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CRISI E SOSTEGNO AI REDDITI: SI PUÒ FARE DI PIÙ E DI MEGLIO
Fisco
di Claudio De Vincenti, Ruggero Paladini
04 dicembre 2008

manovra_anticrisi_devincenti.jpgLe misure governative per il sostegno dei redditi delle famiglie hanno colpito gli osservatori per l’entità limitata (0,15 punti di Pil) e per il carattere una tantum: ambedue queste caratteristiche ne limitano l’efficacia non solo dal punto di vista dell’impatto sul reddito disponibile ma anche dal punto di vista del sostegno alla domanda aggregata nell’attuale contesto recessivo, cui pure programmaticamente sarebbero indirizzate.


Ma quei provvedimenti possono essere criticati anche per altri più specifici aspetti.
In primo luogo sul versante dell’equità.

(a) Colpisce che la semplice presenza di redditi da lavoro autonomo (partite IVA), anche di entità modestissima, costituisca causa di esclusione del contribuente e della sua famiglia dalla fruizione del bonus straordinario (art. 1). Si tratta di una evidente iniquità, dovuta a un mediocre compromesso con le categorie: gli autonomi hanno chiesto la "revisione congiunturale speciale" degli studi di settore (art. 8), i sindacati il sostegno a dipendenti e pensionati; ammesso che di una revisione congiunturale degli studi di settore ci sia bisogno, non si vede perché mai l’autonomo realmente povero non debba essere aiutato con il bonus. Anche alla luce delle misure prese con i primi provvedimenti di questo governo, siamo di fronte al tradizionale scambio praticato dal centrodestra con il mondo del lavoro autonomo: più evasione tollerata, ma esclusione dal sistema di welfare.

(b) I bonus, giustamente differenziati in funzione della numerosità del nucleo familiare, sono fruiti solo da quanti si collocano sotto le rispettive soglie di reddito familiare: basta un euro in più della soglia per esserne esclusi.

(c) A differenza dei pensionati, i lavoratori single, precari o meno che siano, sono del tutto esclusi dal bonus. Per loro, l’unico aiuto previsto è quello in sede di ammortizzatori sociali, peraltro di entità ancor più minimale e sottoposto a condizioni molto restrittive.

In secondo luogo sul versante della gestione amministrativa, che presenta complicazioni e tempi in molti casi assai incerti: l’erogazione non è automatica ma è condizionata alla presentazione della domanda da parte degli interessati con autocertificazione del reddito familiare; dopo di che, il datore di lavoro eroga il bonus nei limiti del monte ritenute e contributi del mese di febbraio 2009 seguendo l’ordine di presentazione delle domande; per i bonus non erogati perché eccedenti il monte ritenute di febbraio, gli interessati dovranno presentare domanda all’Agenzia delle Entrate entro il mese di giugno, ricevendolo a data non specificata e sempre che il fondo stanziato dal governo risulti sufficiente.

I difetti della manovra governativa segnalano a contrario ciò di cui vi sarebbe bisogno: un intervento di sostegno dei redditi personali e familiari consistente e con valore strutturale, cioè per un verso con effetti permanenti sul reddito disponibile e per altro verso con un miglioramento di equità e di razionalità del sistema italiano di imposta personale e sostegni alle famiglie. Un intervento che soddisfi questi requisiti non può, per definizione, discriminare in base alla tipologia di reddito, ossia non può che coinvolgere anche i lavoratori autonomi cominciando a prefigurare un diverso patto sociale con loro: contrasto deciso all’evasione fiscale e inclusione a pieno titolo nel sistema di welfare.

