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LE LUNGA CRISI DELLE FAMIGLIE ITALIANE*
Famiglia
di Fedele De Novellis
04 dicembre 2008

consumatori_diritti_e_mercato_n.3.jpgL’ondata di panico che ha travolto i mercati finanziari internazionali dalla metà di settembre ha deteriorato le prospettive anche per l’economia italiana. All’interno di un quadro offuscato a livello globale, particolarmente preoccupante è la situazione per le famiglie italiane, che non avevano sperimentato una robusta ripresa durante gli anni passati. Per l’Italia la crisi internazionale ha colpito un’economia già in difficoltà, aumentando il disorientamento delle famiglie.
* Anticipazione da Consumatori, Diritti e Mercato

Un esito di tali difficoltà è la forte debolezza dei consumi, aumentati nel periodo 2001-2007 ad un tasso pari appena allo 0.9% a fronte di una media dell’1.5% per il complesso dell’area dell’euro. Per cogliere la natura della crisi delle famiglie italiane, merita sottolineare alcuni aspetti principali.

 

Bassa dinamica del reddito....

 

In particolare, i dati ci dicono che da inizio decennio i consumi sono cresciuti poco perché è aumentato poco il reddito delle famiglie, a fronte di una sostanziale stabilità del tasso di risparmio.

Prendendo a riferimento la dinamica complessiva del reddito e dei consumi nel corso dell’intero periodo 2001-2007, si segnala come esse cumulino, pur seguendo profili leggermente differenti, la medesima crescita. Il fatto che la dinamica complessiva dei consumi sia in linea con quella del reddito è importante perché da essa si evince come la bassa crescita della spesa delle famiglie sia sostanzialmente spiegata da una tradizionale funzione del consumo. In termini più semplici, non vi sarebbe nulla di strano nei comportamenti di spesa delle famiglie, una volta considerata la bassa crescita del loro reddito. Questa tesi va in direzione opposta rispetto ad altre chiavi di lettura diffuse all’interno del dibattito corrente. Fra queste ricordiamo, ad esempio, quelle che sottolineano il peso dei fattori legati al clima di fiducia delle famiglie (sovente questo tema è sviluppato da quanti enfatizzano le questioni legate alla precarietà del mercato del lavoro), oppure quelle che segnalano la presenza di un "surplus di inflazione" non misurato nelle statistiche ufficiali soprattutto nel periodo successivo al changeover (e che avrebbe penalizzato la crescita del reddito in misura più marcata rispetto a quanto registrato nei conti economici nazionali).

 

....spiegata dalla stagnazione della produttività

 

Le ragioni della bassa crescita del reddito sono da ricondurre alla debolezza salariale, esito di una fase di prolungata stagnazione della produttività. La debolezza di fondo è stata poi acuita nel corso del 2008 dall’accelerazione dell’inflazione, che ha recepito l’ondata di rialzi sui corsi delle materie prime.

Nel grafico allegato si mostra l’andamento di un indicatore di potere d’acquisto delle retribuzioni costruito a partire dalla contabilità nazionale utilizzando le retribuzioni di fatto (il complesso cioè delle retribuzioni includendo, oltre alla base del contratto nazionale, anche tutte le componenti variabili, gli scatti di anzianità e le progressioni di carriera) e deflazionandole con il deflatore dei consumi delle famiglie (che misura la dinamica dei prezzi dei beni acquistati dai consumatori nel periodo, diversamente dal più utilizzato indice dei prezzi al consumo, che misura la dinamica dei prezzi di un dato paniere strutturato secondo la spesa dell’anno base). L’indice dei salari reali è rappresentato nel grafico allegato come numero indice fatto 100 l’anno del precedente massimo, il 1992. Come si osserva, tale indicatore negli ultimi trimestri si è posizionato intorno ad un valore pari a 103 circa. Quindi, fra il 1992 e l’inizio del 2008 sarebbe stato cumulato un incremento reale dei salari del 3%, circa lo 0,2% all’anno in media per quindici anni consecutivi. Va segnalato che la debole crescita dei salari reali espressa dal grafico è calcolata utilizzando un indicatore di retribuzione lorda. Per pervenire al potere d’acquisto del salario "netto" occorrerebbe scorporare anche la componente delle imposte dirette sul salario, la cui quota è certamente aumentata dai primi anni novanta ad oggi sicché il già magro incremento del salario reale calcolato a partire dalla retribuzione lorda si assottiglia ulteriormente se ci si riferisce ai salari dopo le tasse.

