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Giustizia
di Aniello Nappi
19 febbraio 2009

azione_penale_nappi.jpgIl principio costituzionale di obbligatorietà sottrae alle scelte di politica criminale le decisioni sull'esercizio dell'azione penale. E' quindi incompatibile con l'art. 112 Cost. il disegno di legge governativo di riforma del processo penale, che propone di abolire l'attuale potere del pubblico ministero di acquisire d'ufficio le notizie di reato, perché la scelta di perseguire o meno singoli reati non dipenderebbe più da criteri di giustizia, ma da criteri di strumentalità rispetto a obbiettivi di controllo sociale o di propaganda politica o di difesa di ceto.

 

L’azione penale è la domanda rivolta al giudice di decidere conformemente all'ipotesi di colpevolezza sintetizzata nell'imputazione, che attribuisce all'imputato un fatto costituente reato. E la nostra Costituzione prevede che il pubblico ministero (P.M.) abbia l'obbligo di esercitarla (art. 112).

L'obbligatorietà dell'azione penale è solo un aspetto del principio di legalità, perché estende all'attività del P.M. lo schema argomentativo che la tradizione liberale prescrive per la giurisdizione, costruita come sistema di giustizia legale.

Un principio liberale si completa così in senso democratico, in applicazione di un principio di eguaglianza non solo formale (art. 3 Cost.): se il reato c'è, occorre perseguirlo, indipendentemente da valutazioni di opportunità, che potrebbero giustificare privilegi.

La Costituzione vuole dunque che l'esercizio dell'azione penale, come l'esercizio della giurisdizione, risponda a programmi normativi condizionali, che esigono l'accertamento di condizioni predeterminate per giustificarlo. Esclude possa rispondere a programmi normativi di scopo, che ammettono la scelta dei mezzi più idonei al raggiungimento dei fini indicati dalla legge (Luhmann).

Non rileva che le stesse finalità dell'azione possano essere predeterminate dal legislatore. Infatti anche l'azione amministrativa è vincolata al principio di legalità, ma appunto secondo una logica prevalentemente strumentale, di perseguimento delle finalità di legge; non secondo la logica giurisdizionale della mera ricognizione delle condizioni giustificatrici di ciascuna decisione.

Certo, nessuno crede più al mito del giudice bocca della legge, perché l'interpretazione, delle norme come dei fatti, richiede scelte di valore. Ma si è recuperata l’idea classica di una ragionevole argomentabilità anche delle scelte di valore. Sicché viene ribadita, negli stessi sistemi di common law, la funzione (ri)cognitiva dell’attività giurisdizionale, anche se riferita ai valori piuttosto che alle sole norme, perché il concetto di valore viene assunto in un senso in qualche misura formale, come ciò che è indiscusso o, comunque, può essere considerato universalmente condiviso nel contesto sociale in cui il giudice opera (Habermas).

Sono pertanto compatibili con l'art. 112 Cost. le norme che riconoscono al giudice il potere di escludere la punibilità di un fatto che, pur integrando gli estremi di un reato, risulti di particolare tenuità in base a criteri predeterminati di rilevanza.

Non sono incompatibili con il principio di obbligatorietà neppure i criteri di priorità nella trattazione dei procedimenti penali recentemente introdotti nel codice, la cui individuazione potrebbe anche essere affidata a direttive annuali impartite dal Parlamento, come si propone. Sebbene si tratti di rimedi privi di immediata rilevanza processuale e perciò inidonei a fronteggiare la crisi del nostro sistema giudiziario. Non potrebbe infatti che trattarsi di criteri di ragionevolezza più o meno banali, utili forse come criteri di responsabilità disciplinare dei magistrati, formalizzandone le scelte che già oggi impone di fatto la disastrosa inefficienza del sistema.

Dubbi di legittimità costituzionale suscita invece il disegno di legge governativo per la riforma del processo penale, che propone di abolire l'attuale potere del P.M. di acquisire d'ufficio le notizie di reato, modificando in tal senso gli art. 55, 330, 335, 370 del codice.

Secondo la nuova formulazione di queste norme, infatti, il P.M. potrà investigare solo su notizie di reato presentategli o trasmessegli dalla polizia, da altri pubblici ufficiali o da privati. Si vorrebbe così affidata alla polizia, e quindi al Governo oltre che ai privati cittadini, l'iniziativa per l'esercizio dell'azione penale. E con la modifica di alcune norme di attuazione del codice, il Governo si riapproprierebbe anche dell'esclusivo controllo sulla carriera degli ufficiali di polizia giudiziaria.

Il P.M. non potrebbe più, come avviene oggi, rilevare d'ufficio una notizia di reato, ad esempio da informazioni di stampa, e investigare al riguardo.

Benché si sia riconosciuto che il P.M. debba comunque avere un suo potere d'iniziativa, almeno residuale (Violante, Repubblica, 11 settembre 2008, p. 10), si è detto in proposito che, "se i pubblici ministeri diventano responsabili delle scelte di politica criminale, orientando le proprie ricerche anche al di là delle notizie di polizia, saranno chiamati a risponderne e la loro autonomia e indipendenza sarà in pericolo" (Violante, Repubblica, 18 gennaio 2009, p. 6).

Sennonché il principio di obbligatorietà vuole appunto sottrarre alle scelte di politica criminale la decisione sull'esercizio dell'azione penale. Nel nostro sistema costituzionale le scelte di politica criminale attengono alla selezione dei fatti da qualificare come reato e dei reati sui quali impegnare l'attività di prevenzione. Ricondurre l'azione penale alla politica criminale significa violare l'art. 112 Cost.; e prima ancora l'art. 3 Cost., perché la scelta di perseguire o meno singoli reati non dipenderebbe più da criteri di giustizia, ma dalla strumentalità a obbiettivi di controllo sociale o di propaganda politica o di difesa di ceto.

Peraltro una riforma del genere interviene nel conflitto tra politica e magistratura. Ma neppure sfiora le cause del fallimento del nostro sistema giudiziario.

In questo paese il sistema penale viene riformato ogni anno, ma secondo un'agenda imposta prevalentemente dalla cronaca giudiziaria, che ne lascia inalterata l'inefficienza, utilizzata come strumento di discriminazione sociale.

La giurisdizione intesa come sistema di giustizia legale risponde in realtà anche a esigenze di efficienza del sistema politico, perché permette di risolvere problemi individuali e collettivi, senza sovraccaricare di responsabilità il ceto politico in situazioni in cui è difficile calcolare e selezionare conseguenze suscettibili di consenso (Luhmann).

La cosiddetta supplenza giudiziaria fu in passato favorita da una classe politica senza alternative. Oggi il sistema giudiziario viene usato come discarica mediatica del risentimento sociale fomentato dalla ricerca del consenso elettorale.

  Commenti (1)
lavoro del pm
Scritto da Stefano Sales, il 24-04-2009 15:34
Sono specialista in Neurologia dal luglio 1990 e miolto interessato alla giurisprudenza penale; non ho una "smisurata" competenza, ma, in totale accordo con l'obbligo di procedere d'ufficio vedi per esempio art. 610 c.p. e conseguente art. 50 c.p.p., il mio parere Ŕ che il pm abbia il potere di iniziare personalmente l'azione penale cercandosi egli stesso notizie di reato e indizi sui reato per facilitare l'amministrazione della giustizia.

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