sola redistribuzione - una quota dell'ammenda trasferita al denunciante -.

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