La stagnazione dei salari reali è un fenomeno preoccupante; se non si riuscirà a innalzare il trend di aumento della produttività, la crescita italiana continuerà a ristagnare, e con essa anche i salari reali.

Si può dunque proporre una prima chiave di lettura fondata in prima battuta sul fatto che il sistema economico sarebbe entrato in una fase di bassa crescita indotta dalla stagnazione della produttività, da cui consegue la scarsa dinamica dei salari reali e, dunque, dei consumi.

 

Propensione al risparmio stabile

 

Ma anche la stabilità della propensione al risparmio che ha caratterizzato il decennio in corso è una peculiarità del caso italiano all’interno di un panorama internazionale in cui molte economie hanno visto una riduzione di questa variabile.

Difatti, negli ultimi anni in molte economie avanzate le famiglie hanno tendenzialmente eroso il tasso di risparmio e incrementato il loro livello di indebitamento, sollecitate dal basso livello dei tassi d’interesse. In Italia questo tipo di fenomeni ha inciso decisamente meno. Il credito al consumo è in effetti aumentato a tassi molto elevati per diversi anni, ma a partire da una dimensione assoluta degli stock irrisoria rispetto agli altri paesi e insufficiente per condizionare gli andamenti della spesa in aggregato.

Emerge una distinzione fra i comportamenti delle famiglie italiane e quelli osservati in altri paesi. Da noi il ciclo del credito ha sollecitato essenzialmente l’aumento della domanda di abitazioni innescando, come altrove, un poderoso ciclo degli investimenti residenziali. Non si è, invece, verificato, se non in misura marginale, il fenomeno di finanziamento dei consumi attraverso l’accensione di mutui sull’immobile di proprietà, fenomeno tipico soprattutto del mondo anglosassone, e questo ha depotenziato il canale di trasmissione degli effetti ricchezza sui consumi delle famiglie. E’ possibile anche che il ricorso all’indebitamento finalizzato all’acquisto di immobili possa avere concorso a contrarre i consumi, nella misura in cui le maggiori risorse destinate all’acquisto di immobili possono avere di fato "spiazzato" la spesa per consumi, soprattutto nella fase di rialzo dei tassi d’interessere che ha condotto ad un aumento delle rate sulla quota di mutui a tasso variabile.

Il ciclo immobiliare lascia quindi in eredità anche alle famiglie italiane uno stock di debito che è aumentato rispetto alla fine degli anni novanta. Sebbene la dimensione di questo stock sia decisamente più contenuta rispetto a quanto emerso in altri paesi, esso rappresenta una eredità scomoda in considerazione dell’elevato livello del debito pubblico italiano.

 

Difficile affrontare la crisi

 

In conclusione, la fase di bassa crescita della spesa delle famiglie in atto oramai da molti anni costituisce l’esito di fattori di natura strutturale che riguardano la performance del sistema economico tout court. Non vi sarebbe evidenza di mutamenti strutturali nei comportamenti di consumo, quanto piuttosto nell’evoluzione di quelle che sono le principali variabili esplicative dell’andamento della spesa.

La particolare involuzione occorsa dalla metà del 2007 condivide peraltro tendenze in atto a livello internazionale, e riflette soprattutto i rincari dei prezzi delle materie prime; un ruolo importante è stato anche svolto dal rincaro delle rate sui mutui.

Nei prossimi mesi, nonostante il rientro delle tensioni sui mercati delle commodities, e la discesa dei tassi d’interesse, prevarranno gli effetti della recessione, con i suoi risvolti sui livelli dell’occupazione e sulla crescita salariale.

Diverse famiglie potrebbero quindi soffrire di problemi a sostenere gli standard di consumo, pur contenuti, mantenuti durante gli anni passati, in presenza di vincoli di liquidità che si sono fatti più stringenti. Gli scarsi spazi di cui gode la politica di bilancio non consentono di risolvere tali vincoli attraverso mirate scelte di politica fiscale.

>> articolo completo su Consumatori, Diritti e Mercato


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