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IMPRESE VERDI O IMPRESE “AL VERDE”?
Ambiente ed Energia
di Stefano Schiavo, Andrea Fracasso
28 novembre 2008

fracasso_pacchetto_clima_energia_ue.jpgIndustriali e governo italiani hanno dimostrato una certa ostilità nei confronti del piano europeo sul clima e l’energia. Esso minerebbe ulteriormente la competitività delle imprese già messe in difficoltà dalla crisi economica. Tuttavia i vincoli connessi al piano possono diventare un volano per la crescita e il rinnovamento del sistema produttivo italiano. Sebbene relativamente meno toccata di altri paesi europei dalla crisi finanziaria, le prospettive economiche dell'Italia restano poco incoraggianti. L'ISTAT conferma una significativa riduzione della produzione industriale, mentre gli economisti del Fondo Monetario Internazionale (FMI) sottolineano come il potenziale di crescita italiano resti piuttosto basso.

 

In particolare, un recente lavoro del dipartimento sull'Europa del FMI evidenza come negli ultimi l'Italia abbia perso significative quote di mercato a livello globale. L'analisi mette in luce come questo fenomeno sembri essere associato alla presenza di rigidità (settoriali, tecnologiche o geografiche) nell'allocazione delle risorse, nonché alla minore crescita di produttività nei settori ad alto valore aggiunto. Che uno dei problemi dell'Italia sia legato al mancato o difficile aggiustamento della specializzazione settoriale verso i beni ad elevato contenuto tecnologico era stato già evidenziato da Faini e Sapir nel loro rapporto sul declino italiano pubblicato dal Mulino nel 20051.

 

Questa progressiva perdita di competitività, la conseguente performance negativa della nostra economia, nonché l'attuale situazione congiunturale aggravata dalla crisi finanziaria, sono i fattori latenti all'origine della reazione scomposta del governo alla direttiva europea che contiene precisi impegni in tema di tutela ambientale e riduzione delle emissioni inquinanti (la cosiddetta direttiva 20-20-20: si veda in proposito l'intervento di Annalisa D'Orazio del 30 ottobre).

Noi riteniamo che la crisi, allentando temporaneamente le tensioni sui mercati delle materie prime e dell'energia, richieda una riflessione di lungo periodo e costituisca un'occasione per compiere dei progressi in tema ambientale ed energetico. L’Italia non sarebbe la sola a farli. In questa stessa direzione si muovono per esempio le dichiarazioni del neo-eletto presidente degli Stati Uniti, che ha promesso 5 milioni di posti di lavoro nell'energia pulita e una riduzione della dipendenza del petrolio. Anche le imprese si stanno muovendo. Un cartello di 55 multinazionali (3C Initiative: Combat Climate Change) ha recentemente sottoscritto un appello delle Nazioni Unite per rinnovare e rafforzare il Protocollo di Kyoto. I grandi gruppi industriali che fanno parte dell'iniziativa (General Electric, Siemens, Volvo, Hewlett Packard,...) non sono certo mossi da intenti filantropici: hanno semplicemente capito che la tutela del clima rappresenta un enorme business nel quale investire per essere leader. I paesi in via di sviluppo non stanno a guardare: contrariamente a quanto si pensa, dei 220 milioni di metri quadrati di pannelli solari installati nel mondo nel 2007, 120 sono stati messi in Cina. E parte del piano di rilancio proposto dal governo cinese domenica 9 novembre interessa proprio ambiente ed energia.

 

Questo evidenzia l'isolamento degli industriali e del governo italiano che chiedono con forza delle modifiche alla direttiva europea 20-20-20.

L'avversione alla direttiva viene giustificata dal fatto che le imprese italiane si trovano a dover competere con aziende che operano in paesi in cui l'attenzione all'ambiente è molto scarsa: "le imprese cinesi rispettano forse le direttive sulla tutela ambientale?" si sente chiedere. Quindi le nostre per competere non devono essere appesantite da fardelli inutili.

L’intervento pubblico può certamente aiutare le imprese a sostenere e dilazionare i costi legati all’adeguamento ai nuovi standard, ma l’opposizione al piano europeo soffre di scarsa lungimiranza. In primis, la riduzione delle emissioni e del consumo energetico è inevitabile, e i costi del suo mancato conseguimento molto alti (in termini di impatto ambientale e potenziali sanzioni da parte dei partner commerciali più virtuosi). Inoltre, la struttura produttiva non può essere presa come data. La difesa di un sistema basato sulla produzione di beni a scarso contenuto tecnologico è destinata a fallire: la competizione sul prezzo (che domina i settori a basso valore aggiunto) ci vede necessariamente destinati alla sconfitta. Quello di cui il sistema produttivo italiano ha bisogno per riguadagnare le quote di mercato perdute è riqualificare la propria specializzazione verso settori in crescita e le tecnologie legate alle energie rinnovabili rappresentano quindi una ghiotta occasione da cogliere più che un fardello da evitare. Anche se è comprensibile vi sia dissenso sugli obiettivi quantitativi della direttiva e sui tempi per conseguirli, la via "verde" è oramai segnata.

