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ALCUNE CONSIDERAZIONI IN TEMA DI QUOZIENTE FAMIGLIARE E-mail
Famiglia
di Chiara Saraceno
06 febbraio 2009

quoziente_famigliare_saraceno.jpgLa questione di come tener conto dei costi di fare famiglia nei sistemi redistributivi è di grande rilievo. Visto dal lato delle imposte, essa appare innanzitutto come una questione di equità orizzontale: a parità di reddito sembra equo considerare quante sono le persone che ne devono fruire, perciò variare l’imposta a seconda del numero dei familiari a carico. Visto dal lato dei trasferimenti diretti, si presenta piuttosto come la questione se, e in che misura, "fare famiglia", in particolare avere dei figli e crescerli, sia una decisione il cui costo va sostenuto esclusivamente da chi la prende o se viceversa , essendo una decisione che contribuisce anche al bene comune, il suo costo va in qualche misura condiviso a livello di bilancio pubblico.

 

So bene che tecnicamente trasferimenti diretti e detrazioni fiscali comunque operate costituiscono entrambi forme di trasferimenti, le seconde sotto forma di mancato esborso. Tuttavia sia a livello di argomentazione pubblica che a livello di senso comune le due argomentazioni si presentano in qualche modo distinte. Perciò è bene esplicitarle.

E’ noto che nel nostro paese la questione dei costi di fare famiglia, in particolare dei costi dei figli, è relativamente marginale nelle politiche dei trasferimenti, sia diretti che nel sistema fiscale (anche se negli ultimi anni c’è stata una predilizione per il secondo strumento). Una larga quota di famiglie non ha diritto all’assegno al nucleo familiare o ne ha diritto per importi risibili, e una altrettanto ampia quota (anche se esistono solo stime) non fruisce in tutto o in parte delle detrazioni o deduzioni fiscali per questioni di incapienza. A fronte di questa situazione, periodicamente viene avanzata la proposta di introdurre il quoziente familiare nel nostro sistema di tassazione attualmente basato sul principio di tassazione individuale, con la possibilità di detrazioni o deduzioni legate alla presenza di famigliari a carico. Il quoziente familiare, oltre ad essere un cavallo di battaglia di molte associazioni famigliari cattoliche e di parlamentari cattolici di tutti gli schieramenti, era anche nel programma elettorale del Centro-destra, anche se è successivamente sparito tra le priorità del governo. Da ultimo, in diverse occasioni, è stato richiesto anche dalla Conferenza episcopale italiana.

Non vi è dubbio che si tratta di una proposta a prima vista attraente per i bilanci familiari, anche se costosa sul piano del gettito fiscale ( il che spiega perché quando vanno al governo i sostenitori del quoziente diventano immediatamente timidi). A differenza dello splitting tedesco che tiene conto della sola coppia (coniugata), mentre per i figli prevede generosi assegni o altrettanto generose detrazioni fiscali, a seconda di che cosa è più conveniente per il contribuente, il quoziente familiare alla francese prevede che il reddito complessivo della unità familiare venga diviso secondo dei coefficienti (una scala di equivalenza, in cui i primi due adulti contano 1 per ciascuno e i figli via via coefficienti inferiori), applicando l’imposta a valle di questa operazione. Nel caso di redditi famigliari modesti e famiglie numerose l’imposta può essere pari a zero (ma non è risolta, per quanto io sappia, la questione dell’incapienza). Come nel caso dello splitting tedesco, il meccanismo, a parità di reddito complessivo, produce tanto più risparmio di imposta per l’unità familiare quanto più alto è lo squilibrio dei redditi percepiti da ciascun partner e massimo quando il reddito è percepito da uno solo dei due. Se è vero, quindi, che tiene conto sia del reddito complessivo che del numero complessivo di consumatori famigliari, dà un premio alle famiglie monoreddito o a un reddito e mezzo. Viceversa di fatto non riconosce che guadagnare lo stesso reddito complessivo in due, anziché in uno solo, costa di più. Soprattutto, questo premio implicito costituisce un potente scoraggiamento della partecipazione al mercato del lavoro delle donne, in particolare quando queste sono a bassa qualifica o per qualche ragione, incluso il carico di lavoro familiare, hanno possibilità ridotte nel mercato del lavoro. Qualcuno potrebbe dire che va bene così, che il quoziente familiare tiene appunto conto di queste costrizioni e cerca di compensarle. Ma, a parte il fatto che lo fa parzialmente a spese delle famiglie in cui viceversa lavorano in due, è una compensazione a doppio taglio. Nel momento in cui per qualche motivo – morte di un coniuge, divorzio – la coppia cessa, a farne le spese è soprattutto chi ha rinunciato ad una occupazione remunerata, o si è accontentata di lavoretti, magari in nero, o part-time. Pur avendo concorso ad abbassare l’imponibile del marito, oltre ad occuparsi di lui e dei figli comuni, le rimane in mano poco o nulla. Uno dei motivi per cui anni fa l’Unione Europea approvò una raccomandazione perché in tutti i paesi si arrivasse ad un modello di tassazione su basi individuali e non famigliari era proprio il fatto che la tassazione su base familiare, e ancor di più di coppia, non è affatto neutrale rispetto alle scelte di lavoro e di vita (incluso se sposarsi o convivere) delle persone, con conseguenze largamente asimmetriche per i due sessi.

