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STRUMENTI, OBIETTIVI E ACCOUNTABILITY: COME DISCUTERE DI QUALITĄ E RIFORMA UNIVERSITARIA
di Matteo Richiardi, Alberto Zazzaro
28 novembre 2008

zazzaro_universita_messina.jpg"Per ogni problema complesso vi è una risposta semplice, nitida ... e sbagliata" (John H. Miller e Scott E. Page).

Lo sentiamo ripetere da anni che l'Università italiana e il sistema della ricerca pubblica non funzionano, e per giunta sono sull’orlo di un imminente crollo finanziario, con una spesa fuori controllo. Nepotismo, baronie, inefficienza, assenteismo, lassismo, corruzione: l'accademia italiana sembra concentrare tutti i mali del nostro paese. L'accusa è ormai considerata un dato di fatto applicabile, con scarsissimi margini di errore, a tutti gli atenei, le facoltà, i dipartimenti e i docenti.

Il recente libro di Roberto Perotti (L’Università truccata, Einaudi 2008) affonda il dito nella piaga, richiamando in particolare l'attenzione sul sistema di reclutamento, ritenuto familistico e inefficiente. I dati sul tasso di omonimia nelle università italiane, per non dire di quelli sul tasso di produttività di alcuni vincitori di concorso nei settori economici, colgono nel segno, sebbene manchino di rappresentatività statistica e di un seria comparazione nel tempo, tra paesi e tra professioni.

Sono proprio questi i due punti sui quali sembra orientarsi l’azione riformatrice del Governo: tagli alla spesa (in particolare con la legge n. 133) e revisione del meccanismo dei concorsi (con il recentissimo decreto legge n. 180).

Ma come valutare questi provvedimenti? Ci avvicineranno o ci allontaneranno dagli standard formativi e di ricerca prevalenti nei paesi sviluppati? Le risposte a questi interrogativi sono diverse e spesso opposte. Ma su quali basi sono fornite? Come faremo a dire che questi nuovi interventi (così come quelli che da oltre un decennio ci vengono inflitti) hanno avuto successo?

Un manager che proponesse una drastica cura per la sua azienda, senza fornire obiettivi misurabili e temporalmente definiti al consiglio di amministrazione sarebbe certamente licenziato. Un medico che utilizzasse uno standard unico per giudicare la salute di diciottenni e ottantenni farebbe bene a cambiare mestiere. Eppure tutto ciò sembra perfettamente normale quando si parla di Università (e di scuola).

La regola aurea del politico è non definire mai un obiettivo misurabile e verificabile, pena il rischio di dover ammettere un fallimento di fronte agli elettori; la regola aurea degli accademici è la formulazione di ipotesi precise e verificabili. Perché allora buttarsi a capofitto a discutere progetti di riforma con obiettivi vaghi, quantitativamente non definiti e non verificabili? Perché assecondare la regola aurea del politico? In particolar modo ciò vale per gli economisti che hanno saputo scrivere pagine brillanti sull’importanza della coerenza tra strumenti e obiettivi di policy, sulla non discrezionalità degli obiettivi, della diffusione delle informazioni e della verificabilità delle azioni.

Prendiamo ad esempio i tagli delle risorse. In presenza di sprechi, potrebbero rappresentare la scelta giusta, ammesso che le Università abbiano la discrezionalità per compensare le minori risorse con un loro uso più razionale, e gli incentivi per farlo. Bisognerebbe allora chiedere a gran voce che vengano esplicitati alcuni indicatori di qualità della ricerca, della formazione, dei servizi offerti agli studenti e agli studiosi (come la disponibilità di mense, alloggi residenziali, laboratori, biblioteche, banche dati), nonché di sana gestione di bilancio. Sulla base di questi indicatori si potrebbe allora verificare se da qui a 3 o 5 anni (anche questi da fissare in modo esplicito) la qualità dell’Università rimarrà grosso modo la stessa - evidenziando così una effettiva riduzione degli sprechi - oppure se peggiorerà - cosa più probabile in presenza di una riduzione di risorse senza un cambiamento nel sistema degli incentivi.

Passiamo al meccanismo di reclutamento. La scelta di affidare in parte alla sorte la composizione delle commissioni giudicatrici, aumentando il numero dei commissari eletti e lasciando a un sorteggio il compito di individuare tra questi coloro che affiancheranno il membro interno nominato dall’Università che bandisce il concorso, sembra rispondere allo sdegno suscitato dai clamorosi casi di mala-Università saliti agli onori della cronaca e all’esigenza di garantire scelte che premino il merito. Ma, ancora una volta, come faremo a dire se in questo "il caso" ha avuto successo? Quali sono gli indicatori che dovremmo considerare? Può darsi che il nuovo meccanismo riesca a ridurre il "mercato dei voti" e il fenomeno degli "scambi di favore". Ma non si può escludere che li alimenti ulteriormente (dovendo adesso ragionare non più su 4 nomi, bensì su 12), rendendo tutto più caotico e inefficiente. Inoltre, dovesse anche riuscire a far fare un passo indietro alle baronie locali, la sorte mal si concilia col principio dell’autonomia responsabile, tanto spesso invocata come passo intermedio per una sana competizione tra gli Atenei, e può giocare anche brutti scherzi. Ad esempio, il ruolo del commissario interno viene fortemente sminuito e la scelta di chi deve diventare professore nelle nostre migliori Università potrebbe essere affidata, dal cieco caso, a commissari provenienti dagli Atenei meno virtuosi che, per incapacità, malignità o per un razionale progetto di competizione, potrebbero non selezionare i candidati migliori.

Obbligare i politici, e la schiera dei ‘riformatori’ da salotto che affollano le colonne dei nostri quotidiani, a esplicitare gli obiettivi degli interventi proposti e la loro esatta quantificazione. Ciò consentirebbe, oltre che di porre la discussione della riforma universitaria su un piano concreto e pragmatico, di sfatare il mito dell’omogeneità del ‘prodotto’ offerto dall’Università. Non solo esistono e esisteranno sempre Università di serie A e di serie B, C …, ma anche i modi di operare e di declinare il concetto di ‘qualità’ possono essere differenti.

Questo significa che un obiettivo potrebbe essere di alzare l’asticella della ‘qualità’ per tutte le Università in maniera proporzionale al punto di partenza (ma già questo introdurrebbe un assennato elemento di differenziazione tra Università), ma significa anche che si potrebbe lasciare ciascuna Università libera di individuare la propria vocazione produttiva sulla base di un menù di parametri su cui, ex ante, dichiarare i propri obiettivi e, ex post, farsi valutare.

Per fare ciò occorrerebbe eliminare una volta per tutte il valore legale alla laurea e prendere davvero sul serio l’autonomia e la responsabilità degli Atenei (e all’interno di questi, delle Facoltà e dei Dipartimenti) lasciando allo Stato il compito di individuare i criteri di premialità e gli incentivi, di co-finanziare le attività degli Atenei e di controllare il loro operato.

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