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IL MITO DEL VALORE LEGALE DELLA LAUREA E-mail
di Stefano Civitarese Matteucci, Gianluca Gardini
13 marzo 2009

laurea_civitarese.jpgCircola l’idea che dal valore legale delle lauree dipenderebbero quasi tutti i mali dell’Università e che sarebbe sufficiente la sua abolizione per far guarire il malato. Ma il valore legale, come scriveva qualche anno fa Sabino Cassese, è una nebulosa, che non merita filippiche ma analisi distaccate. L’idea abolizionista è tuttavia tornata alla ribalta delle cronache e la stessa Camera dei deputati, in sede di conversione del decreto Gelmini sull’università, ha approvato due "ordini del giorno" che impegnano il Governo a valutare l’opportunità di abolire, o "gradualmente superare" il valore legale della laurea.


Gli stessi promotori di questi ordini del giorno sarebbero, forse, sorpresi di scoprire che non vi è alcuna disposizione di legge secondo cui i titoli di laurea hanno un valore legale generale di qualche tipo. L’obiettivo polemico degli "abolizionisti" è l’appiattimento tra le università: è inammissibile che la laurea presa nell’ateneo di provincia appena istituito abbia lo stesso "valore" di quella presa alla Bocconi o alla Sapienza, si dice. Ma è proprio così? Nel settore privato certamente no. La questione si pone per le professioni che prevedono iscrizioni in albi e per il pubblico impiego. Per le prime la laurea è un semplice pre-requisito di ingresso cui si aggiungono, in genere, un periodo di tirocinio ed un esame di abilitazione. Dopo di che ciascun professionista deve vedersela con il mercato e tra i molti fattori che pesano sul suo successo potrà esservi anche la buona o cattiva "fama" della facoltà dove ha studiato. È presumibile che una law firm preferisca un giovane avvocato laureato in una facoltà prestigiosa rispetto a quello proveniente da una facoltà scadente o sconosciuta.

In apparenza è per gli impieghi nel settore pubblico che il valore legale gioca un ruolo maggiore. Ma anche qui si tratta soltanto di un pre-requisito per accedere, mediante un concorso, alle "carriere direttive", in passato precluse dalla legge ai non laureati. Oggi, tuttavia, la materia è rimessa alla contrattazione collettiva che a volte consente l’accesso alla dirigenza anche ai non laureati. Volendo si potrebbe svincolare tout court l’accesso nei ruoli della p.a. dal possesso di un titolo di studio. Questa è la regola che vige da sempre proprio nei concorsi per professore universitario di I fascia, ma essa presuppone una notevole fiducia nell’efficienza dei concorsi pubblici.

D’altra parte il valore legale accompagna molti altri titoli in circolazione nell’ordinamento nazionale: diploma di scuola media inferiore e superiore; esame di stato per l’accesso alle professioni, etc. Né potrebbe essere diversamente, a meno di non voler sottoporre i candidati a nuove verifiche circa la loro preparazione di base ogni volta in cui accedono ad un nuovo posto di lavoro. In generale una comunità non può fare a meno del "valore" di credibilità pubblica sul livello di istruzione e di competenza "presunta" di una persona che deriva dal fatto di aver frequentato un istituto di istruzione accreditato dallo Stato. Questo meccanismo esiste anche nei sistemi di educazione superiore in genere considerati più avanzati (quelli anglosassoni), ove i corsi di studio rilasciano "titoli" con valore legale se autorizzati a farlo da autorità pubbliche o da soggetti appositamente investiti dallo Stato di tale potere (degree awarding power). E tanto i datori di lavoro privati quanto quelli pubblici utilizzano in primo luogo questi titoli per selezionare i dipendenti. Se vi sono rilevanti differenze di risultati tra il sistema universitario italiano e quelli di area anglo-americana, queste vanno ascritte, semmai, alla qualità dei criteri, delle procedure e delle decisioni sul riconoscimento delle strutture accademiche che rilasciano titoli e non a divergenze fondamentali nel valore legale del titolo. È un problema di serietà delle procedure di accreditamento, in definitiva.

Chi si scaglia contro il valore legale pensa, in realtà, all’introduzione di norme che attribuiscano alla laurea ottenuta in una determinata facoltà, munita di un ranking più elevato, un titolo preferenziale o un "punteggio" maggiore nei concorsi pubblici. A parte che questo è l’esatto opposto dell’abolirne il valore legale, poiché si vincola il giudizio sulla preparazione di un candidato ad un elemento precostituito e astratto, in linea di principio nulla impedirebbe oggi ai commissari di un concorso di decidere che, a parità di altri meriti, il curriculum di un candidato risulti migliore di quello di un altro sulla base della reputazione della facoltà che egli ha frequentato. Ma come può il giudizio sulla reputazione di una facoltà universitaria fondarsi su basi minimamente oggettive? L’unica strada è quella di avviare e consolidare un sistema di valutazione del sistema universitario secondo criteri e parametri attendibili e continuamente aggiornati. Questo, nonostante i continui annunci di tutti gli ultimi ministri per l’università, è tuttavia ancora di là da venire. E quindi il discorso va perlomeno rinviato a miglior momento.

