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IL FALLIMENTO DEL SISTEMA GIUDIZIARIO: LE RESPONSABILIT└ DELLA POLITICA E DELLA GIURISPRUDENZA E-mail
Giustizia
di Aniello Nappi
13 marzo 2009

giurisprudenza_nappi.jpgIl sistema giudiziario italiano è ormai in uno stato di dissesto conclamato, tra una velleità di supplenza alla rovescia, della politica rispetto alla giurisdizione, e una giurisprudenza che è troppo spesso venuta meno ai suoi compiti. Da questa situazione non si uscirà con modifiche normative più o meno radicali, se i giuristi tutti non sapranno riaffermare e imporre una moderna cultura della giurisdizione. Non si tratta infatti di regolare i conti tra politica e giustizia, ma di restituire dignità alla funzione giurisdizionale.


Il sistema giudiziario italiano è ormai in uno stato di dissesto conclamato. Basti pensare che presto avremo, e forse sono già in corso, giudizi di responsabilità per durata irragionevole degli stessi giudizi promossi allo scopo di ottenere appunto l'indennità da durata irragionevole del processo.

Parlare di crisi della giustizia è dunque un eufemismo, rispetto a un sistema che s'avvita sempre più in una perversa spirale d'inefficienza. Occorre riconoscerne il fallimento.

E infatti nessuno nega, proclamiamo anzi tutti l'esigenza di una riforma.

Tuttavia di interventi riformatori se ne sono già succeduti moltissimi, a ritmi più che annuali, negli ultimi trentacinque anni. In soli vent'anni il legislatore è intervenuto già oltre settanta volte per modificare moltissime norme del nuovo codice di procedura penale entrato in vigore nel 1989. E i "pacchetti sicurezza" o i "decreti sicurezza" sono paradossalmente diventati un appuntamento annuale, come la legge finanziaria o la legge comunitaria. Gli stessi codici civile e di procedura civile sono stati più volte modificati o integrati a partire dal 1990.

Molto spesso questi interventi di riforma hanno avuto ispirazioni contraddittorie l'uno rispetto all'altro, in un alternarsi di incertezze e, per il processo penale, di intenti ora garantirsi ora securitari.

E' dunque plausibile l'ipotesi che questo esasperato interventismo del legislatore sia una concausa dell'aggravamento della crisi, perché la giurisdizione esige parametri di valutazione tendenzialmente stabili.

Sarebbe però ingenuo pensare che una tale crisi possa essere imputata solo agli intenti di manipolazione propagandistica attribuibili al ceto politico; o solo al pressappochismo di pochi magistrati "fannulloni" o esibizionisti.

Qualche esponente politico ha lamentato che i magistrati italiani siano lassisti o perdonisti, salvo mostrarsi rigorosi con la criminalità dei colletti bianchi: come se le carceri traboccassero di manager o imprenditori e non soprattutto di immigrati, di tossicodipendenti o altri disperati. E questa velleità di supplenza alla rovescia, della politica rispetto alla giurisdizione, appare perfino giustificata talora, di fronte allo sconcerto suscitato da atteggiamenti di incredibile insipienza e arroganza di taluni magistrati.

Ma la crisi è ben più profonda di quanto denunci la folcloristica inadeguatezza della nostra classe dirigente, non solo politica.

V'è in realtà una crisi della giurisdizione che non è specifica del nostro paese e che nasce dalla contraddizione tra una crescente aspettativa di certezza delle norme e la constatazione d'insopprimibilità delle scelte di valore nell'attività giurisdizionale (Habermas). La giurisdizione si presenta così come un'attività politica che appare priva di legittimazione democratica, quantomeno nei paesi in cui il giudice non è elettivo (Guarnieri), sebbene le incontestate esigenze d'indipendenza e d'imparzialità del giudice "non appaiono facilmente conciliabili con le forme più usuali di responsabilizzazione democratica" (Pederzoli).

V'è tuttavia una specificità propriamente italiana nella crisi della giurisdizione.

Infatti la cultura giuridica italiana sembra avere scoperto in ritardo la funzione almeno in parte creativa dell’interpretazione. Stenta così a comprendere, soprattutto in ambito giudiziario, che la sola alternativa all'arbitrio pressoché incontrollabile del giudice è in uno sforzo di coerenza sistematica della giurisprudenza.

In realtà il giudice, qualsiasi giudice, anche quello d'equità, per quanto sia libero nell'individuare la regola di giudizio adeguata al caso concreto, deve sempre assumere più o meno esplicitamente di essere disposto ad applicarla in ogni caso simile. Nella giurisprudenza italiana, anche in quella di legittimità cui è affidata una funzione di orientamento, tende invece a prevalere una logica del caso per caso. L’argomento che è utile oggi viene rinnegato domani, purché la soluzione del caso singolo risulti accettabile in una prospettiva pragmatica o ideologica.

Secondo la giurisprudenza, ad esempio, risponde di tentato furto il palo distratto che non sia stato capace di impedire l’arresto in flagranza dei suoi complici, perché "ai fini della configurabilità del concorso di persone nel reato, il contributo concorsuale assume rilevanza non solo quando abbia efficacia causale, ponendosi come condizione dell'evento lesivo, ma anche quando assuma la forma di un contributo agevolatore, e cioè quando il reato, senza la condotta di agevolazione, sarebbe ugualmente commesso, ma con maggiori incertezze di riuscita o difficoltà" (Cass., sez. IV, 22 maggio 2007, Di Chiara). Ma non risponde di partecipazione esterna in associazione mafiosa "l’uomo politico, che si impegna, a fronte dell'appoggio richiesto all'associazione mafiosa in vista di una competizione elettorale, a favorire gli interessi del gruppo", se non risulti "che gli impegni assunti dal politico abbiano inciso effettivamente e significativamente, di per sé ed a prescindere da successive ed eventuali condotte esecutive dell'accordo, sulla conservazione o sul rafforzamento delle capacità operative dell'intera organizzazione criminale o di sue articolazioni settoriali" (Cass., sez. un., 12 luglio 2005, Mannino).

Né i magistrati sono stati capaci di proporre parametri riconoscibili per le determinazioni delle pene in sede di patteggiamento, tanto che il legislatore s'è indotto a un drastico ridimensionamento del patteggiamento in appello.

Insomma la giurisprudenza è troppo spesso venuta meno ai compiti della giurisdizione. E la conseguente impressione di arbitrarietà e imprevedibilità dell'amministrazione della giustizia ha favorito interventi politici miopi o interessati, che hanno determinato l'attuale disastrosa situazione.

Da questa situazione non si uscirà con modifiche normative più o meno radicali, se i giuristi tutti non sapranno riaffermare e imporre una moderna cultura della giurisdizione. Non si tratta infatti di regolare i conti tra politica e giustizia, ma di restituire dignità alla funzione giurisdizionale.

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