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LA RIFORMA DEL PROCESSO CIVILE E LA TESTIMONIANZA SCRITTA
Giustizia
di Rosario Di Legami
11 dicembre 2008

di_legami_processo_civile.jpgLa Camera dei Deputati ha approvato il Disegno di Legge n. 1441-bis, ora in sede di esame al Senato, recante "Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, nonché in materia di processo civile", che prevede rilevanti modifiche al codice di procedura civile, con l’introduzione di nuovi istituti e con la radicale modifica di istituti esistenti.

La ratio della riforma e molte delle innovazioni (come quelle in materia di competenza e di ricorso per cassazione) sono del tutto condivisibili, nell’ottica dell’accelerazione del processo, ma il disegno di legge non è esente da alcuni rilievi critici, con particolare riferimento alla cosiddetta testimonianza scritta, che verrebbe introdotta con il nuovo art. 257-bis del codice di procedura civile. La norma, nei suoi passaggi essenziali, stabilisce che il giudice, sentite le parti e tenuto conto di ogni circostanza, può disporre di assumere la deposizione chiedendo al testimone di fornire per iscritto le risposte ai quesiti sui quali deve essere interrogato. Il giudice dispone che la parte che ha chiesto di sentire il teste predisponga il modello di testimonianza e lo faccia notificare al testimone. Conseguentemente, il teste rende le proprie dichiarazioni compilando il relativo modulo e sottoscrivendo la deposizione con firma autenticata su ciascuna delle facciate del foglio di testimonianza, che spedisce in busta chiusa con plico raccomandato o consegna alla cancelleria del giudice. Il giudice, esaminate le risposte, può sempre disporre che il testimone sia chiamato a deporre davanti a lui.

Già da una prima lettura emergono forti perplessità sia sulla compatibilità costituzionale di queste norme, sia sugli effetti che esse avrebbero nel processo civile. In primo luogo, viene stravolta la natura della testimonianza, intesa quale prova "costituenda", che si forma all’interno del procedimento. Né si comprende come si possa armonizzare le nuove norme con le altre norme del codice di procedura, che disciplinano la prova per testi e che presuppongono non solo la presenza del testimone in udienza, ma anche il contraddittorio e/o i chiarimenti rispetto alle risposte fornite: l’art. 253 c.p.c., che prevede il potere del giudice di porre tutte le domande utili al teste al fine di chiarire i fatti; l’art. 254 c.p.c., che prevede il confronto tra i testimoni; l’art. 231, che garantisce la genuinità delle risposte del testimone prevedendo che quest’ultimo risponda personalmente, non potendosi egli avvalere di scritti già preparati. Tali articoli rimarranno lettera morta, a fronte del "modulo" spedito con raccomandata da parte interessata.

Eppure, quegli articoli sono garanzie importanti. La norma di fatto consente che le risposte vengano scritte non dal teste, ma da altri – si spera non gli stessi avvocati che hanno chiesto di sentire il teste a loro favore – che modulerebbero le risposte in relazione all’andamento del contenzioso ed alle esigenze della parte in causa. Non bisogna difatti dimenticare che testimoni possono anche essere il coniuge, i parenti ed i familiari della parte, i quali potrebbero redigere il modulo della testimonianza rispondendo alle domande indicate nei capitolati in maniera più "favorevole possibile", a scapito della effettiva genuinità, con la sicurezza di non essere messi in difficoltà o smentiti in udienza.

Queste critiche, si potrebbe dire, sono superate dalla possibilità del giudice di non disporre la testimonianza scritta e, comunque, di sentire il teste personalmente, ma ciò non è cosi scontato come potrebbe apparire. Infatti, ove il magistrato ritenesse di ascoltare il testimone dopo la redazione della sua testimonianza, verrebbe vanificato l’obiettivo di accelerare il procedimento civile, perché il processo si allungherebbe: il teste prima renderebbe la sua testimonianza scritta, poi il giudice alla successiva udienza ne valuterebbe o meno la attendibilità, veridicità e completezza ed in caso negativo lo dovrebbe citare e sentire per una altra udienza a distanza di mesi.

Ove, invece, il giudice ritenesse di acquisire la testimonianza scritta, si porrebbe una delicata questione di legittimità costituzionale rispetto all’art. 111 della Costituzione, che, se da un lato sancisce il principio della ragionevole durata del processo, dall’altro richiede che ogni processo si svolga nel contraddittorio tra le parti ed in condizioni di parità. È evidente che la testimonianza scritta lederebbe il principio del contraddittorio, non potendo la parte – contro cui la testimonianza è resa – controinterrogarlo e porre domande volte a farlo cadere in contraddizione o a ottenere dichiarazioni favorevoli.

La violazione del c.d. giusto processo sarebbe ancor più evidente nei casi in cui il contraddittorio per la formazione della prova è essenziale al fine di una compiuta visione del fatti da parte del magistrato. Si pensi alle cause in materia di lavoro, di sinistri stradali, di cause condominiali, queste ultime quasi tutte affidate al giudice di pace, che difficilmente – vista anche la relativa speditezza del giudizio – si avvarrebbero della facoltà di sentire il teste personalmente, con la conseguenza che le unilaterali dichiarazioni scritte del teste diventerebbero, in maniera del tutto inammissibile, le esclusive fonti di prova.

Sarebbe quindi auspicabile una ulteriore riflessione in merito, ad esempio ponendo dei limiti molto più stringenti all’ammissibilità dell’istruttoria testimoniale, spesso dilatoria o inutile o smentita dalle prove documentali, senza però mai rinunziare alla diretta escussione da parte del giudice o al controinterrogatorio da parte dell’altro contendente, quale presidio per un effettivo ed equilibrato giusto processo.

Un ultima annotazione. È stato affermato che, con la previsione della testimonianza scritta, si legittimerebbe una prassi oramai presente in moltissimi tribunali. Se ciò è vero, è pur vero che è compito del legislatore sanzionare – e non regolarizzare – le cattive prassi.

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