Home arrow Lavoro arrow NOTE SULLA RIFORMA DELLA CONTRATTAZIONE
NOTE SULLA RIFORMA DELLA CONTRATTAZIONE E-mail
Relazioni industriali
di Giorgio Santini
19 febbraio 2009

cisl_santini.jpgNel dibattito sull’accordo quadro di riforma della contrattazione sono abbastanza trascurate le motivazioni che lo hanno reso necessario. Taluni sostengono che, vista la gravità della crisi economica ed occupazionale, la riforma della contrattazione non è una priorità. La realtà è diversa. La contrattazione collettiva in Italia è in sofferenza da molti anni da quando cioè il protocollo del 1993 ha esaurito la sua funzione. Si ricorderà che la sua durata era di 5 anni e che già nel 1997 la Commissione governativa presieduta dal sen. Giugni aveva individuato la necessità di cambiamenti significativi, raccomandando a tutte le parti in particolare il decentramento della contrattazione.


Non se ne fece nulla per i veti contrapposti e speculari tra Confindustria e Cgil. Anno dopo anno tuttavia le criticità diventavano sempre forti e riguardavano la progressiva perdita di credibilità della inflazione programmata come parametro su cui rinnovare i CCNL a causa della tendenza dei Governi a fissarla troppo bassa, lo slittamento dei tempi di rinnovo dei contratti, la mancata diffusione della contrattazione di secondo livello. Si è, così, determinata una perdita progressiva di salari e stipendi nella ripartizione del reddito, anche a causa della politica fiscale che ha danneggiato, nello stesso periodo, il lavoro dipendente e i pensionati.

Quando circa un anno fa, Cgil-Cisl-Uil hanno finalmente elaborato una piattaforma condivisa per la riforma della contrattazione si sono davvero create le condizioni per recuperare almeno 10 anni di ritardo! Si è aperto un lungo e articolato percorso negoziale con tutte le parti datoriali che ha visto impegnate le tre confederazioni sindacali insieme, che ha portato alla definizione di sette pre-intese di comparto ed infine dopo più di sette mesi si è arrivati all’accordo-quadro, firmato da tutte le Associazioni Datoriali, dal Governo e dalle Organizzazioni Sindacali salvo la Cgil.

Se si considera l’iter negoziale non ha molto fondamento parlare di "accordo separato" o di "accordo imposto dal Governo per dividere il sindacato". Si è trattato al contrario di un negoziato gestito sempre dai tre sindacati confederali e dalle associazioni datoriali con una forte logica di autonomia delle relazioni negoziali tra le parti. Il Governo è stato chiamato in causa come datore di lavoro dei dipendenti pubblici solo nell’ultima fase e non ha svolto nessun ruolo di rottura bensì ha accettato di estendere anche ai dipendenti pubblici le nuove regole definite per il settore privato.