 

Un vincolo esterno, in questo caso la tanto invisa direttiva, può rappresentare un modo per imporre un cambiamento a un sistema che negli ultimi decenni ha dimostrato scarsa capacità di rinnovamento strutturale.

I costi che l'Italia (e le sue imprese) dovrà sostenere per adeguarsi alla direttiva sono effettivamente del 40% più alti rispetto alla media europea, ma questo è dovuto al ritardo che il nostro paese sconta nel settore delle energie rinnovabili. Altri paesi hanno cominciato ad acquisire competenze e costruire un quadro legislativo e istituzionale di sostegno già negli anni novanta, ed ora godono i frutti della loro lungimiranza. In un recente studio pubblicato dall'Università di Berkeley si mette in luce come le politiche di efficienza energetica messe in atto nello stato americano a partire dalla fine degli anni settanta abbiano generato circa un milione mezzo di nuovi posti di lavoro, a fronte di una perdita di circa 25000 posti nel settore energetico tradizionale. Per di più, i guadagni in termini di efficienza energetica hanno permesso di evitare la costruzione di 24 nuove centrali con un risparmio di circa 100 miliardi di dollari per la collettività.

 

Questa riflessione ha una portata più ampia e si estende ad altre criticità che la crisi finanziaria ha finora oscurato. L'impatto recessivo della crisi ha ridotto la domanda globale di commodities, beni energetici e prodotti agricoli. Questi cambiamenti hanno avuto effetti controversi sui diversi paesi, secondo le loro dotazioni, il loro livello di sviluppo e le loro strutture commerciali e produttive. Questi effetti, tuttavia, sono solo di breve termine. Quale scenario si delineerà dopo che l'economia mondiale sarà uscita dalla recessione? E' plausibile pensare, almeno crediamo, che la ripresa della domanda mondiale riaccenderà i prezzi di molti beni e che si ripresenteranno tensioni per l'accaparramento delle risorse. L'analisi del World Energy Outlook 2008 mostra come il sistema energetico mondiale sia già giunto a un punto critico e che ingentissimi investimenti siano necessari per continuare a ottenere il petrolio necessario ad alimentare un sistema energetico simile a quello oggi esistente. Quindi il passaggio a fonti di energia rinnovabili non solo permette di ridurre l’impatto ambientale e di allentare le tensioni generate dalla scarsità relativa dei combustibili fossili, ma può rappresentare una vera rivoluzione socio-economica. Questo cambio di paradigma promette rendimenti crescenti nel medio periodo, e minori costi per produttori e consumatori.

 

Se questa previsione di massima è plausibile, non è allora questo il momento in cui cominciare ad agire per adeguare il sistema produttivo del nostro paese? La crisi ha senza dubbio ridotto l'accesso al credito alle imprese, ha contribuito a dilapidare parte del capitale delle aziende, e ha ridotto la domanda globale accentuando la competizione internazionale. Tuttavia la crisi ha anche reso meno stringenti quei vincoli dal lato dell’offerta che all'inizio del 2008 sembravano invece destinati a soffocare o la redditività delle imprese o il reddito reale delle famiglie (vedasi il contributo di Roberto Tamborini del 24 luglio 2008).

 

Per uscire dall'attuale situazione non si può contare solo sul mercato. La temporanea riduzione dei prezzi dei beni di cui sopra, infatti, sta riducendo gli incentivi per le imprese ad investire per migliorare l'offerta e per decarbonizzare le sorgenti energetiche. La crisi finanziaria, inoltre, sta rendendo più difficile e costoso investire. In questo contesto si apre lo spazio per un intervento finanziario e di coordinamento da parte dei governi. Ad oggi, è nostra impressione che tale intervento sia stato invocato quasi esclusivamente in termini di nuovi lavori pubblici. Seppur utili a sostenere i settori maggiormente colpiti dalla crisi, ad assorbire parte della disoccupazione che la recessione porterà con sé e a migliorare la dotazione infrastrutturale dei paesi, questi interventi da soli non aiutano a compiere un salto di qualità in relazione a quello e a come si produce. Se si concorda che la competizione internazionale impone di rivedere periodicamente parte dell'assetto produttivo e commerciale di un paese, non è forse opportuno decidere di affrontare le sfide di medio periodo di cui abbiamo avuto già dei fugaci segnali?

 

I governi, e quello italiano nello specifico, possono giocare un ruolo molto importante in questo campo incentivando e stimolando un cambiamento strutturale da parte del settore produttivo. In particolare, ora che l'accesso al credito, la domanda e gli investimenti rischiano di congelarsi a causa della crisi finanziaria, l'intervento pubblico a sostegno dell'innovazione "verde" può giocare un doppio ruolo. Da un lato aiutare il sistema economico a riguadagnare il tempo perduto nel settore delle energie rinnovabili, dall’altro sostenere gli investimenti e quindi la ripresa economica.

 

 

1 - Faini, R. e Sapir. A. (2005), Un Modello Obsoleto? Crescita e Specializzazione dell'Economia Italiana, in T. Boeri, R. Faini, A. Ichino, G. Pisauro and C. Scarpa (eds.), Oltre il Declino, Il Mulino.

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