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L’ECONOMIA MONDIALE MULTIPOLARE E I PAESI EMERGENTI* E-mail
Internazionali
di Paolo Guerrieri
19 dicembre 2008
cina.jpgDopo aver pienamente approfittato negli ultimi cinque anni della lunga fase di crescita dell’economia mondiale, le economie dei mercati emergenti sono oggi di fronte a quella che si profila come la peggiore recessione da decenni negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone.
*Articolo pubblicato anche su AffarInternazionali.it


È una sfida davvero impegnativa che viene combattuta contemporaneamente su più fronti - i mercati finanziari, valutari e commerciali - che rappresentano i molteplici canali attraverso cui la grave crisi che ha investito l’economia globale si sta trasmettendo alle economie intermedie.

L’impatto sarà forte, ma comunque fortemente differenziato a seconda delle condizioni macroeconomiche e strutturali delle diverse aree e paesi emergenti. Va aggiunto che la crisi, per quanto grave, non rimetterà in discussione nel più lungo periodo il nuovo ruolo assunto da nuove aree e paesi - quali la Cina l’India il Brasile - in quella che si è andata configurando più di recente come una economia mondiale multipolare. Anzi, per certi versi lo consoliderà ed accelererà.

In questa prospettiva, il rilancio della competitività internazionale delle imprese e dell’insieme del sistema produttivo italiano dipenderà fortemente nei prossimi anni dalla capacità di presenza in queste nuove aree e mercati di consumo a forte crescita.

Sono queste in estrema sintesi le principali indicazioni che emergono dal XII Rapporto del Laboratorio di Economia Politica Internazionale dell’Istituto Affari Internazionali (Global Outlook IAI 2008) presentato il 9 dicembre a Roma, e che analizza le grandi tendenze geo-economiche a livello internazionale e la politica economica estera dell’Italia, con un approccio disaggregato; ovvero partendo da aree-paesi e/o temi, per ricostruire, attraverso questi casi studio, le evoluzioni di imprese-mercati e le esigenze di strumenti-politiche d’intervento.

I paesi che rischiano di più
È in qualche modo scontato che la grave crisi economica e finanziaria in corso finirà per penalizzare severamente la capacità di crescita delle aree e paesi emergenti nel loro complesso più che dimezzandone il prossimo anno le dinamiche di espansione degli ultimi anni. Gli effetti tuttavia saranno fortemente differenziati tra le diverse aree e paesi come riflesso di evoluzioni e condizioni di base che li hanno diversamente caratterizzati in questi anni, in termini di saldi delle bilance correnti, indebitamento estero, disavanzi dei bilanci pubblici, diversificazione produttiva. Così, mentre alcune economie dei paesi emergenti si trovano oggi nella posizione di poter fronteggiare una fase di rallentamento globale e di maggiore volatilità dei mercati finanziari ve ne sono molte altre - assai più fragili - che rischiano nei prossimi mesi di sprofondare in una grave crisi reale e finanziaria. Per loro, la carta di una politica domestica di stimolo fiscale è preclusa da una limitata capacità di indebitamento sia sul fronte esterno che su quello del mercato interno. Per cercare di sostenerne la capacità di spesa e quindi la crescita non c’è così altra soluzione se non quella di far affluire a tali paesi un consistente ammontare di liquidità internazionale, utilizzando ad esempio i canali, adeguatamente rifinanziati, del Fondo monetario internazionale. Sarebbe un atto di lungimiranza perché andrebbe a vantaggio di tutti contribuendo a contenere la caduta in corso della domanda e della produzione a livello mondiale.

Il modello di Governance condizionerà la crescita mondiale
Nel Rapporto IAI si cerca anche di valutare quali saranno nel lungo periodo le ripercussioni della grave crisi in corso sui processi di integrazione economica internazionale. La previsione centrale è che si consolidi a medio termine - come si è detto - un assetto multipolare dell’economia mondiale, come risultato del recente sviluppo di nuovi attori con un peso condizionante per il sistema internazionale, Cina e India in primo luogo.

