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REDDITI ONLINE: UNA QUESTIONE ANCORA APERTA*
Fisco
di Marco Pierani
04 dicembre 2008

consumatori_diritti_e_mercato_n.3.jpgMolti ricorderanno l’acceso dibattito avviatosi il 30 aprile di quest’anno dopo che l’Agenzia delle Entrate aveva reso disponibili online i redditi dichiarati da tutti i cittadini italiani nel 2006 relativi l’anno d’imposta precedente. Apriti cielo, in un crescendo di contagioso "voyeurismo fiscale" gli accessi al sito www.agenziaentrate.gov.it risultavano talmente numerosi che il server andava in crash ancor prima che, nella stessa giornata, intervenisse il Garante per la Protezione dei Dati Personali.
* Anticipazione da Consumatori, Diritti e Mercato

La questione dei redditi online avrebbe poi continuato a campeggiare sulle prime pagine di quotidiani e telegiornali per tutto il ponte del primo maggio e nei giorni successivi per poi cadere nell’oblio quando la morbosa attrattiva delle invettive e del gossip politico era venuta inesorabilmente meno, tanto che oggi probabilmente in pochi sarebbero in grado di rammentare come si è infine risolta la vicenda.

Ad avviso di chi scrive appare, invece, opportuno riaprire un dibattito serio e costruttivo sulle modifiche sostanziali da ultimo apportate al regime di pubblicità dei dati sui redditi che ne precludono ora in modo quasi assoluto la comunicazione e la diffusione, non solo online, ma anche nelle forme tradizionali precedentemente utilizzate. A tale scopo, di seguito, in un’analisi a bocce ferme e a mente fredda, cercheremo di esaminare le varie questioni sollevate dalla diffusione online dei dati sui redditi e tirare alcune conclusioni sull’operato dei due diversi Governi e del Garante per la Protezione dei Dati Personali che vi si sono trovati a confrontare.

 

Il quadro giuridico e i punti deboli della decisione del Garante

Un primo punto fermo dal quale prendere le mosse è il provvedimento del Garante del 6 maggio che, nel confermare sostanzialmente il proprio precedente intervento d’urgenza, ribadiva l’illegittimità della diffusione online dei dati personali contenuti negli elenchi dei contribuenti da parte dell’Agenzia delle Entrate e ammoniva quanti fossero entrati nel frattempo in possesso degli elenchi a non porli ulteriormente in circolazione.

Alla base della decisione del Garante stava il fatto che, ai sensi del Codice Privacy, è ammessa la comunicazione e diffusione di dati personali ancorché non sensibili da parte della Pubblica Amministrazione solo ove espressamente previsto dalla legge e che, nel caso di specie, l’art. 69 del D.P.R. 600/1973 non prevedeva, invece, tra le forme di conoscibilità degli elenchi dei redditi dei contribuenti, la diffusione online.

Un ragionamento, a detta di chi scrive, troppo formalistico e che, soprattutto, non teneva adeguatamente conto di quanto prescritto successivamente dal Codice dell’Amministrazione Digitale, D.lgs 82/2005. È vero, infatti, che l’art. 69 del D.P.R. 600/1973 si limitava ad indicare che gli elenchi dei redditi dei contribuenti "sono depositati per la durata di un anno, ai fini della consultazione da parte di chiunque, sia presso lo stesso ufficio delle imposte sia presso i Comuni interessati" ma è altrettanto vero che l’art. 1, lett. n) del Codice dell’Amministrazione Digitale stabiliva che per "dato pubblico" deve intendersi "il dato conoscibile da chiunque". Non c’è dubbio, pertanto, che, quale primo elemento, per il combinato disposto delle due citate norme i dati relativi al reddito dei cittadini italiani dovessero ritenersi dati pubblici.

Ma sono soprattutto gli articoli 2 e 12 comma 5 del Codice dell’Amministrazione Digitale, a farci ritenere che la disposizione contenuta nel sesto comma dell’art. 69 del D.P.R. 600/1973, secondo cui gli elenchi dei dati vanno depositati presso i Comuni interessati, dovesse intendersi riferita come minimo anche ai siti Internet di tali Comuni.

