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L’ACCORDO SEPARATO DEL 22 GENNAIO 2009 TRA PROBLEMI APERTI E OBIETTIVI MANCATI E-mail
Relazioni industriali
di Luisa Corazza
30 gennaio 2009

sacconi_corazza.jpgIl 22 gennaio è stato firmato l’Accordo che dovrebbe costituire il nuovo quadro di riferimento per il sistema della contrattazione collettiva, secondo uno schema unico a tutti i settori, compreso quello pubblico. Tuttavia, dato che la CGIL non ha firmato il documento, non è difficile pensare che senza la condivisione del primo sindacato italiano l’accordo resterà in molti settori lettera morta, aprendo una fase di grande incertezza e conflittualità nelle relazioni industriali, che non può che nuocere ad un paese alle soglie della recessione.

 

Per capire quali siano gli spazi di ricomposizione della frattura generatasi sul fronte sindacale è necessario inquadrare i tratti problematici della riforma. L’accordo persegue un obiettivo che da tempo sembra condiviso dalle parti sindacali (v. il documento CGIL, CISL e UIL del maggio 2008), ovvero l’ancoraggio della dinamica salariale alla produttività aziendale. E’ inevitabile che al raggiungimento di questo obiettivo consegua una contrazione della parte di retribuzione contrattata in sede nazionale, contrazione che dovrebbe risultare compensata dall’espansione della parte del salario negoziata in sede decentrata. Il punto è capire se la disciplina tratteggiata dall’accordo è in grado di evitare che il rafforzamento del nesso salario-produttività si traduca di fatto in una progressiva moderazione salariale, tendendo conto di due dati ineludibili: a) le dinamiche dell’inflazione non sono più governabili in sede esclusivamente nazionale, ma richiedono un confronto con le politiche monetarie europee; b) nel tessuto industriale italiano prevalgono imprese di dimensioni piccole o medie, prive allo stato di contrattazione aziendale.

Quanto al punto (a), per evitare la perdita del potere di acquisto dei salari, archiviato definitivamente il meccanismo del ’93 che faceva leva sull’inflazione programmata, l’accordo propone di adottare un indice previsionale, elaborato da un soggetto terzo sulla base di parametri europei (IPCA) al netto dei costi dei beni energetici.

Numerose sono le problematiche non risolte da questa formula. Anzitutto, nel silenzio dell’Accordo, resta aperta la questione del soggetto cui affidare questo delicato compito, nonché quella delle caratteristiche di imparzialità che questo soggetto deve possedere rispetto agli interessi in campo. Altra questione aperta è quella della base di computo del valore retributivo cui applicare l’indice in questione, rispetto al quale l’accordo rinvia alle singole intese di settore. L’impatto sulle retribuzioni che può conseguire ad una determinazione differenziata nei diversi settori produttivi è di non poco conto, soprattutto se si tiene in considerazione che dalla base di computo individuata dipenderà in modo sostanziale la capacità del salario di conservare il suo potere d’acquisto: tutto ciò stempera i benefici di un modello unico per tutti i settori dell’economia (si pensi, ad esempio, alla difficile operatività di questo indice nel settore pubblico, vincolato a parametri fissati annualmente dalla legge finanziaria).

In merito al punto (b), secondo l’Accordo il recupero del salario perso in sede nazionale dovrebbe avvenire sul versante decentrato. L’Accordo tiene conto dell’eventualità che l’impresa sia priva di contrattazione aziendale: anche in questo caso la soluzione del problema – considerata, peraltro, non necessaria ma meramente eventuale - è rinviata ai singoli settori e ai contratti nazionali che potranno prevedere un elemento di garanzia retributiva (sulla falsariga dell’elemento di perequazione già collaudato nel settore metalmeccanico). Ma la spinta al decentramento dovrebbe provenire, oltre che dalla possibilità di derogare al contratto nazionale sia per la materia retributiva che per quella normativa, soprattutto dagli impegni assunti dal governo in termini di incentivazione fiscale degli obiettivi di produttività.

Anche su questo versante non mancano le questioni ancora aperte. Oltre alla nota questione relativa agli indicatori che dovrebbero costituire il punto di riferimento di questo elemento di garanzia retributiva (la produttività dell’impresa o quella del settore?), sulla quale l’Accordo non offre alcuna indicazione, resta aperto il problema di come potrà intervenire l’incentivo fiscale nel settore pubblico, considerati i vincoli di bilancio cui devono uniformarsi le amministrazioni decentrate. Peraltro, l’incentivazione fiscale coinvolge un terzo soggetto - il cittadino contribuente - nella partita della determinazione del salario, il che assegna una rilevanza generale ai metodi di ripartizione delle voci retributive tra quelle negoziate in sede nazionale – non detassabili – e quelle concordate in sede aziendale – che, godendo degli sgravi, rischieranno di essere "gonfiate" impropriamente, senza che ciò comporti di per sé un aumento delle retribuzioni -.

Dietro le quinte di questi due snodi, centrali per comprendere gli effetti di questo modello sulla concreta dinamica salariale, si intravvedono, poi, le ombre di un tema - quello delle regole della rappresentanza sindacale - che secondo molti potrebbe offrire l’occasione per un ritorno al dialogo con la CGIL, visto che l’Accordo fissa un appuntamento a tre mesi per un’intesa in materia. Più che previsioni, è possibile allo stato esprimere auspici. Certo un’inversione logica dei due processi (riforma della contrattazione/riforma delle regole della rappresentanza) oltre a dar luogo ad un percorso meno contorto, avrebbe avuto il pregio di togliere fiato a presunte o reali speculazioni sui dissensi interni al fronte sindacale.

Un’ultima notazione riguarda il tema dell’innovazione, centrale al rilancio della competitività delle nostre imprese nel nuovo scenario globale. Alcuni hanno criticato l’assenza, tra gli obiettivi esplicitati dall’accordo (lo "sviluppo economico, la crescita occupazionale fondata sull’aumento della produttività, l’efficiente dinamica retributiva e il miglioramento dei prodotti e servizi resi dalle pubbliche amministrazioni"), di un riferimento alla necessità di ripristinare il potere d’acquisto dei salari (v. Roccella, Il Manifesto, 25 gennaio 2009). Ma forse l’assenza che più si fa sentire riguarda il riferimento all’obiettivo dell’innovazione e la ricerca di tecniche di incentivo all’investimento tecnologico (v. Ciccarone e Saltari, http://www.nelmerito.com, 9 ottobre 2008). Non è detto, infatti, che il rilancio dell’innovazione possa conseguire automaticamente all’espansione dello spazio di intervento della contrattazione collettiva aziendale (per questa prospettiva v. invece Ichino, http://www.pietroichino.it, 26 gennaio 2009).

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