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ESISTE IL MEZZOGIORNO COME CATEGORIA ANALITICA? RIANNODARE I FILI DI UN DINAMISMO NASCOSTO E-mail
Mezzogiorno
di Luca Murrau
05 marzo 2009

taranto_murrau.jpgLa maggior parte delle analisi sul Mezzogiorno tendono a considerare lo stesso una categoria analitica compatta, con il risultato che tutte le valutazioni di performance hanno un bias negativo in quanto tendono ad omettere la presenza di sistemi territoriali locali ad elevata competitività e dinamismo. In questa analisi si tenta di mettere in evidenza che una lettura analitica più attenta dei dati può invece portare a risultati contro intuitivi. L’idea di introdurre nell’analisi economica la categoria di un Mezzogiorno compatto e granitico (i primi meridionalisti) è funzionale ad una lettura dualistica dell’economia italiana.


E’ dalla metà degli anni ottanta che la categoria analitica del Mezzogiorno viene destrutturata ad opera di una nuova generazione di economisti dello sviluppo (nuovi meridionalisti). Questa opera di destrutturazione analitica del Mezzogiorno, avveniva in una fase nella quale un altro tipo di destrutturazione, nell’organizzazione della produzione, si diffondeva all’interno dell’impresa e segnava il passaggio al post-fordismo. Con esso entravano in gioco nell’analisi economica non solo processi produttivi, de-gerarchizzati verticalmente ed esternalizzati, ma anche i territori con le sue risorse mobili ed immobili. Ciò, ha richiesto l’introduzione, nell’analisi economica, di variabili che catturassero fattori idiosincratici rispetto ai luoghi, ed una maggiore sofisticazione analitica ed interpretativa capace di misurare l’elasticità del reddito rispetto ad un set di variabili microeconomiche più ampio, spesso di difficile rilevazione e quantificazione, quando inserite nell’in-box degli strumenti di policy.

A gennaio l’Istat ha pubblicato una nuova serie di dati sul valore aggiunto provinciale, che opportunamente elaborati consentono di pervenire a delle interpretazioni che analisi di livello maggiormente aggregato tendono ad omettere. Le misurazioni del valore aggiunto deducono dal totale delle vendite il costo delle materie prime e degli altri fattori che un’impresa acquista da altre imprese. Pertanto la sua dinamica ci consente di osservare come la quota di ricchezza nazionale realizzata dal sistema produttivo si evolve nel tempo. Se calcolato in termini pro-capite (o per abitante), esprime la misura del concorso di ciascun singolo lavoratore alla sua formazione.

La gran parte delle analisi economiche realizzate tendono spesso ad utilizzare categorie geograficamente aggregate nella rilevazione delle performances territoriali (c’è da dire anche spesso per la mancanza di dati ad un dettaglio territoriale maggiormente disaggregato). Queste non sono in grado di cogliere, per definizione, dinamiche intra-territoriali spesso legate alla presenza di nicchie geografiche ad alta competitività. Così accade sovente che la performance generale della macroarea genera un bias al negativo in quanto tende a nascondere quel dinamismo - produttivo, tecnologico, commerciale - che pur esiste anche in aree con bassi trend generali di crescita. E’ il caso, appunto, del Mezzogiorno.

In misura ridotta sono state condotte indagini qualitative sui sistemi produttivi del Mezzogiorno(1), con la raccolta di informazioni sul campo e la ricostruzione di fatti e personaggi chiave di processi di rottura. Queste ricerche, allargando il set di variabili analitiche alla razionalità di soggetti imprenditoriali ed istituzionali innovatori, hanno concorso ad attribuire al Mezzogiorno una categoria meno generale e più varia. Il Mezzogiorno rimane ancora in effetti – sotto questa prospettiva analitica - una black box poco esplorata e che domanda politiche più specializzate.

Il grafico che segue mostra (riquadro di sinistra) che l’andamento del valore aggiunto pro-capite nelle due macroaree del paese ha avuto una dinamica costante di crescita tra il 2001 ed il 2006, e che solo a partire dal 2005 il tasso di crescita del Mezzogiorno ha superato in misura percepibile quello del Centro-Nord (riquadro di destra), ma non in una misura tale da consentire una riduzione del divario tra le due aree del Paese, rimasto sostanzialmente inalterato(2). Tuttavia, se ci limitassimo alla sola considerazione di questo scenario, non coglieremmo il fatto che molte province del Mezzogiorno, tra il 2001 ed il 2006, sono cresciute a tassi cumulati di molto superiori rispetto al tasso di crescita cumulato dello stesso Centro-Nord (12,6% contro il 14,6% del Mezzogiorno)(3). Così hanno fatto le province dell’Ogliastra (32,4%), Oristano (29%), Crotone (27,7%), Taranto (24,9%), Vibo Valentia (22,8%), Enna (22,3%) ed altre (vedi tavola).