Il Codice dell’Amministrazione Digitale non era, infatti, intervenuto sul regime di pubblicità dei dati della Pubblica Amministrazione ma, più semplicemente, imponeva a quest’ultima con tali disposizioni di utilizzare anche le nuove tecnologie per consentire ai cittadini di accedere a dati già dichiarati pubblici dalla disciplina vigente. Non solo, dunque, rendere disponibili i dati dei redditi su Internet non poteva ritenersi illegittimo, ma, al contrario, era doveroso. E’ proprio su queste basi che, in una delle più illuminate tra le analisi giuridiche della vicenda, gli autori (Scorza – Giurdanella) auspicavano che "passata la bufera" il Garante dettasse a tutti i Comuni ed agli uffici dell'Agenzia delle Entrate sul territorio, regole e direttive per rendere accessibili online gli elenchi della discordia nel rispetto, ovviamente, della privacy. Appare opportuno aggiungere che solo ordinando di rimettere online i dati dei redditi il Garante avrebbe potuto altresì fornire una risposta concreta e risolutiva alla problematica costituita dalla presenza nei circuiti peer to peer di file relativi alle dichiarazioni dei redditi per il 2005 scaricati il 30 aprile dal sito dell’Agenzia delle Entrate sulla cui veridicità e conformità agli originali non sussisteva più alcuna garanzia.

 

La trasparenza deve prevalere sulla riservatezza, ma il diavolo sta nei dettagli

Sgombrato dunque il campo dalle polemiche e diverse interpretazioni sugli aspetti strettamente giuridici sollevate dalla diffusione dei redditi online, non si può, tuttavia, evitare di affrontare il nodo essenziale e più politico della questione. Dobbiamo allora chiederci se sia giusto ed opportuno aggiungere un ulteriore tassello, quello della trasparenza e della consapevolezza diffusa, nella lotta sacrosanta all’evasione fiscale che, per le dimensioni preoccupanti raggiunte da tempo nel nostro Paese, determina un elevato differenziale tra pressione fiscale apparente e pressione fiscale effettiva, quella sostenuta da chi effettivamente paga le tasse (Fiorillo – gallegati).

Quale prima conseguenza, ove anche vi fosse una diminuzione della pressione fiscale apparente, quella effettiva si ridurrebbe di poco, poiché una platea più piccola di cittadini deve sopportare l’effettivo onere contributivo. Il differenziale esistente tra pressione fiscale apparente e pressione fiscale effettiva, quale ulteriore conseguenza negativa, inficia di fatto e rende pressoché inutile, se non deleteria, qualsivoglia operazione di riequilibrio/redistribuzione dei redditi. Tali manovre, infatti, nelle forme tentate seppur timidamente in passato al fine di favorire i cittadini meno abbienti, proprio a causa dell’elevata evasione fiscale hanno rischiato di danneggiare, invece, ulteriormente il c.d. "ceto medio" e, in particolare, quei lavoratori dipendenti che più degli altri hanno scontato in questi ultimi anni la perdita di potere d’acquisto e che sono sostanzialmente coloro che adempiono – anche perché non potrebbero fare altrimenti - all’obbligo di "concorrere alle spese pubbliche in ragione della capacità contributiva" previsto dall’art. 53 della Costituzione, garantendo così le risorse necessarie alle casse dello Stato.