E’ chiaro che una manovra consistente di sostegno dei redditi si scontra con un problema di sostenibilità del nostro debito e di credibilità dell’autorità politica. Non è un caso che proprio gli stessi protagonisti della lievitazione del nostro debito pubblico nel quinquennio 2001-2006 sentano oggi il bisogno di riaccreditarsi nei confronti dei mercati e delle istituzioni monetarie internazionali lesinando le risorse per una manovra incisiva. Da questo punto di vista però i messaggi inviati in questi mesi dal governo al mondo degli autonomi vanno in direzione opposta, riaprendo la piaga dell’evasione, la cui riduzione aveva svolto un ruolo essenziale nel biennio del governo Prodi. Al riguardo, la prima cosa da rilevare è che una ripresa credibile della lotta all’evasione porterebbe al bilancio risorse in grado di aiutare a coprire la manovra espansiva, con effetti netti comunque positivi sulla domanda aggregata, poiché la propensione al consumo sui redditi evasi è plausibilmente molto inferiore a quella dei possibili beneficiari dell’intervento di sostegno. In secondo luogo, evidentemente il governo non è del tutto convinto degli effetti di riduzione delle spese effettivamente conseguibili con la manovra triennale dell’estate scorsa: altrimenti non si vede perché il nostro paese non possa concedersi una manovra di 1 punto di Pil come indicato dal vertice europeo, che nel quadro programmatico del DPEF implicherebbe un deficit 2011 di poco superiore all’1%, quindi ben al di sotto della soglia di allarme. Se la manovra triennale non ha l’efficacia a suo tempo dichiarata, allora si mettano in cantiere subito le politiche necessarie a ridurre credibilmente le spese nel prossimo triennio, anche sui versanti meno toccati dalla manovra estiva: per esempio l’acquisto di beni e servizi, settore che manifesta, nella componente enti decentrati, una dinamica accentuata e dove sarebbe ora di rimettere all’opera centrali di acquisto a livello nazionale e regionale con procedure trasparenti di gara a evidenza pubblica.

In questo quadro avanziamo qui una proposta di sostegno ai redditi che impegnerebbe circa 0,5 punti di Pil, lasciando così spazio anche ad altri interventi necessari, a cominciare da quello di riforma degli ammortizzatori sociali. La proposta si compone di due interventi connessi, sull’Irpef e sugli assegni al nucleo familiare (Anf):

(i) riduzione di un punto della prima aliquota Irpef, dal 23 al 22% a parità di livello iniziale delle detrazioni per tipologie di reddito; ciò implica un aumento dei minimi esenti (ad esempio, per i dipendenti a 8.365 euro);

(ii) decrescenza più dolce della detrazione da lavoro dipendente e da pensione (attraverso la sua "linearizzazione", cosa che gli autonomi già hanno), con effetti di sostegno del reddito disponibile significativi soprattutto tra i 12 e i 30 mila euro, fascia dove si colloca la grande maggioranza dei lavoratori dipendenti;

(iii) introduzione per i bambini 0-3 anni della "dote fiscale" per i figli minori in sostituzione delle detrazioni e degli anf ed estesa anche alle famiglie con redditi da lavoro autonomo (vedi proposta del Libro Bianco dell’aprile scorso su Irpef e sostegno alle famiglie), con significativi aumenti di reddito disponibile delle rispettive famiglie; graduale estensione negli anni successivi fino a sostituire detrazioni e assegni per tutti i minori fino a 18 anni.

Gli effetti di sostegno riguarderebbero tutti i contribuenti, anche gli autonomi. In misura maggiore i dipendenti e i pensionati, che godrebbero sia della riduzione di aliquota sia della "linearizzazione" della detrazione: per esempio, un dipendente senza carichi familiari guadagnerebbe 390 euro con un redito di 15.000 euro, 360 euro a 20.000, 300 euro a 30.000. Le famiglie con figli vedrebbero incrementato il sostegno attraverso la "dote": per esempio, un dipendente con moglie e un figlio a carico beneficerebbe di un incremento che si situa intorno ai 600 euro nella fascia di reddito 20-30.000. Si noti che questo incremento andrebbe ad aggiungersi al guadagno dovuto alla riduzione della prima aliquota e alla "linearizzazione" della detrazione da lavoro.

Infine, si tenga presente che, se si volesse generalizzare da subito la "dote" a tutti i minori di 18 anni, questo impegnerebbe ulteriori 0,3 punti di Pil.

In linea con gli obiettivi sopra indicati, la proposta coniuga un rilevante sostegno ai redditi dei cittadini, con effetti positivi sulla domanda aggregata, a un miglioramento di equità e di efficienza del sistema di imposta personale e sostegno alle famiglie nel nostro paese.

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