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IL IV GOVERNO BERLUSCONI E L’IMMIGRAZIONE: SOLO UNA QUESTIONE DI SICUREZZA? E-mail
Immigrazione
di Tiziana Caponio
26 febbraio 2009

cpt_lampedusa_caponio.jpgSe è il pacchetto sicurezza attualmente in discussione alla Camera a catalizzare l’attenzione di media e operatori dell’immigrazione, in realtà le politiche migratorie di questi primi mesi del quarto governo Berlusconi vanno ben oltre e si situano chiaramente in continuità con il tracciato già segnato dalla legge Bossi-Fini e per nulla intaccato dai due anni di governo Prodi. Due ne appaiono le linee caratterizzanti: l’irrigidimento delle norme contro quanti sono presenti clandestinamente nel nostro paese; la rimessa in discussione dello status degli immigrati regolarmente soggiornanti, reso sempre più precario e incerto. Nel complesso, si delinea una politica di non integrazione chiaramente in contraddizione con un contesto sociale che, anche in tempi di recessione, non sembra poter del tutto fare a meno del lavoro immigrato, soprattutto nei servizi di cura ma anche nelle mansioni meno qualificate nel settore agricolo e industriale.


È evidente come un tale dilemma non sia al centro dell’agenda del nuovo governo, che attraverso i suoi provvedimenti evidenzia una teoria dell’immigrazione decisamente superata e non adeguata ai tempi.

Ma andiamo con ordine, richiamando innanzitutto gli esordi delle politiche migratorie del centro-destra, con il Governo Berlusconi II. La legge Bossi-Fini non solo ha esteso a 60 giorni i tempi di trattenimento nei centri di permanenza temporanea (contro i 30 previsti dalla legge Turco-Napolitano), ma ha anche introdotto pene detentive per quanti si trovino clandestinamente nel nostro paese. A poco sono servite due sentenze della Corte Costituzionale (n. 222/2004 e 223/2004) che hanno dichiarato illegittime alcune delle norme più controverse. Con il decreto legislativo 421/2004 poi convertito nella legge 271/2004, il governo era ripassato all’offensiva rispondendo ad entrambe le obiezioni della Corte. In particolare, il nuovo testo ha introdotto l’obbligo della convalida del provvedimento di espulsione da parte del giudice di pace, laddove nella sua formulazione originale non erano previste garanzie di alcun tipo; e ha inasprito le pene detentive contro quei clandestini che, non identificati nei 60 giorni di permanenza presso i Cpt, siano rimasti nel paese oltre il termine di 5 giorni intimato dal questore. Da un minimo di sei mesi a un massimo di un anno, come originariamente previsto, oggi si può rischiare da uno a quattro anni. Tale modifica ha reso legittimo l’arresto obbligatorio del clandestino e il processo per direttissima, prima giudicati dalla Corte inamissibili a fronte della previsione di pene detentive troppo lievi per giustificare l’applicazione di tali misure coercitive.

Come si può vedere, l’obiettivo era, dunque, quello della repressione dei clandestini e assai meno la prevenzione della clandestinità, dato che su quest’ultimo punto la legge Bossi-Fini ha inasprito di poco le norme già previste dalla Turco-Napolitano. L’approvazione del decreto legge in materia di sicurezza pubblica (convertito in legge il 25 luglio 2008, legge n. 125) del IV governo prosegue in questo cammino, rendendo la presenza illegale sul territorio nazionale "aggravante di reato". Il decreto colpisce anche chi favorisce la presenza di clandestini: si prevede la reclusione da 6 mesi a 3 anni per coloro che affittino, "al fine di trarne ingiusto profitto", immobili a stranieri privi del permesso di soggiorno, e vengono inasprite delle pene per il datore di lavoro che impieghi stranieri irregolari (reclusione da 6 mesi a 3 anni, mentre la normativa precedente prevedeva da 3 mesi a 1 anno).

Il pacchetto sicurezza attualmente in discussione non fa che completare l’opera: la norma tanto dibattuta sull’eliminazione del divieto di segnalazione dei clandestini da parte dei medici si inserisce in un disegno coerente che fa del clandestino il bersaglio di tutti i mali. Poco importa se gli studi più accreditati abbiano messo in luce come almeno i 2/3 dei cittadini stranieri regolarmente residenti nel nostro paese siano entrati eludendo del tutto i controlli alla frontiera e/o, pur entrando con regolare visto di ingresso, siano poi rimasti nel paese in maniera irregolare, magari lavorando come colf e badanti in molte famiglie italiane. La vera innovazione è semmai la via attraverso la quale il governo ha deciso di intervenire: non più una legge sull’immigrazione, come avvenuto nei passati governi di centro-sinistra e di centro-destra, ma attraverso provvedimenti sulla sicurezza, tra cui da ultimo il decreto cosiddetto "anti-stupri" approvato il 20 febbraio scorso, che ha allungato i tempi di detenzione nei Centri di permanenza temporanea fino a un massimo di sei mesi. Si rafforza così, consacrandolo in maniera definitiva, quel nesso immigrazione-clandestinità-criminalità che trova conferma facile nei fattacci di cronaca e in tanta retorica, ma che non rappresenta certo la condizione della maggior parte della presenza immigrata non regolare nel nostro paese.