Peraltro, ferma restando la necessità di seri ed efficienti meccanismi di valutazione, che mostrino all’opinione pubblica le qualità e i difetti di ogni università sulla base di dati verificati e verificabili, rimane ancora tutto da dimostrare che sia desiderabile impiegare tali "classifiche" al fine di condizionare con regole precostituite i meccanismi di assunzione del singolo dipendente pubblico. Se lo scopo – condivisibile – è quello di far sì che i futuri dipendenti pubblici siano scelti in base al merito, distinguendo il valore legale da quello sostanziale, allora forse si sbaglia bersaglio. Più che innalzare vessilli contro il valore legale dei titoli, bisognerebbe riflettere seriamente sul funzionamento del concorso pubblico, che attualmente a tutto serve tranne che a valutare se un certo candidato è effettivamente quello di cui l’amministrazione ha bisogno.

La polemica sul "valore legale", in definitiva, rischia di costituire un mero diversivo per non affrontare i reali problemi dell’università, che risiedono soprattutto nell’assenza di responsabilità dei docenti e di competitività tra gli Atenei.

  Commenti (4)
Scritto da Enrico, il 02-05-2011 21:47
Il valore legale al titolo di studio in italia viene difeso solamente da chi appunto, tiene al valore legale del suo pezzo di carta, togliere il valore legale al titolo di studio non significa che uno che fa il meccanico finisce a fare il dottore, come vuole far intendere qualcuno, ma significa sostanzialmente che il merito e le qualità personali vengono messe davanti al famigerato pezzo di carta, in ogni caso per intraprendere una professione bisogna avere l'abilitazione all'albo o simili, quindi se io ho studiato medicina in università valore o no al titolo di studio, sostenendo esami abilitativi riuscirò (si spera) ad essere abilitato, non credo che un meccanico riesca a passare un tal esame se non ha studiato per anni medicina; di esempi del genere se ne possono fare a decine, anche i famosi concorsi pubblici, se io voglio fare l'impiegato statale e studio sui testi per il concorso e faccio un concorso serio e senza raccomandati, riuscirò a passarlo solo se ho tali competenze, chiaramente se ho il diploma avrò (o meglio dire dovrei avere) più possibilità di passare il concorso di uno con la terza media e quello con la laurea avendo studiato di più, dovrebbe avere più possibilità di passarlo piuttosto che io, anche perché sarebbe più abituato allo studio e alla fatica di memorizzare i libri di testo, se poi quello con la terza media frega il diplomato e il laureato (probabilità poco plausibile) tanto meglio per lui ha dimostrato attraverso i vari test di essere all'altezza, alla fine in italia il valore legale al titolo di studio serve solo per i fannulloni che pensano che prendendosi una laurea hanno più status nella società e forse un lavoro più comodo. Ma nonostante tutto quello che i media vogliono far passare per qualche strano motivo in italia non c’è bisogno di tutta questa massa di laureati, ma invece c’è bisogno di gente che sa lavorare anche tramite corsi qualificativi e specialisti/tecnici, riconosciuti o no legalmente.
Il mito del voto di laurea
Scritto da Domenico Argondizzo, il 18-03-2009 14:44
Condivido l’articolo e vorrei fare una notazione integrativa sulle procedure concorsuali per accedere alle “carriere direttive” che prevedono - ancora oggi - non soltanto come pre-requisito il possesso della laurea, ma anche il punteggio con cui è stata conseguita. Il discorso va necessariamente allargato anche agli altri titoli aventi valore legale. 
Non si può sottacere che l’avventurarsi in forme preselettive per titoli (al di là del necessario possesso del titolo richiesto) può mettere le varie amministrazioni pubbliche e/o costituzionali nella situazione di demandare alle diverse università e scuole superiori italiane, la responsabilità di pre-selezionare il Loro personale; con evidenti rischi dovuti al diverso grado di difficoltà oggettiva dei singoli campi (o percorsi) di studio ovvero al diverso grado di “mitezza climatica” tra i vari atenei e scuole superiori. Come ciò possa riverberarsi negativamente sulla bontà del risultato finale, è presto detto: è accaduto nella storia delle amministrazioni che i risultati (complessivi ed individuali) delle prove concorsuali svolte non abbiano mantenuto appieno - nella immancabile verifica “sul campo” - quelle che potevano essere le aspettative da essi alimentate. 
Ben diversa cosa è prevedere ragionevoli soglie minime di votazione (ragionevoli in quanto non penalizzano coloro che hanno completato un percorso di studio in materie universalmente ritenute più ostiche, od in istituti/università pubblici piuttosto che privati). 