A ciò si aggiunga che, come ha osservato Paladini su questo stesso sito il 15 ottobre, l’introduzione del quoziente familiare produrrebbe una redistribuzione a favore delle famiglie non solo asimmetriche dal punto di vista dei redditi dei coniugi, ma complessivamente più benestanti. Avrebbe viceversa un effetto di riduzione dei trasferimenti per le famiglie numerose a reddito basso che attualmente godono sia delle detrazione per i figli a carico che dell’assegno al nucleo familiare. L’introduzione del quoziente familiare, infatti, nella modalità proposta per l’Italia, comporterebbe l’eliminazione non solo, come è ovvio, delle detrazioni per i famigliari carico, ma anche dei trasferimenti diretti, a partire dagli assegni al nucleo familiare. Come scrive Paladini, "per evitare le perdite in basso sarebbe necessario introdurre clausole di salvaguardia, mantenere, almeno in parte le detrazioni, attenuare in vario modo gli effetti del quoziente, insomma perdere svariati miliardi di gettito e creare un pasticcio fiscale difficilmente controllabile."

Ciò non significa che non si debba affrontare la questione del costo di fare famiglia e in particolare dei figli. La maggior parte dei paesi che adotta un sistema di tassazione individuale ricorre vuoi a trasferimenti diretti, di solito universalistici, vuoi a deduzioni o detrazioni fiscali, vuoi ad una combinazione dei due. La stessa Francia integra il quoziente familiare con un generoso sistema di assegni universalistici per i figli, ancorché solo a partire dal secondo figlio. Il problema dell’Italia non sta nel sistema di tassazione, ma nel fatto che, come ricordavo sopra, ha un sistema di trasferimenti diretti con una platea limitata, cui si aggiunge un sistema di trasferimenti fiscali non tanto o solo inadeguati in sé (anzi, secondo taluni sono relativamente generosi, si veda l’articolo di De Vincenti e Paladini del 4 dicembre), ma senza un parallelo meccanismo di imposta negativa. Una quota di famiglie con figli – spesso le più povere – sono escluse sia dall’uno che dall’altro trasferimento (e ora anche dalla social card). Inoltre, a seconda del tipo di trasferimento (fiscale piuttosto che diretto, o come quota di costo di un servizio ) si utilizza il criterio del reddito individuale piuttosto che familiare. Ed anche quando si usa il criterio del reddito famigliare a seconda della misura (assegni familiari piuttosto che quota di costo esente nei servizi) si utilizzano sia definizioni di reddito, che scale di equivalenza, diverse. Ciò produce scarsa trasparenza ed anche iniquità. Sarò una inguaribile universalista individualista, come diceva il mio amico Gorrieri, ma continuo a ritenere che un sistema di assegni universalistici per sostenere il costo dei figli, unitamente ad una offerta adeguata di servizi, alla fine costituisca lo strumento non solo amministrativamente più parsimonioso, ma più trasparente ed equo di ogni forma di ingegneria fiscale.

P.S. Ultimamente un esponente della Conferenza episcopale italiana ha ripreso un vecchio, ancorché contestatissimo, cavallo di battaglia di parte della tradizione femminista: il salario al lavoro domestico. Lasciando da parte la questione del perché mai il lavoro domestico debba essere un destino esclusivamente femminile, una proposta del genere solleva alcune questioni non marginali. Quale è il lavoro, e fatto per chi, di cui la collettività dovrebbe accollarsi il costo? In parte si accolla già il costo del lavoro di cura verso i bambini piccoli – tramite i congedi remunerati e i servizi – e in minor misura verso le persone non autosufficienti – con i servizi e l’indennità di accompagnamento. Qui, e perfezionando questi strumenti, ci sarebbe molto spazio per un aumento del costo a carico della collettività. Ma perché dovrebbe essere a carico della collettività il lavoro domestico svolto a favore di marito (o moglie) e figli grandi? E chi non ha una moglie avrà diritto ad una colf a carico della collettività? E chi è sia occupata nel mercato del lavoro che impegnata nel lavoro domestico (e di cura) avrà diritto al salario apposito?

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