Come è già stato giustamente ricordato da altri Autori (Arena – Guerra) tale obbligo rappresenta uno snodo essenziale per la tenuta del patto sociale in uno Stato di diritto. Ecco allora che un regime di trasparenza più effettiva e reale dei dati fiscali, grazie allo straordinario veicolo di informazione consistente nell’Internet, rappresenterebbe uno strumento fondamentale per garantire attraverso un controllo diffuso che esso sia equamente ripartito tra tutti i consociati. Sebbene scontato, non sembra inutile ribadire che chi evade il fisco oltre a violare la legge lede direttamente gli interessi di tutti gli altri consociati, perciò ogni strumento utile a scardinare quell’atteggiamento miope ed illogico ma diffusissimo che consiste nella scarsa disapprovazione sociale che circonda gli evasori e ad affiancare al controllo verticale esercitato dall’Autorità statale una dimensione di controllo sociale orizzontale deve ritenersi utile e ben accetto (Salvini).

Questa è stata, d’altra parte, la linea politica rivendicata in una sorta di interpretazione autentica nelle dichiarazioni dell’allora Viceministro dell’Economia a seguito delle prime critiche dopo la diffusione online lo scorso 30 aprile dei dati dei redditi di tutti gli italiani: "si tratta di un fatto di trasparenza, di democrazia".

Bene, ma allora perché un’operazione di questo tipo, che andava ad impattare su comportamenti deprecabili ma diffusi e radicati e per la quale era normale attendersi una reazione forte, critiche e ripercussioni è stata lanciata da un Governo già ampiamente dimissionario a ridosso delle elezioni politiche, non era possibile farlo prima e meglio? Perché l’operazione non è stata anticipata da un’adeguata campagna informativa, eventualmente da una consultazione pubblica, come si è soliti fare in questi casi nei Paesi a democrazia evoluta? Perché non c’è stata una condivisione anche informale delle modalità di implementazione con il Garante della privacy? Perché si sono scelti strumenti tecnologici a tal punto rudimentali nella diffusione online dei redditi da fare addirittura balenare l’idea che si trattasse di un autogol precostituito ad arte? Come è possibile pensare di mettere online enormi file in formato txt contenenti i dati alfabetici di migliaia di persone liberamente scaricabili e modificabili? Non si conosceva l’esistenza dei circuiti p2p e il rischio che questi ponevano e pongono rispetto a dati che, seppur non sensibili, non possono e non debbono essere lasciati alla distribuzione di circuiti non ufficiali con il rischio di modifiche operate ad arte? Sarebbe stato così difficile creare una semplice interfaccia di interrogazione del database nome per nome in modo che il dato richiesto potesse apparire a video senza la creazione in automatico di alcun file?

Non riceveremo probabilmente mai risposte a tali quesiti, certo è che un’implementazione dell’operazione con modalità almeno presentabili avrebbe limitato sensibilmente le polemiche mantenendo intatti i vantaggi e i descritti aspetti positivi legati alla diffusione dei redditi online. Il diavolo sta nei dettagli, ma qui non è chiaro se vi sia finito intenzionalmente o per negligenza e sciatteria. Poco conta se i problemi riscontrati possano essere derivati a causa di contrasti interni all’allora maggioranza di governo o se il tutto voleva semplicemente limitarsi ad essere un tranello per il governo entrante, ovvero entrambe le cose insieme, non interessa in questa sede discutere di dietrologia e gossip della politica. Ciò che appare comunque ogniqualvolta sconfortante è dover constatare l’incapacità di portare a compimento nel nostro Paese in modo lineare e con responsabilità politiche riformiste nell’interesse generale dei cittadini.

 

Cala il sipario sui redditi online e offline

Al nuovo Governo e alla nuova maggioranza veniva così offerta l’opportunità di dimostrare come su un tema che aveva fatto tanto discutere coinvolgendo anche emotivamente tutta la cittadinanza avrebbe saputo fornire soluzioni stabili ed equilibrate.

