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LA DISTRIBUZIONE DEL REDDITO TRA GLI STATI E NEGLI STATI E-mail
Welfare
di Massimo Giannini
13 marzo 2009

disegualglianze_giannini.jpgLo studio della disuguaglianze nei redditi tra paesi e tra individui è da due decenni oggetto di una intensa ricerca teorica ed empirica. La letteratura sulle cause della crescita economica ha avuto un forte impulso a partire dalla fine degli anni ’80 ed ha cambiato radicalmente il modo di pensare degli economisti. Si è passati dall’idea di una progressiva convergenza dei paesi verso un comune standard di vita ad una visione più articolata e complessa, caratterizzata da una polarizzazione del mondo tra ricchi e poveri.


Le analisi empiriche hanno infatti dimostrato come l’andamento della disuguaglianza tra paesi e all’interno dei paesi sia un complesso meccanismo di forze che coinvolgono non solo la sfera economica ma anche quella sociale e politica. Vari sono i segnali di allarme che gli organismi internazionali lanciano preoccupati per un incremento lento ma graduale della disuguaglianza nel mondo. A questo proposito passiamo brevemente in rassegna il rapporto dell’International Labour Office, World of Work Report 2008. Il dato da cui partire è quello dell’andamento della disuguaglianza tra paesi contrapposto a quello calcolato all’interno di un paese. In questo senso il rapporto ILO non si discosta dai più accreditati studi empirici sull’argomento, che vedono una progressiva, benché lieve, riduzione della disuguaglianza tra paesi durante l’ultimo decennio. Ciò è dovuto essenzialmente al forte sviluppo economico e sociale di zone ad alta densità di popolazione, come la Cina e l’India. Questi paesi, che fino a qualche decennio fa erano considerati in via di sviluppo, oggi vengono visti come grandi mercati in cui investire e sviluppare la produzione. L’uscita dalla povertà di circa un miliardo di individui conseguente a questo processo di integrazione e sviluppo economico ha avuto un forte impatto sugli indicatori di disuguaglianza, riducendone l’entità. E’ pur vero comunque che questo processo di sviluppo è molto eterogeneo e diversificato all’interno di questi paesi: le differenze di reddito e di stile di vita tra le zone urbane e quelle rurali in Cina e India sono impressionanti, con il paradosso che la disuguaglianza misurata all’interno di questi paesi continua ad essere molto elevata.

Se la disuguaglianza tra paesi sembra stabile o addirittura in leggera riduzione, non così si può dire di quella all’interno dei paesi. Anche su questo il rapporto appare in linea con la ricerca empirica. In circa due terzi dei paesi del mondo, in particolare di quelli industrializzati, la disuguaglianza tra redditi è cresciuta negli anni che vanno dal 1990 a metà del 2000. Ciò è essenzialmente dovuto all’income gap, cioè al progressivo allontanamento delle classi a basso reddito da quelle ad alto. Tuttavia sono queste ultime che hanno subito la principale evoluzione, incrementando progressivamente il distacco da quelle a basso reddito. Le cause sono diverse ed il rapporto ILO ne segnala alcune. Tra le principali vi è quello che gli economisti hanno definito lo "skill bias" cioè il progressivo gap salariale che si è creato tra lavoratori a bassa professionalità (blue collar) e quelli ad alta (white collar) indotto dalla rivoluzione tecnologia che ha caratterizzato gli ultimi venti anni. La differenze di remunerazione salariale indotte dalle differenze di investimento in istruzione e formazione (capitale umano) dei lavoratori ha creato questo effetto di "wage gap" che ha beneficiato in particolar modo le fasce alte. Questo fenomeno è senz’altro una delle chiavi di lettura del forte incremento di disuguaglianza in paesi ad alta industrializzazione, come gli Stati Uniti. In questi paesi si è assistito ad una forte redistribuzione dalle classi salariate a quelle manageriali ed imprenditoriali. Il rapporto stima che in 51 dei 73 paesi presi in analisi, il differenziale di reddito da lavoro tra il 10% di popolazione più ricca e più povera è cresciuto del ben 70%. In altri termini lo sviluppo economico conseguente alla rivoluzione tecnologica ha toccato quasi esclusivamente le fasce alte della popolazione.

Ma il wage gap non è l’unico responsabile. Le riforme fiscali che hanno caratterizzato questo ultimo decennio sono andate favorendo sempre più le imprese e i redditi alti. Vi è stata una sensibile riduzione della progressività delle imposte in molti paesi. Tra il 1993 e il 2007 la tassazione di impresa è stata tagliata in media del 10%. A questa redistribuzione del carico fiscale non è stato conseguentemente espanso un sistema di sicurezza sociale delle fasce più esposte.

L’indubbio peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini dei due terzi del pianeta ha ovviamente un forte impatto sulla struttura sociale e politica, benché il rapporto tenti di avvalorare la tesi che la disuguaglianza ha in fin dei conti anche un effetto positivo perché aumenta gli incentivi degli individui ad investire in capitale umano e a intraprendere attività più rischiose, come quella imprenditoriale. E’ una tesi che accompagna il punto di vista degli economisti ortodossi da decenni ma che non ha alcun riscontro scientifico. E infatti lo stesso rapporto indica che, a fronte di questi presunti effetti positivi, le esternalità negative generate da un aumento della disuguaglianza, in termini di maggiore segregazione sociale e quindi di maggiore criminalità e instabilità socio-politica, hanno un impatto ben più marcato di quelli positivi. A questo va aggiunto una progressiva perdita di rappresentatività dei diritti delle fasce deboli. Vari studi statunitensi mostrano come il processo politico sia ormai delegato alla fascia medio-alta della popolazione, essendo quella bassa ormai scoraggiata e sfiduciata verso la rappresentanza politica dei loro interessi. Questo finisce per creare fenomeni di lobbying che minano il consenso a politiche redistributive in favore delle classi basse. Da questo punto di vista è abbastanza evidente, come segnalato dal rapporto, che il processo di integrazione commerciale che sta interessando il pianeta e che sta portando indubbi benefici in termini di maggior sviluppo economico non viene redistribuito equamente ma interessa solo alcune fasce ristrette della popolazione.

Fino adesso abbiamo trattato l’analisi da un punto di vista statico. Ma in realtà la disuguaglianza ha effetti importanti sulla trasmissione intergenerazionale del reddito e del capitale umano, in altri termini sul processo di crescita di una economia. Ciò sui cui si è maggiormente investigato in questi ultimi anni è proprio la persistenza delle disuguaglianze nel tempo. La disuguaglianza limita fortemente la mobilità sociale, soprattutto quando essa è prevalentemente indotta dalla segregazione sociale. In questo contesto la perdita di identità culturale e sociale delle fasce deboli si riverbera sulla famiglia e in particolar modo sui figli. Questi troveranno pochi stimoli ad investire in quelle attività formative e lavorative che invece rappresentano l’unica possibilità di emancipazione culturale e sociale. La disuguaglianza crea insomma delle vere e proprie "poverty traps" caratterizzate da una bassissima mobilità sociale che tende a propagarsi attraverso le generazioni.

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