Passando alla precarizazzione dello status degli immigrati regolari, il tracciato era già segnato dalla Bossi-Fini, in piena coerenza peraltro con alcuni atti "minori" del precedente governo Prodi. è questo il caso dell'attuazione della carta di soggiorno, documento a tempo indeterminato e ottenibile dopo cinque anni di soggiorno regolare in Italia in base a quanto previsto dalla legge Turco-Napolitano, ma il cui rilascio viene subordinato dalla circolare n. 300/2000 del Ministro degli Interni Bianco, a specifici requisiti di reddito. A sua volta, la Bossi-Fini aumenta a 6 gli anni di residenza regolare necessari per fare domanda (salvo poi dover tornare a 5 in seguito alla Direttiva UE sui Lungo-residenti 2003/109/UE), ma soprattutto, con il regolamento di attuazione, ne elimina il carattere di titolo a tempo indeterminato, prevedendone il rinnovo ogni 5 anni.

Altrettanto emblematica della volontà di rendere dura la vita agli stranieri regolari è la normativa che lega il permesso di soggiorno alla durata del contratto di lavoro (il cosiddetto "contratto di soggiorno") e che, in caso di perdita dell'occupazione, prevede la possibilità di rinnovo con iscrizione presso le liste di collocamento per soli 6 mesi e non più un anno come in precedenza. Ma non solo: la legge ha ridotto la durata dei permessi di soggiorno e accorciato i tempi per la richiesta del rinnovo, da 30 giorni prima della scadenza e ben 90 giorni, con inevitabile paralisi del lavoro delle questure. Del tutto inspiegabilmente poi, il Ministro Pisanu, in contraddizione con le sperimentazioni avviate a livello locale da comuni e questure per superare l’impasse e per un periodo appoggiate dallo stesso Ministero degli Interni, nel febbraio 2006 stipula una convenzione con Poste Italiane che getta il sistema definitivamente nel caos: a fronte di un pagamento di 70€ da parte del richiedente, il cosiddetto "kit immigrazione", viene inviato da Poste Italiane alla Questura centrale, per poi essere re-inviato da quest’ultima alle questure locali, con l’utilizzo di un software informatico da molti giudicato inadeguato. Convenzione che non è stata rimessa in discussione dal Ministro Amato, e che, nonostante gli aggiustamenti a margine con la collaborazione di Anci e Patronati, continua a non funzionare, dato che ancora oggi l’attesa per il ritiro del nuovo permesso può arrivare anche ad un anno, nel corso del quale ci si arrangia con una ricevuta cartacea delle Poste il cui valore giuridico è decisamente discutibile.

L’attuale governo Berlusconi, nel continuare l’opera già iniziata, si sta accanendo in modo particolare contro i ricongiungimenti famigliari, oggetto del decreto legislativo n. 160 del 3 ottobre 2008, che introduce condizioni limitative riguardo ai famigliari per i quali è possibile chiedere l’arrivo in Italia, nonché nuovi e più elevati requisiti di reddito, compreso l’obbligo di stipula di assicurazione sanitaria o di iscrizione, a pagamento, presso il Servizio sanitario nazionale.

In questo contesto, il dibattito sulla tassa di soggiorno, 200€ oltre i 70 già dovuti alle poste, appare l’ennesima angheria a danno di quella che dovrebbe rappresentare la parte sana dell’immigrazione, quella da favorire e consolidare. Se si considerano però le restrizioni già introdotte dalla Bossi-Fini nell’accesso all’edilizia residenziale pubblica (almeno 3 anni di residenza continuativa) e quelle poste dal centro-sinistra al godimento di alcuni benefici (come gli assegni sociali e i sussidi di maternità, questi ultimi esigibili solo dalle donne in possesso della carta di soggiorno), appare evidente come essere regolari in Italia non voglia dire necessariamente essere premiati. Al contrario, la teoria dell’integrazione che sembra passare tra le righe è che per gli stranieri, nel nostro paese, non ci sono privilegi: proprio come gli italiani che un tempo andavano in Germania e in Svizzera, e a cui, come si sente più volte, anche da parte di ex-emigranti in quei paesi, "non veniva regalato nulla". L’idea che, al di là del lavoro, possa esserci per un immigrato il diritto a una vita dignitosa e a una famiglia, evidentemente non è nella cultura della politica italiana, che sembra sposare in pieno diffidenze e pregiudizi di senso comune.

  Commenti (1)
Scritto da isabella, il 04-03-2009 23:17
volevo segnalare che la scadenza della carta di soggiorno dopo cinque anni non comporta il soggiorno irregolare, a differenza del permesso di soggiorno. essa inerisce soltanto sulla validità del documento di riconoscimento che, come la carta di identità, va rinnovata ogni cinque anni.

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