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PICCOLI INTERVENTI PER IL RILANCIO DELL’ECONOMIA E-mail
Economia reale
di Tom Joad
13 febbraio 2009

consiglio_dei_ministri_joad.jpgVenerdì scorso il CdM ha approvato un provvedimento di sostegno ad alcuni settori produttori di beni durevoli di circa 2 miliardi di euro. Alcune delle misure appaiono ragionevoli dal punto di vista dell’efficienza energetica e delle ricadute sul sistema produttivo nazionale senza essere discriminatorie. Altre sono più problematiche sotto almeno qualche aspetto rilevante. Nel complesso non sembra che il pacchetto possa avere un impatto significativo sulla domanda se non per i veicoli. Se fossero stati ascoltati gli appelli degli economisti per ridurre il debito in anni migliori potremmo permetterci qualcosa di più.


Dopo lunga esitazione il Consiglio degli ministri ha varato venerdì scorso un provvedimento a sostegno dei settori industriali in crisi. Lo stesso titolo del provvedimento segnala una mutazione definitiva del tipo di intervento nell’economia rispetto agli anni passati. L’enfasi è sul sostegno alla domanda di beni durevoli, i primi ad essere colpiti dalla tracimazione della crisi finanziaria nell’economia reale piuttosto che sulle finalità di maggior efficienza (energetica). Se la durezza della crisi giustifica la modifica, i provvedimenti dovrebbero comunque essere orientati a favorire la ristrutturazione dei settori in crisi e l’innovazione e non tutte le misure adottate soddisfano questo criterio. La dimensione del pacchetto (meno di 2 miliardi di euro) e le condizioni di accesso agli incentivi sembrano inadeguate a fornire una sostanziale spinta alla domanda.

 

Le misure annunciate riguardano l’acquisto di beni durevoli di varia natura e sono in parte analoghi a provvedimenti già adottati nei principali paesi europei. Da questo punto di vista il provvedimento appare tardivo anche rispetto a paesi che pure sono stati molto prudenti nella reazione agli sviluppi della crisi come la Germania. L’illusione che paesi con una struttura industriale più robusta, tra cui l’Italia, e in cui la bolla finanziaria e immobiliare fosse stata contenuta potessero considerarsi al riparo dagli effetti della crisi finanziaria è tramontata in breve tempo. A trainare la (limitata) crescita di questi paesi non è mai stata la domanda interna ma piuttosto la domanda statunitense. Pur tenendo presente che l’evoluzione della crisi dipende in misura marginale dalle politiche del governo italiano e che la nostra situazione finanziaria non permette interventi analoghi ad altri paesi, forse il governo, a fronte della propria evidente acuta percezione delle conseguenze non transitorie della crisi, avrebbe potuto agire prima e fare di più. Per avere una idea della dimensione dell’intervento (meno di 2 miliardi di euro, circa lo 0,1% del PIL) si consideri che le misure in discussione negli USA prevedono spese per 800 miliardi di dollari. Pur scontando una fisiologica sottostima della spesa, per ovvie ragioni di copertura e di cautela sul deficit che necessariamente ne deriverà, non ci si può aspettare un impatto significativo.

 

Le misure riguardano per lo scopo di questo articolo quattro classi di beni/settori: automotive, elettrodomestici cd ‘bianchi’, altri elettrodomestici e mobili. Possiamo a mio parere giudicare la desiderabilità di questi interventi secondo tre criteri: l’impatto sulla domanda e sull’occupazione in dipendenza anche dello stato di crisi del settore, la efficienza economica dell’intervento (limitazione di esternalità tipicamente da risparmio energetico o stimolo all’innovazione), la quota di questi aiuti che, pur concessa in maniera non discriminatoria, ricade sul sistema produttivo nazionale. A questo proposito va precisato che, a meno di ricadere in una logica protezionistica, che tanti danni ha fatto nella Grande Depressione, quest’ultimo criterio va considerato come residuale. Scatenare derive protezionistiche non conviene a nessuno ma meno che a chiunque altro conviene ad un paese esportatore come il nostro. Fino a questo momento almeno in Europa, con la notevole eccezione degli incentivi all’innovazione concessi dalla Francia sotto il vincolo del mantenimento della produzione nazionale, le misure adottate hanno avuto un carattere non nazionalistico.

