Home arrow Lavoro arrow A PROPOSITO DEGLI SCIOPERI ANTI-ITALIANI DEI LAVORATORI BRITANNICI
A PROPOSITO DEGLI SCIOPERI ANTI-ITALIANI DEI LAVORATORI BRITANNICI E-mail
Lavoro
di Giovanni Orlandini
13 febbraio 2009

scioperi anti-italiani_orlandini.jpgLeggendo i commenti che hanno accompagnato la mobilitazione dei lavoratori inglesi contro l’utilizzo di manodopera italiana si è colti dalla netta impressione che il dibattito abbia da subito preso una piega che non aiuta a confrontarsi con questa complessa vicenda. Una piega alimentata da chi ha tutto l’interesse a porre la questione nei termini di una contrapposizione fratricida su basi "etniche" tra lavoratori.


Il razzismo invece c’entra ben poco con gli scioperi nel Lincolnshire. I lavoratori delle industrie petrolifere inglesi non hanno protestato contro i lavoratori italiani perché sono razzisti, ma il rischio è che lo diventino se non vengono tutelati i diritti degli uni e degli altri. Da più parti si è censurato l’attentato che tali agitazioni avrebbero posto alla libertà di circolazione dei lavoratori italiani. Il punto è che in discussione non è mai stata la libertà di circolazione dei lavoratori ma quella dei servizi. La differenza è di fondamentale importanza se si considerano le regole stabilite dal diritto comunitario a presidio delle due libertà. E proprio alle regole del mercato comunitario si deve guardare per inquadrare la vicenda.

La libertà di circolazione dei lavoratori (sancita dall’art.39 del Trattato CE) assicura a questi il diritto di accedere al mercato del lavoro di qualsiasi Stato membro senza essere ostacolati ed a condizioni di piena parità rispetto ai lavoratori nazionali di quello Stato. La libertà di prestazione dei servizi (garantita dall’art.49 del Trattato) assicura lo stesso diritto alle imprese straniere che svolgono temporaneamente la loro attività sul territorio di uno Stato membro. Cosa ciò comporti per i dipendenti di tali imprese, che vengono distaccati per svolgere un appalto, lo spiega la direttiva n.71 del 1996, il cui significato è stato chiarito dalla recente giurisprudenza della Corte di giustizia. Ai lavoratori stranieri non spetta affatto il diritto alla parità di trattamento rispetto ai lavoratori "nazionali", ma al contrario una simile prospettiva è esclusa perché si tradurrebbe in un ostacolo alla libertà economica dell’impresa da cui dipendono. Quest’ultima può essere obbligata a rispettare solo i minimi retributivi eventualmente fissati dalla legge o dal contratto collettivo nazionale del paese "ospitante", purchè tale contratto sia alla legge equiparabile per efficacia (c.d effetto erga omnes). Sempre ai livelli minimi di tutela deve farsi riferimento in relazione ad altre materie (e solo a quelle) tassativamente elencate dalla stessa direttiva (come ferie ed orario).

Da tutto ciò consegue che la direttiva del ’96 finisce se non per legittimare, certo per non permettere di contrastare efficacemente il dumping sociale, e questo in particolare in quei sistemi che, come l’Italia e la Gran Bretagna, non riconoscono efficacia di legge ai contratti collettivi e che attribuiscono uno spazio crescente alla contrattazione decentrata. La Corte di giustizia, nelle recenti sentenze Viking e Laval, ha poi ulteriormente limitato gli spazi di manovra per contrastare il dumping, estendendo questi vincoli anche ai sindacati, con il risultato di rendere illegittimo uno sciopero con il quale si volesse imporre il rispetto di un contratto collettivo ad un’impresa straniera.

E’ quanto meno sorprendente che la battaglia contro il dumping sociale si sia giocata tutta sul fronte della famigerata direttiva Bolkestein ignorando il quadro di regole ad essa preesistente. Il risultato è stato una direttiva (la n.123 del 2006 sul mercato interno dei servizi) infarcita di clausole che dovrebbero rassicurare i lavoratori europei escludendo il diritto del lavoro dal suo ambito di applicazione, ma che in realtà non rassicurano affatto perché non modificano di una virgola gli stringenti vincoli posti dalla direttiva del ’96.

In forza di questi vincoli l’impresa italiana Irem e la multinazionale francese Total, che le ha appaltato la costruzione della raffineria di North Killingholme, sono garantite appieno nell’esercizio delle loro libertà economiche, mentre non trovano legittimazione sul piano dell’ordinamento comunitario le proteste dei lavoratori inglesi, non perché venate di razzismo ma perchè contrarie alle regole del mercato. L’impresa italiana è tenuta infatti solo ad applicare i minimi retributivi fissati dalla legge britannica (il National Minimum Wage Act del 1998), e non può esserle imposto di rispettare quanto previsto dai contratti collettivi; e per tale ragione la medesima impresa può contestare fondatamente uno sciopero che la induca ad applicare standard più elevati previsti dal contratto collettivo applicato nel luogo di esecuzione dell’appalto. Il fatto che la vicenda si sia conclusa con un accordo "favorevole" per i lavoratori, non mette dunque al sicuro lo stesso accordo da possibili future contestazioni fondate sulle regole del mercato comunitario.

Da qui occorre ripartire: dalla consapevolezza che l’attuale sistema di regole comunitarie penalizza la lotta al dumping sociale. E’ necessario disegnarne un altro, non per legittimare inutili ed illusorie scorciatoie protezionistiche, ma per garantire più alti standard di tutela ai lavoratori europei, indipendentemente dalla nazionalità dell’impresa da cui dipendono. Ciò richiede in primo luogo che sia riformata la direttiva del 1996 per ampliare il diritto alla parità di trattamento dei lavoratori stranieri impiegati nell’ambito di appalti transnazionali; in secondo luogo che sia affermato il diritto

di azione sindacale e di negoziazione collettiva a livello europeo e sovranazionale, un diritto non subordinabile alle esigenze del mercato interno (come invece afferma la Corte di giustizia, applicando le norme europee vigenti).

Sono due passaggi che certo non bastano per dare sostanza all’Europa sociale, ma che sono obbligati per muoversi in quella direzione.

  Commenti (1)
Scritto da Camilla Prati, il 16-02-2009 09:39
Mi viene un solo dubbio: la previsione di regole di parità di trattamento tende a scomparire negli ordinamenti nazionali come tecnica che disciplina il lavoro negli appalti: è verosimile pensare che proprio l'UE introduca una regola che condiziona così tanto la concorrenza tra le imprese?

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