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DAL "RICONISCIMENTO" AL "MISCONOSCIMENTO" DEL LAVORO DI CURA: IL SALARIO ALLE CASALINGHE E-mail
Welfare
di Paola Di Nicola
06 febbraio 2009

casalinga_dinicola.jpgNei momenti di crisi, quando le politiche sociali per la famiglia fanno fatica a decollare, la richiesta di introdurre un salario per le casalinghe, pur rimanendo nell’ambito di una politica essenzialmente assistenziale, sembra la classica "quadratura del cerchio". Con un’unica abile mossa, si sostiene il reddito delle famiglie più povere, si abbassa l’offerta di lavoro femminile, riducendo la competizione tra i sessi rispetto ad una risorsa - il lavoro – sempre più scarsa e si reintroduce e/o si rafforza la complementarità - dipendenza all’interno della relazione coniugale, a tutto vantaggio della stabilità familiare.


E’ una richiesta probabilmente avanzata con la chiara consapevolezza di muoversi su un terreno strettamente assistenziale e quindi transitorio, ma che testimonia di quanto sia forte la deriva mercantilista e quanto sia arretrata la riflessione sul lavoro di cura e sulla condivisione. E’ una richiesta che, qualora fosse accolta, segnerebbe un netto arretramento sul versante delle politiche di conciliazione e delle pari opportunità, oltre che ovviamente sul versante dei diritti di cittadinanza delle donne. La consapevolezza che molto probabilmente tale richiesta non sarà accolta, non rende meno problematico il fatto che ogni tanto, a fasi alterne e a seconda delle diverse congiunture, la mercificazione del lavoro di cura è una tentazione a cui qualcuno - e a volte qualcuna - cede.

La richiesta, nella sua semplicità e linearità – perché non riconoscere ad una moglie-madre un compenso per un lavoro che solitamente è retribuito quando è svolto da una estranea? – si regge su forti ed implicite semplificazioni ed ha ricadute molto rilevanti sulle relazioni di genere e sulla cittadinanza.

La proposta si regge su una prima riduzione: il lavoro di cura viene scomposto in due tronconi, regolati da "codici" di comportamento diversi e contrapposti. La dimensione affettivo-espressivo-relazionale della cura come tensione-preoccupazione-attenzione e la dimensione strumentale strettamente connessa alla sfera della riproduzione in senso stretto (lavare, pulire, stirare, fare la spesa, cucinare, portare e prendere i bambini da scuola, ecc.). La prima regolata dal codice del "dono", la seconda da quello del denaro. Da una parte si ha una relazione che si regge sul circuito del dare-ricevere-ricambiare e che crea legami interpersonali e intergenerazionali (si pensi al debito intergenerazionale che è alla base della solidarietà tra generazioni; ma anche al legame affettivo, sessuale, solidaristico nella coppia), dall’altra si ha una relazione che si regge sullo scambio di equivalenti, mediati dal denaro, che annulla i legami, sostituendo alla reciprocità, una relazione contrattuale. Con tale riduzione si chiede a uomini, donne, bambini, adolescenti, anziani di sapere abilmente destreggiarsi tra un codice e l’altro, modulando il sistema delle aspettative a seconda del registro che si sta aprendo. E poiché il registro contrattuale è indubbiamente il più facile da comprendere e maneggiare (proprio perché non crea dipendenza e pastoie affettivo-relazionali) con la mercificazione della relazione di cura il "calcolo inespresso dei costi" penetrerà completamente in una sfera di vita che sino ad oggi ne era stata parzialmente estranea.

La mercificazione del lavoro casalingo, inoltre, mette in mora e vanifica tutto il pensiero della differenza che proprio a partire dalla relazione di cura, come esperienza esistenziale che accomuna uomini e donne (perché tutti siamo stati e siamo anche oggetto di cura), aveva riscattato il lavoro casalingo da qualsiasi riduzionismo economico e ne aveva fatto terreno di incontro per un nuovo patto – condivisione e reciproco apprendimento - tra i sessi. E le politiche di conciliazione si collocano nell’alveo di una riflessione che vuole superare la tradizionale divisione sessuale del lavoro, in un’ottica di condivisione e compartecipazione che vede uomini e donne sullo stesso piano (delle competenze e delle capacità) proprio sul fronte del lavoro casalingo.

La proposta del salario alle casalinghe, infine, ripropone per le donne – o almeno per le donne non occupate – una cittadinanza vicaria, derivata. La forma di tutela della donna che passa attraverso il salario percepito in quanto casalinga, è strettamente legata non alla sua condizione di cittadina, ma al suo essere moglie e/o madre. Ruoli acquisiti che non coprono tutta la biografia di vita di una donna, ma che, soprattutto, restringono l’ambito delle sue tutele al contesto familiare-domestico: all’inclusione su base universalistica si sostituisce un particolarismo che lega strettamente i destini di una donna a quelli del marito e delle sue vicende familiari.

In tempi di "lotte per il riconoscimento" (della pari dignità di tutti i soggetti, indipendentemente dalle caratteristiche di sesso, età, condizioni di salute, razza, etnia, religione, ecc.), alla base della richiesta di riconoscimento del lavoro casalingo vi è, in realtà, un sostanziale "misconoscimento", se non un velato disprezzo per chi di questo lavoro continua a farsene carico.

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