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ABUSO DELLE INTERCETTAZIONI E DIRITTO ALL’INFORMAZIONE E-mail
Giustizia
di Aniello Nappi
26 febbraio 2009

intercettazioni_nappi.jpgLa pur condivisibile indignazione per gli abusi delle intercettazioni è all'origine di una proposta di radicale e inaccettabile limitazione del diritto all'informazione pubblica, che renderebbe impossibile una tempestiva conoscenza di vicende giudiziarie di rilievo sociale o politico. Quegli abusi sono però dovuti a un'applicazione scorretta delle norme vigenti. La responsabilità di questa degenerazione non può essere dunque addebitata solo alla "casta" politica. E' l'intera classe dirigente di questo paese a rivelare una sconfortante inadeguatezza.


Ancora una volta è la cronaca giudiziaria a ispirare i progetti di riforma della giustizia.

Verbali di conversazioni prive di qualsiasi rilevanza penale vengono pubblicati sui quotidiani d'informazione o addirittura utilizzate come copioni di rappresentazioni pseudoteatrali in talk show televisivi. E dopo qualche mese il Parlamento si appresta a varare una riforma della disciplina delle intercettazioni, intesa a limitare non solo l'ammissibilità di questo importante mezzo di ricerca della prova, ma anche la libertà di stampa, che dovrebbe poter garantire il controllo dell'opinione pubblica sull'esercizio dei pubblici poteri.

Come ha più volte affermato la Corte europea dei diritti dell'uomo, la libertà di stampa non garantisce solo chi diffonde le idee e le notizie ma anche il pubblico, che ha diritto a essere informato, per conoscere e valutare i comportamenti e le idee di coloro cui sono affidate le sorti della collettività. E l'attività giudiziaria contribuisce certamente ad arricchire e a estendere la consapevolezza sociale, quando i casi esaminati hanno valore emblematico o rilievo politico.

L'esperienza suggerisce quindi di affrontare con cautela il problema delle possibili interferenze tra stampa e giustizia, avendo cura di distinguere nettamente due pur complementari esigenze: la tutela delle persone coinvolte e la tutela del processo come attività di accertamento dei fatti.

Nel codice vigente le norme che disciplinano il segreto, e regolamentano la pubblicazione degli atti giudiziari, sono evidentemente destinate alla sola tutela del processo. Sicché è sostanzialmente ammessa la pubblicazione di qualsiasi informazione, quando non rischi di risultare dannosa per l'attendibilità dell'accertamento giudiziario.

La tutela delle persone che nel processo sono coinvolte è affidata esclusivamente alle norme di diritto sostanziale, in particolare alle norme che puniscono la diffamazione a mezzo stampa. Come dalle norme di diritto sostanziale è tutelata qualsiasi persona danneggiata dalla pubblicazione di notizie che la riguardino, posto che ovviamente i giornali non parlano solo di processi.

La distinzione, tra tutela delle persone e del processo, viene ora superata da un disegno di legge governativo, che vieta la pubblicazione di qualsiasi informazione sull'attività giudiziaria prima dell'apertura del dibattimento; e preclude così la possibilità di una tempestiva informazione del pubblico su vicende giudiziarie di rilievo sociale o politico.

Occorre certo riconoscere che per le intercettazioni il problema dei rapporti con l'informazione pubblica si pone in termini di particolare gravità. E' molto spesso evidente infatti che le conversazioni intercettate sono state captate del tutto occasionalmente, nell'ambito di procedimenti relativi a fenomeni criminali o a ipotesi investigative completamente estranei all'ambito comunicativo nel quale si è interferito. Ne risulta perciò mortificata la stessa istituzione giudiziaria, ridotta a fonte di uno squalificante gossip mediatico, quando viene lesa la riservatezza di persone estranee a qualsiasi fenomeno criminale. E questa situazione è intollerabile.

Tuttavia il progetto di riforma non riguarda solo la pubblicazione dei risultati delle intercettazioni telefoniche o ambientali, ma si riferisce a tutti gli atti del procedimento. Sicché la condivisibile indignazione per gli abusi delle intercettazioni finisce per giustificare una ben più radicale e inaccettabile limitazione del diritto all'informazione pubblica.

D'altro canto all'origine degli abusi delle intercettazioni non è la disciplina vigente, ma la sua scorretta applicazione.

I verbali redatti e le registrazioni eseguite nel corso delle intercettazioni dovrebbero essere attentamente vagliati prima di essere acquisiti come atti del procedimento, di cui è consentito dare informazione.

Il giudice dovrebbe infatti disporre l'acquisizione come prova delle sole conversazioni indicate dalle parti, salvo che appaiano manifestamente irrilevanti; e anche d'ufficio, ma nel contraddittorio delle parti, dovrebbe disporre lo stralcio e poi la distruzione delle registrazioni e dei verbali di cui è vietata l'utilizzazione; mentre le registrazioni e i verbali che non siano stati neppure acquisiti come prova, dovrebbero essere conservati fino alla pronuncia di sentenza non più soggetta a impugnazione, quando non ne sia disposta la distruzione su richiesta degli interessati.

Sennonché nella prassi le garanzie di questo procedimento vengono quasi sempre eluse.

Il pubblico ministero richiede e il giudice dispone, con il consenso almeno implicito dei difensori, l'acquisizione e la trascrizione di tutte le registrazioni, senza alcun preventivo vaglio di rilevanza. E le trascrizioni vengono inserite tutte nel fascicolo per il dibattimento.

Divengono così conoscibili agevolmente anche quelle conversazioni non rilevanti, che non dovrebbero essere neppure acquisite agli atti, ma si leggono addirittura sui giornali.

Il giudice dovrebbe invece dichiarare inammissibile la richiesta del pubblico ministero di acquisire indiscriminatamente tutte le registrazioni. Solo richieste specifiche e giustificate per ciascuna conversazione dovrebbero essere ammesse. E la selezione preventiva da parte del pubblico ministero costringerebbe anche i difensori a un attento esame delle registrazioni, per formulare le loro richieste, restringendo notevolmente l'ambito delle registrazioni da trascrivere, con una significativa riduzione anche dei costi del procedimento.

L'acquisizione e la trascrizione indiscriminata di tutte le registrazioni allevia certamente il lavoro dei magistrati e dei difensori. Ma introduce nel processo un'incontrollabile massa di informazioni, dalla quale ciascuno può attingere ciò che più interessa, indipendentemente dalla sua rilevanza ai fini del processo.

Accade dunque che una scorretta applicazione delle vigenti norme sulle intercettazioni diviene occasione per una riforma che limita gravemente il diritto all'informazione dell'opinione pubblica. Ma la responsabilità di questa degenerazione non può essere addebitata solo alla "casta" politica. E' l'intera classe dirigente di questo paese a rivelare una sconfortante inadeguatezza.

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