 

Per quanto riguarda gli incentivi all’acquisto/sostituzione di veicoli, si tratta di una misura adottata nei principali paesi produttori. L’incentivo proposto dal governo non si discosta dalla media europea, condiziona la concessione a parametri di riduzione delle emissioni e conserva un incentivo differenziale, a questo punto piuttosto consistente, per i motori meno inquinanti in assoluto (metano e gpl). Dati i vantaggi comparati della produzione nazionale (principalmente piccoli veicoli di bassa cilindrata con motori poco inquinanti), le misure avranno un impatto significativo sui produttori nazionali. Va però ricordato che ormai l’industria dell’auto è fortemente integrata a livello globale e l’idea che gli incentivi finiscano unicamente nelle tasche di aziende italiane è semplicemente assurda.

 

Considerazioni analoghe possono essere ripetute per i cd elettrodomestici bianchi, settore in cui la sostituzione di prodotti vetusti con prodotti ad alta efficienza potrebbe avere un senso anche se ad oggi non è chiaro come verranno accertate le condizioni per lo sconto fiscale. Più discutibile è

agganciare lo sconto alla ristrutturazione abitativa. In queste condizioni è abbastanza improbabile che l’incentivo abbia un effetto sostanziale sulla domanda a meno che si pensi che uno sconto fiscale addizionale del 20% su frigorifero e lavatrice possano convincere qualcuno a ristrutturare il proprio appartamento.

 

Per quanto riguarda gli ‘altri elettrodomestici’ (televisori e PC) ci si chiede cosa abbia indotto il governo ad includerli tra gli acquisti incentivati, in particolare i televisori. Il consumo energetico non è stata un’area in cui siano segnalati progressi significativi in questo comparto (i televisori al plasma sono notoriamente energivori). Inoltre la ricaduta sul sistema produttivo nazionale sarà presumibilmente nulla. L’opposto vale per il settore della produzione di mobili, dove la produzione nazionale è rilevante. Tuttavia in questo caso appare assente una giustificazione in termini di efficienza energetica (o più in generale di efficienza). Va tra l’altro ribadito che l’impatto presumibile di queste misure sarà limitato dal fatto che l’incentivo è agganciato alla ristrutturazione dell’immobile. E’ probabile quindi che si traduca in un inaspettato regalo per chi deve ristrutturare l’abitazione senza generare un significativo aumento della domanda.

 

D’altro canto appare significativo il comma 3 dell’articolo 2 che prevede la stipula con i produttori dei beni incentivati di Protocolli di intenti intesi primariamente a garantire la salvaguardia dei livelli occupazionali attraverso moral suasion. Anche se in questo momento ogni misura può essere utile, appare difficile ipotizzare che i protocolli possano sostituire anche parzialmente la impellente necessità di predisporre un quadro più adeguato di ammortizzatori sociali.

 

Nel complesso appare difficile che queste misure, con la possibile eccezione dell’automotive, abbiano un impatto significativo sulla domanda. L’agganciamento dei vari sconti alla ristrutturazione comporta peraltro anche una quantità di oneri amministrativi non banali a carico dei cittadini e dell’amministrazione. Rimane la percezione di una nostra limitata capacità di far fronte alla crisi con interventi consistenti. Chi attribuisce colpe agli economisti per non aver ‘avvistato’ la crisi in tempo (una esagerazione, bastava leggere Krugman, Stiglitz o Roubini, invece di nomi minori che facevano comodo) può ora rimpiangere di non aver ascoltato quando unanimemente la categoria chiedeva la riduzione del debito pubblico in tempi migliori.

  Commenti (1)
Scritto da Bruce Springsteen, il 20-02-2009 10:28
Concordo pienamente sull'efficacia degli incentivi all'automotive sia per i motivi di simmetria con gli altri paesi europei sia perché rappresenta uno dei pochi settori in grado di attivare una produzione quantitativamente rilevante e diffusa in altri comparti a monte e a valle dell’auto. Credo, inoltre, che la parte relativa alle ristrutturazioni abitative compresi gli incentivi a elettrodomestici e mobili poteva essere più opportunamente esclusa perché molto costosa e dall’efficacia molto dubbia. Si poteva forse con maggiore coraggio finanziare progetti innovativi sotto il profilo tecnologico nell’ambito di “Industria 2015”.

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