Una maggiore garanzia dell’assunzione di personale qualificato si ottiene attraverso: 1) una preselezione per prove con correzione automatica, 2) una selezione per prove scritte (ed eventualmente tecniche) ed orali. Tutte le prove devono vertere sulle stesse materie. 
Sarebbe auspicabile che i bandi possano prevedere una cernita, secondo campi di studio, delle tipologie di laurea richieste, facendo veramente l’unica praticabile preselezione per titoli, non foriera di promesse a volte mendaci. Farebbe piacere, infatti, poter pensare che il non essere riusciti (anche nel recente passato) a coprire tutti i posti banditi per la qualifica apicale delle diverse amministrazioni, sia dovuto alla grande severità delle prove concorsuali. Ma potrebbe anche essere il caso che, inseguendo la ricerca (infondata per le ragioni suddette) del "singolo pedigree accademico" più puro, si sia fortemente limitata la platea delle persone che avrebbero potuto potenzialmente competere anche con quei pochi che hanno saputo completare felicemente le procedure concorsuali.
Scritto da Carlo Fusaro website, il 18-03-2009 09:52
Molte considerazioni dei colleghi Civitarese M. e Gardini sono giuste. Sottovalutano però due aspetti: a) il valore simbolico del superamento del valore legale unito al fatto che b) il vero problema sta nella "amministrativizzazione" delle università. A questa esse vanno sottratte: a tutti i fini di gestione. Siamo il solo paese al mondo nel quale le verifiche di profitto danno luogo a veri e propri atti amministrativi, infatti chiamati "verbali". Ed è solo l'esempio più clamoroso! Se poi si può conseguire questo scopo in altro modo, a me va bene. Ma ne dubito, conoscendo i miei polli. Anzi: anche abolendo il valore legale per uscire da una cultura giuspubblicistica invece che manageriale ci vorranno decenni.
Scritto da carmelo lo piccolo, il 16-03-2009 15:26
Il valore legale del titolo di studio non è sicuramente il male principale dell'Università, ma sicuramente contribuisce al suo pessimo funzionamento. Oggi le nostre Università sono letteralmente ingolfate di persone più interessate a prendere in qualche modo il famoso "pezzo di carta" che a studiare seriamente, e questo proprio perchè si è stabilita una assurda corrispondenza tra titolo di studio posseduto e accesso al mercato del lavoro, nell'illusione che una laurea presa con il massimo dei voti significhi automaticamente il massimo della preparazione e della professionalità. Ma basta analizzare i dati sulla condizione occupazionale dei laureati per scoprire che il valore legale del titolo di studio è già stato abolito dal mercato: molti dei laureati italiani, anche di Università prestigiose, svolgono mansioni chiaramente inferiori al titolo di studio posseduto, e questo non per colpa dell'Università di provenienza, ma per le caratteristiche della struttura produttiva italiana, in cui le esigenze delle imprese sono rivolte piuttosto al reperimento di personale tecnico e di concetto e non a personale laureato. 
Abolire il valroe legale del titolo di studio, tranne che per le professioni dove esso costituisce un pre - requisito, significherebbe inoltre privare il baronato universitario di un potere discrezionale e scandaloso, quello di raccomandare amici e parenti, e di prefabbricare brillanti carriere dirigenziali costruite proprio su voti di laurea immeritati e frutto di raccomandazioni, e tutelerebbe invece proprio quei laureati che hanno studiato seriamente e magari non hanno il 110 e tutte le professionalità che si formano sul "campo", nella vita quotidiana delle aziende, a prescindere dal titolo di studio posseduto. 
Nel pubblico impiego si dovrebbe eliminare il valore "convenzionale" della laurea, per cui si consegue il titolo con tre o quattro esami stripulando convenzioni di comodo tra l'ente e l'università, prevedendo il concorso interno per soli esami aperto anche ai non laureati per l'accesso alla dirigenza per il personale di ruolo delle pubbliche amministrazioni. Ciò consentirebbe di eliminare l'eccesso di lauree "facili" e di corsi universitari organizzati al solo scopo del rilascio del diploma di laurea, fenomeni purtroppo che trovano alimento e giustificazione proprio dall'esistenza del valore legale dei titoli di studio. 
Il mero possesso di una laurea, insomma, non può precostituire di per sè una presunzione assoluta di preparazione e professionalità che non ammette prova contraria e che soprattutto escluda i non laureati dalla possibilità di concorrere per l'acesso alle carriere dirigenziali, e l'abolizione del valore legale dovrebbe sancire questo sacrosanto principio che liberalizzerebbe veramente il mercato del lavoro.

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