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PERIFERIE DELLA GIUSTIZIA: UN DECRETO CHE TAMPONA, MA NON RISOLVE
Giustizia
di Giovanbattista Tona
28 novembre 2008

tona_ministro_giustizia.jpgCi sono uffici giudiziari nel Meridione o nelle Isole, dislocati in territori periferici, dove sono radicati gruppi criminali pericolosi e dove i magistrati restano in servizio per i limitati periodi necessari a guadagnare il trasferimento ad altra sede. Secondo l’art. 107 della Costituzione, per essere indipendenti e non condizionabili, i magistrati devono essere inamovibili; possono cioè essere trasferiti ad altra sede solo con il loro consenso o con una decisione del C.S.M. adottata per gravi motivi.

Sicchè se a Gela, Locri, Tempio Pausania mancano p.m. e giudici, non si possono disporre indiscriminati trasferimenti d’ufficio.

Il problema lo risolvevano i magistrati di prima nomina, che, alla fine del tirocinio, sceglievano il loro posto secondo l’ordine di graduatoria, tra le sedi che i colleghi più anziani avevano lasciato o non avevano richiesto. La legge di riforma dell’ordinamento giudiziario varata nel 2006 sotto il governo Prodi ha introdotto il divieto di destinazione negli uffici di Procura dei magistrati ordinari che abbiano appena terminato il tirocinio; stesso divieto fu introdotto per l’esercizio di funzioni monocratiche penali nei Tribunali. Questa norma trova ampio consenso politico. Si dice che non è opportuno per un giovane appena laureato svolgere funzioni delicate, come quella di pubblico ministero, di giudice delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare o ancora di giudice penale monocratico. Ma con la stessa riforma il concorso in magistratura è diventato di secondo grado; nessuno oggi vi può partecipare se, dopo la laurea, non ha affrontato un’altra esperienza professionale o formativa. La cosa rende sempre più improbabile che il magistrato in prima nomina sia un inesperto "ragazzino". E allora?

Le conseguenze certe di quel divieto le segnalò il C.S.M. con la risoluzione del 29 luglio 2008: nelle sedi disagiate i magistrati trasferiti non sarebbero stati rimpiazzati. Dopo un’estate cadenzata dagli allarmi per la funzionalità di quegli uffici e da intimidazioni ai magistrati che continuavano ad operarvi, è stato varato il decreto legge n. 143 del 16 settembre 2008.

Per valutare il nuovo decreto, occorre fare un passo indietro. Sono passati dieci anni dall’approvazione della legge n. 133 del 1998, che aveva inventato un appetibile beneficio per chi si impegnava a restare per quattro o cinque anni in una sede disagiata: il diritto di precedenza assoluta nei successivi trasferimenti. Quella legge portò qualche frutto: i giovani magistrati, anziché preoccuparsi di lasciare al più presto quelle sedi, vi rimanevano tutto il tempo necessario per maturare il diritto di precedenza; e spesso anche di più. Il vero limite di quella normativa stava negli eccessivi automatismi, che tuttavia sono stati riproposti con il recente decreto legge. Nella sua originaria versione esso riproponeva una definizione di "sede disagiata" ancorata a criteri burocratici e formali: la percentuale di scopertura deve essere superiore alla media nazionale e nessun magistrato già in servizio altrove deve avere chiesto di lavorare in quella sede. I benefici sarebbero andati solo al magistrato che avrebbe dato la disponibilità a coprire posti rimasti vuoti, dopo ripetuti ma inutili interpelli; per gli altri magistrati che frattanto erano rimasti negli stessi uffici dai quali altri scappavano, nessun beneficio. Meccanismo strano questo. Chi stava già in un ufficio sgradito a più, se non fortemente motivato, avrebbe avuto convenienza ad andare via; chi non ci stava poteva avere convenienza ad andarci ma dopo che per un po’ di tempo si fossero consolidate delle scoperture di organico, con evidenti conseguenze negative per la funzionalità degli uffici.

In sede di conversione del decreto il Parlamento si è mostrato sensibile ad alcuni rilievi di natura tecnica formulati dai magistrati e ha corretto il meccanismo per individuare la "sede disagiata". Adesso la scopertura può essere anche solo del 20% e non è necessario attendere un interpello andato del tutto deserto; basta che almeno uno dei posti dell’ufficio giudiziario già scoperto nella misura del 20%, rimanga scoperto dopo un interpello. Si amplia la platea degli uffici giudiziari "disagiati" e più scelta avranno i magistrati che vorranno conseguire un’indennità economica aggiuntiva e qualche trascurabile beneficio di carriera. Trascurabile – lo si deve dire – perché servirà non per le valutazioni di professionali o per la progressione in carriera, ma per ottenere un successivo trasferimento in un posto analogo a quello già ricoperto.

Ma nel Meridione le sedi sono disagiate perché troppo periferiche, perché le condizioni ambientali non sono del tutto favorevoli, perché particolarmente delicati e rischiosi sono gli impegni che il lavoro giudiziario comporta. Le soluzioni che guardano alle percentuali e agli esiti degli interpelli dimenticano la necessità di definire il "disagio" con parametri obiettivi, che tengano conto dei problemi strutturali e permanenti di talune sedi, nonché dei problemi che colpiscono orizzontalmente tutti i magistrati che vi lavorano. E oggi hanno un effetto perverso in più.

Le Procure languono in tutta Italia; Brescia ha una scopertura del 43%, Alba del 50%, Tivoli del 57%. I magistrati di prima nomina non possono andarci; quelli più anziani non vogliono ingabbiarsi nelle incompatibilità regionali prescritte per i p.m. dalla riforma Mastella e preferiscono optare per le funzioni di giudice. La legge sulle sedi disagiate pensata per la Calabria potrebbe trovare applicazione per la Val Brembana. Gli incentivi opereranno solo per 100 magistrati, da spalmare dal Nord al Sud, mentre le scoperture da colmare sono incomparabilmente superiori.

Il Ministro Alfano confida che il suo decreto funzionerà; i magistrati sono scettici. Per il buon funzionamento della giustizia bisogna augurarsi che abbia ragione lui. Ma se non fosse così?

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