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I RISCHI DELLE RONDE E-mail
Immigrazione
di Francesco Marsico
13 marzo 2009

ronde_marsico.jpgIl Parlamento negli scorsi giorni ha approvato il decreto legge n. 11/2009, recante "Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori". Tra le diverse norme inserite nel provvedimento, notevole eco ha suscitato l’art. 6, comma 3, relativo alla possibilità per i sindaci, previa intesa con il Prefetto, "di avvalersi della collaborazione di associazioni tra cittadini non armati, al fine di segnalare alle forze di polizia dello Stato o locali, eventi che possano recare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio sociale".


Molti autorevoli commenti hanno sottolineato un tema di fondo: la evidente rinuncia da parte dell'autorità statale a conservare intatto il "monopolio dell'uso della forza", che riguarda anche il controllo sul territorio. Perché evidentemente non sfugge la distinzione tra il dovere civico di ogni cittadino di segnalare sempre e comunque alle autorità preposte situazioni e persone che turbano l'ordine pubblico, e la scelta di tollerare o autorizzare - da parte dell'autorità statale - gruppi organizzati di cittadini che ordinariamente svolgono questa funzione, in maniera assolutamente autonoma, selezionando in maniera discrezionale e non sindacabile i luoghi, i modi e i tempi del loro controllo e orientando in questo modo l'azione delle forze dell'ordine.

E’ proprio questo uno dei punti dolenti della previsione: il fatto di attribuire un potere molto delicato a soggetti che istituzionalmente non dovrebbero esserne investiti, lasciando assolutamente indeterminati i presupposti che legittimano l’azione di tale potere. Appaiono infatti pericolosamente incerti i riferimenti alla tutela sia della sicurezza urbana che, forse ancora di più, del disagio sociale.

Se infatti della prima è stata introdotta, nell’agosto 2008, una vaga definizione, pur se con l’inadeguato e poco garantista strumento del decreto ministeriale, sostanziandola nel "rispetto delle norme che regolano la vita civile, per migliorare le condizioni di vivibilità nei centri urbani, la convivenza civile e la coesione sociale", del disagio sociale non v’è invece traccia – né legislativa, né regolamentare - nel nostro ordinamento e questo vuoto definitorio compromette pesantemente la legittimità degli interventi delle c.d. ronde.

Pensando al divenire concreto dei fatti, non ci si può non interrogare con preoccupazione a come questi soggetti eserciteranno il loro potere. Quali obiettivi perseguiranno? Saranno ispirati al perseguimento dell'interesse generale della sicurezza pubblica, o alla difesa di interessi specifici condizionati dal proprio status,dal proprio orientamento ideologico, etc.?

In altri termini, mentre le forze dell'ordine rispondono con sufficiente chiarezza ad una catena di comando esplicita e verificabile e pongono in essere strategie di controllo del territorio indicate da autorità superiori, i soggetti che svolgeranno il loro controllo territoriale potranno scegliere zone sensibili per i propri interessi (ad esempio le proprie proprietà) o per la volontà – non sindacabile - di sottoporre a controllo categorie di soggetti percepiti come a rischio (quartieri o zone abitate da immigrati, da categorie sociali specifiche come senza dimora, prostitute, etc.). Inoltre la loro funzione eserciterà una deterrenza non solo su quanti sono effettivamente propensi a comportamenti devianti, ma su tutta la popolazione sottoposta a controllo. La deterrenza che eserciteranno – giustificata per la loro, in ipotesi, rafforzata possibilità di azionare l'intervento delle forze dell'ordine – sarà certamente direttamente proporzionale alla debolezza – di status socio-culturale, di condizione di soggiorno, di situazione personale - dei soggetti con cui verranno in contatto, rendendo possibile un'area grigia di comportamenti di intimidazione, più difficilmente evidenziabile e sanzionabile rispetto alle forze dell'ordine.

In concreto – dando per scontata un'azione non vigilata direttamente dalle forze dell'ordine – , quali sono le tutele che un cittadino senza dimora ha di fronte ad una ronda che gli intima di allontanarsi da una via minacciando il ricorso alla forza pubblica, prescindo dal fatto che stia commettendo un illecito e che l'intervento della forza pubblica sia effettivamente richiedibile? E quali tutele per una donna sottoposta a tratta, per un migrante, che certo non sempre avranno chiara la differenza di una ronda rispetto ad un agente di polizia? E quanto tutta la azione di vigilanza delle forze dell'ordine sarà condizionata dalle ronde, in termini di interventi da effettuare, quartieri o zone da vigilare, priorità da dare? E inoltre la devolution delle potestà in ambito della sicurezza agli enti locali non rischia di entrare in un circuito vizioso in cui le ordinanze comunali vadano a inseguire le pressioni delle ronde, ispirate a interessi specifici– come dicevamo – piuttosto che a principi di carattere generale?

La necessariamente astratta previsione legislativa non può non tenere conto dei fenomeni reali che sono in atto nel paese: i ripetuti atti di utilizzo sproporzionato della forza da parte delle polizie municipali verso immigrati, i raid razzistici avvenuti in occasione di crimini compiuti presuntivamente da migranti, le tensioni verso i campi rom, avrebbero dovuto rendere maggiormente avvertiti rispetto alla opportunità di aprire la strada a questa parcellizzazione del monopolio del controllo del territorio che non potrà essere completamente e realisticamente vigilato dagli apparati dello stato.

Peraltro, l'esistenza di ambigue formazioni, quali ad esempio le camicie verdi, tollerate nel nord del paese e la presenza di zone, in particolare al sud, in cui il controllo di polizia del territorio e con esso l'effettiva capacità dei prefetti di gestire completamente le potestà previste dalla normativa, aggrava ulteriormente i rischi potenziali di questo dispositivo.

Inoltre, le indiscrezioni riguardanti una ipotesi di previsione normativa di consentire eventuali sponsorizzazioni da parte di aziende delle ronde, soprattutto al sud, eroderebbe ulteriormente il monopolio statale in materia, soprattutto se non si sarà in grado di esercitare un controllo prefettizio di tale qualità che non può non apparire - per le condizioni ambientali in cui dovrà realizzarsi – irrealistico. Nel caso di una previsione siffatta due rischi appaiono evidenti al sud: la nascita di forme di autodifesa dal racket da parte degli esercenti che indebolirà ulteriormente la credibilità delle forze dell'ordine o - nei casi peggiori - una potenziale legittimazione normativa del racket, laddove il controllo criminale del territorio renderà possibile la gestione - diretta o indiretta - delle ronde. Un racket legalizzato che avrebbe certamente almeno un vantaggio per le vittime: rendere il pizzo almeno detraibile.

  Commenti (1)
siamo precisi!
Scritto da donata lenzi, il 14-03-2009 13:37
il parlamento non ha ancora approvato 
Ŕ passata solo al senato alla camera andrÓ la prossima settimana  
 
donata lenzi

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