Niente di tutto questo, purtroppo, con l’art. 42 del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, in un silenzio quasi totale da parte dei media, sono state apportate modifiche sostanziali al regime di pubblicità dei dati sui redditi dettato dall’art 69 del D.P.R. 600/1973 che ne precludono in modo quasi assoluto la comunicazione e la diffusione, non solo online, ma anche nelle forme tradizionali presso i comuni e gli uffici delle imposte. Tali dati, infatti, non sono più consultabili da chiunque, ma, al contrario, ne è ora solo "ammessa la visione e l'estrazione di copia nei modi e con i limiti stabiliti dalla disciplina in materia di accesso ai documenti amministrativi di cui agli articoli 22 e seguenti della legge 7 agosto 1990, n. 241", il che, fuori dal "legalese", significa che l’accesso ai dati sui redditi dei contribuenti è ora permesso solo a chi può dimostrare di essere portatore di un legittimo e diretto interesse. Con l’aggiunta del comma 6-bis all’art. 69 è stata, inoltre, introdotta una sanzione amministrativa ad hoc: da cinquemila a trentamila euro per la diffusione, totale o parziale, con qualsiasi mezzo, degli elenchi o di dati personali ivi contenuti.

Una scelta drastica, dunque, che fa pendere il necessario bilanciamento tra trasparenza e riservatezza tutto verso questo secondo lato, con buona pace dell’apporto che il controllo diffuso avrebbe invece potuto conferire alla lotta all’evasione fiscale e senza considerare che, per quanto riguarda la riservatezza di dati economici, come quelli sui redditi, lo stesso Codice privacy ha inteso assicurare una tutela meno intensa rispetto a quelli sensibili, non richiedendo il consenso del soggetto interessato (art. 24, c. 1, lett. d) per il loro trattamento.

E i redditi per l’anno d’imposta 2005 diffusi per qualche ora sul sito dell’Agenzia delle Entrate lo scorso 30 aprile e da allora liberamente accessibili da chiunque nei circuiti del peer to peer? Una piccola dimenticanza, alla quale il legislatore ovviava inserendo in sede di conversione in legge del decreto n. 112/2008 un ulteriore comma all’art. 69 del D.P.R. 600/1973 che prevede una sanatoria specifica: la consultazione dei dati relativi al periodo d’imposta 2005 "può essere effettuata anche mediante l'utilizzo delle reti di comunicazione elettronica". Una ciliegina sulla torta dell’incoerenza e approssimazione con le quali il tema è stato affrontato anche dal nuovo Governo che, non avendo contemporaneamente ordinato all’Agenzia delle Entrate e/o ai Comuni di ripubblicare tali dati sui loro siti web, affidava sostanzialmente per sempre ai circuiti peer to peer la loro diffusione, con licenza a chiunque di apporre ogni modifica di sorta, senza porsi alcun problema sulla garanzia di veridicità dei dati stessi che solo un competente organo dello Stato potrebbe e dovrebbe assicurare.

Al lordo di garanti che non garantiscono (Mantellini), di governi che non sanno o non vogliono correttamente implementare le proprie scelte di trasparenza, di altri governi che, per timore del nuovo, impongono invece l’oscurantismo, i dati dei redditi del 2005 rimarranno ad aeternum disponibili legittimamente nei circuiti peer to peer quale simbolo evidente del fatto che la strada della comprensione di come Internet potrebbe mutare in senso positivo i nostri rapporti con la Pubblica Amministrazione divenendo uno dei motori dell’innovazione del nostro Paese sia ancora tutta da percorrere.


>> articolo completo su Consumatori, Diritti e Mercato

Riferimenti bibliografici:

 

G. Arena – M.P. Guerra, Contribuenti fra trasparenza e privacy LaVoce.info
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000410.html

 

F. Fiorillo – M. Gallegati, Contribuenti ed evasori, chi come e quando LaVoce.info

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000450.html

 

M. Mantellini, Contrappunti / I redditi sul P2P ? e allora? Punto Informatico

http://punto-informatico.it/2273613/PI/Commenti/contrappunti-redditi-sul-p2p-allora.aspx

 

L. Salvini, Dichiarazioni e trasparenza nelMerito.com

http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=184&Itemid=66

 

G. Scorza – C. Giurdanella, Quei redditi devono tornare online, Punto Informatico

http://punto-informatico.it/2277893/PI/Commenti/quei-redditi-devono-tornare-online.aspx

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