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Nella tavola a fondo pagina ho evidenziato la graduatoria delle dieci province – del Mezzogiorno e del Centro-Nord – che hanno conseguito la migliore performance di crescita cumulata del valore aggiunto per abitante tra il 2001 e il 2006, e – con il medesimo criterio - le cinque peggiori. Il primo dato importante da rilevare è che nessuna provincia del Mezzogiorno ha riscontrato, nel periodo considerato, una crescita negativa, indice del fatto che il sistema produttivo del Mezzogiorno è in espansione. La provincia del Mezzogiorno che cresce meno è quella di Bari (5,6%), mentre il dato di Prato (-0,3%) è l’emblema della crisi di quel modello distrettuale protagonista negli anni novanta della crescita vertiginosa dell’export made in Italy e che ha concorso in misura considerevole alla dinamica del Pil nazionale.

La lettura di una siffatta graduatoria ci porta a voler dire con forza almeno tre cose. Anzitutto che considerare il Mezzogiorno come un’area in profonda crisi rispetto ai ritmi di crescita del Centro-Nord è sbagliato. Ma lo è ancor più sottostimare la crescita accelerata di sistemi produttivi quando si utilizzato rappresentazioni analitiche delle performances territoriali troppo distanti dai luoghi e troppo aggregate rispetto alle numerose disarticolazioni territoriali e produttive esistenti. Terzo, che le cause di questa crescita sono chiaramente imputabili alla presenza di sistemi produttivi locali al alta competitività, cioè in grado di vendere le proprie produzioni su mercati altamente concorrenziali(4).

In conclusione, ciò che si vuole affermare è che un più approfondito studio dei contesti territoriali ci dice che l’area Mezzogiorno non è un blocco stagnante, un’economia senza fiato, un’economia subalterna, come generalmente viene rappresentata. Esistono dinamismi imprenditoriali che operano slegati dal contesto, che si muovono con dimestichezza sulle reti globali e che creano profitti e redditi.

Il problema più grave è che solo una minima parte di questa ricchezza prodotta trova sedimento nei territori di origine, alimentando filiere e servizi, trasformandosi in investimenti produttivi, accrescendo le opportunità di impiego e le condizioni di vita dei lavoratori. Molta di questa ricchezza – in un’economia con sempre più bassi costi di transazione – è preda di forze economiche esterne che nessun interesse hanno ad investire in aree notoriamente sfavorevoli.

Politiche più attente e coraggiose, che partano da una segmentazione dei territori e da analisi più approfondite, attraverso una migliore conoscenza delle realtà locali, possono senz’altro aiutare a far si che ciò che di buono c’è sia un seme di sviluppo e non un miracolo di sopravvivenza puramente da raccontare.


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1) Si vedano per esempio i lavori di Viesti G. (a cura di), Le sfide del cambiamento. I sistemi produttivi nell’Italia e nel Mezzogiorno d’oggi, Donzelli, 2007 e di Cersosimo D., Wolleb G., Economie dal basso. Un’itinerario nell’Italia locale, Donzelli, 2006.

2) Se guardiamo ai valori assoluti del valore aggiunto pro-capite, il livello di ricchezza prodotta in media da ciascun individuo del Mezzogiorno rimane almeno la metà rispetto a quella prodotta nel Centro-Nord.

3) Peraltro, la sostanziale stabilità dei flussi migratori nel periodo analizzato, renderebbe inappropriato attribuire l’alta varianza nel valore aggiunto pro-capite ai movimenti di popolazione.

4) Tra le province del Mezzogiorno a più alta crescita, scelgo a titolo di esempio, quella di Ragusa. Dopo Foggia, Ragusa, è la provincia italiana con la più alta produzione di ortaggi, con una elevata specializzazione nelle colture protette in serra (le imprese agricole coinvolte sono oltre 5 mila). Il mercato di sbocco delle produzioni locali è diviso all’incirca a metà tra la destinazione nazionale e quella europea (Germania, Austria, Regno Unito e Svizzera soprattutto). L’export agricolo nel 2006 è stato pari a circa 140 milioni di euro ed in netta crescita rispetto al triennio precedente. Alcune imprese arrivano ad esportare addirittura fino al 70 per cento del fatturato. (cfr. Viesti, 2007).

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