La crescita mondiale dovrà così necessariamente basarsi su più motori e dipenderà – assai più che in passato - dal modello di "governance globale" (economica e di sicurezza) che caratterizzerà le relazioni tra le maggiori aree e paesi. In alcune simulazioni effettuate emerge, ad esempio, come in uno scenario di rinnovate regole e istituzioni a carattere multilaterale la crescita dell’economia mondiale potrebbe tornare nel prossimo decennio su ritmi mediamente in linea col passato (3,5-3,7% all’anno) mentre rallenterebbe sensibilmente (2,0-2,2% all’anno) in un contesto internazionale caratterizzato da tensioni protezionistiche e da rapporti più conflittuali fra poli vecchi e nuovi del sistema internazionale. Tutto ciò sottolinea l’estrema importanza del negoziato G-20 sulle nuove regole globali che si è aperto a Washington il mese scorso.

L’internazionalizzazione dell’economia italiana: qualche passo avanti ma ritardi ancora da colmare
Un’implicazione forte che deriva dal Rapporto dello IAI per le imprese e il sistema produttivo italiano è che i processi di internazionalizzazione continueranno a giocare un ruolo di primaria importanza ai fini della capacità di competere nel nuovo sistema multipolare. I processi di internazionalizzazione comprenderanno sempre più tutte quelle forme di «integrazione profonda» tra il nostro sistema-paese ed altri territori, che nascono sia dalla capacità delle nostre imprese di radicarsi su altri mercati tramite investimenti all’estero e accordi non meramente commerciali (la cosiddetta internazionalizzazione attiva); sia dalla valorizzazione del territorio attraverso l’attrazione di flussi di investimenti diretti e di localizzazioni dall’estero (la cosiddetta internazionalizzazione passiva).

In questa prospettiva, alcuni primi risultati sono stati conseguiti nel periodo più recente. Soprattutto nell’ultima fase di ripresa si è avuto un deciso rafforzamento della presenza delle imprese italiane sui mercati internazionali: non soltanto attraverso le esportazioni, ma anche con attività distributive e produttive realizzate tramite investimenti diretti o accordi di collaborazione con imprese straniere.

In primo luogo, nell’Unione europea, che rimane la principale area di destinazione delle partecipazione italiane in imprese estere, e nell’Est Europa e, più di recente, anche in aree lontane quali l’Asia, in particolare la Cina. Se fino a dieci anni fa l’espansione all’estero dell’attività produttiva riguardava in prevalenza i grandi gruppi industriali italiani, negli ultimi anni si è verificato con intensità crescente uno sviluppo dei processi di internazionalizzazione produttiva anche da parte delle imprese di piccola e media dimensione. Secondo una recente indagine dell’Istat, circa il 20,1 per cento delle imprese manifatturiere con almeno 50 addetti ha avviato processi di internazionalizzazione nel periodo che va dal 2001 al 2006, e la quota sale al 48,1 per cento per le imprese con almeno 250 addetti.

Una ulteriore conferma viene dal fatto che il grado di apertura della nostra economia sia rimasto in termini quantitativi tra i più bassi a livello europeo. Negli ultimi due anni la propensione all’export e il grado di penetrazione delle importazioni sono cresciuti in misura significativa. Ma guardando agli andamenti del resto d’Europa si scopre che il grado di apertura della nostra economia resta uno tra i più bassi e i suoi valori sono pressoché stazionari nell’ultimo decennio, in netta controtendenza con quanto avvenuto in altri paesi europei, soprattutto in Germania.

È una distanza che è necessario colmare anche alla luce degli scenari che caratterizzeranno con molta probabilità l’economia mondiale all’uscita della crisi in corso, e sarebbe bene cominciare a farlo da subito.

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