I contenuti dell’accordo-quadro sono molto coerenti con la piattaforma unitaria di Cgil-Cisl-Uil e confermano la struttura della contrattazione collettiva su due livelli, il Contratto Nazionale, di durata triennale sia per la parte economica che per quella normativa e il secondo livello, aziendale o territoriale. Sono, tuttavia, definiti in modo più netto rispetto al passato i compiti di ciascun livello di contrattazione, in particolare per quanto riguarda la parte economica, con il CCNL che avrà il compito di tutelare la retribuzione contrattuale dall’inflazione e il secondo livello che dovrà definire la quota di incremento salariale collegato alla produttività, intesa in senso ampio. Per il rinnovo dei CCNL verrà adottato, sulla base dell’IPCA elaborato da Eurostat, un nuovo indicatore previsionale triennale, depurato dall’energia importata, definito da un soggetto terzo individuato dalle parti. Non hanno molto senso le polemiche sulla validità di questo indicatore, dal momento che secondo tutti i calcoli fatti, esso appare in grado di tutelare i salari contrattuali dall’inflazione molto meglio di quanto non abbia fatto in questi anni il tasso di inflazione programmata, risultando anche superiore, sia pur di poco, all’indice Istat rilevato ex-post, sul quale in questi anni si sono fatti conguagli dei CCNL. Se si considera, inoltre, che il recupero in caso di scostamento dell’inflazione effettiva rispetto a quella prevista sarà effettuato entro la vigenza del triennio contrattuale, che le trattative per i rinnovi dovranno iniziare alcuni mesi prima rispetto ai tre attuali, che la copertura economica dei nuovi contratti partirà dalla scadenza dei precedenti si comprende che con questa intesa i contratti nazionali saranno più certi nei tempi e migliori nei risultati rispetto ad oggi. Taluni sostengono che l’intesa prevederebbe la riduzione della base di calcolo e in questo modo verrebbe pianificata una riduzione della copertura economica del CCNL. Non è così. L’intesa afferma che i futuri aumenti verranno calcolati su un valore retributivo medio e rinvia poi alle specifiche intese di comparto l’attuazione, che non potrà in nessun caso peggiorare le condizioni di quei contratti che già prevedono una base di calcolo.

Ma la vera novità dell’accordo riguarda la piena legittimazione del secondo livello di contrattazione a aziendale o territoriale e la sua natura fortemente partecipativa in quanto favorisce la negoziazione di incrementi salariali collegati alla produttività e ad altri fattori relativi al buon andamento ed ai risultati delle aziende. Si definiscono in questo modo obiettivi condivisi tra lavoratori e datori di lavoro, puntando in questo modo a migliorare sia le retribuzioni che la capacità competitiva delle imprese. Per favorire la diffusione della contrattazione di secondo livello sono previste forti incentivazioni contributive e fiscali che permetteranno anche un incremento del valore delle retribuzioni contrattate a questo livello.

All’obiezione di quanti sostengono che la scarsa diffusione della contrattazione di secondo livello penalizzerà i lavoratori delle piccole aziende, si deve ricordare che l’accordo prevede un nuovo elemento retribuivo di garanzia proprio a tutela delle fasce di lavoratori contrattualmente più deboli.

Infine, l’accordo-quadro è particolarmente caratterizzato dal reciproco riconoscimento del ruolo delle associazioni datoriali e delle organizzazioni sindacali che oltre a garantire un costante monitoraggio sull’attuazione dell’intesa si sono impegnate allo sviluppo della bilateralità per promuovere nuove forme di tutela del lavoro e alla regolazione, sempre attraverso la contrattazione collettiva, del delicato tema delle possibili modifiche di istituti contrattuali (altrimenti definite anche clausole d’uscita) che vengono circoscritte ai casi di start-up nelle aree meno sviluppate e di crisi aziendali. Particolarmente importante è la disponibilità delle parti datoriali alla certificazione presso gli istituti previdenziali delle iscrizioni dei lavoratori al sindacato. In questo modo si potrà finalmente giungere ad un accordo interconfederale sulla rappresentanza atteso da molto tempo e necessario per dare certezza per quanto riguarda i soggetti legittimati sia a contrattare a livello nazionale e a livello decentrato sia a concludere i contratti stessi sulla base del principio della maggioranza.

Vista la mancata stipula della Cgil, la parte sulla rappresentanza non è stata definita e si prevede un tempo breve di tre mesi entro cui concludere l’accordo interconfederale su questo tema, che risulta particolarmente importante anche ai fini di una regolazione pattizia delle modalità di esercizio del diritto di sciopero.

Non possiamo che augurarci che questo breve periodo permetta un ripensamento della Cgil e attraverso l’accordo sulla rappresentanza essa possa arrivare ad una condivisione dell’intero accordo-quadro sulla contrattazione, che sta entrando nel vivo con i primi contratti nazionali che saranno rinnovati già nei prossimi mesi.

  Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >